La cooperazione svizzera sotto la lente dell’OCSE: gli aiuti ai paesi poveri devono essere aumentati
L'organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha esaminato a Parigi punti di forza e debolezze del sostegno svizzero ai poveri. Lodati i progressi e la qualità degli aiuti il cui volume però, dovrebbe essere aumentato.
A Parigi per rispondere alle ultime domande in vista del rapporto che sarà pubblicato nelle prossime settimane, i vertici della Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione (DSC) ed i responsabili del Segretariato di stato per l’economia (Seco) hanno intrattenuto dei colloqui definiti interessanti ed aperti con gli esaminatori francesi e olandesi del CAD, il Comitato di Aiuto allo Sviluppo dell’OCSE. Organizzazione che raggruppa i 29 paesi ricchi del pianeta.
In qualità di garante dei programmi internazionali di cooperazione con i paesi poveri, il CAD esamina regolarmente le attività dei paesi membri per cercare di migliorare attraverso uno scambio di opinioni l’efficacia degli aiuti allo sviluppo. Un esame che la Svizzera aveva già sostenuto nel 1995, ricevendo lodi per la qualità e la concretezza dei propri interventi, ma anche critiche.
Ancora oggi sonoparticolarmente apprezzati dagli esaminatori francesi e olandesi, la trasparenza e flessibilità dei progetti, l’impegno concentrato in alcuni dei più poveri paesi del pianeta e l’alto grado di coinvolgimento degli attori locali, governi, società civile ed organizzazioni non governative, nell’elaborazione dei programmi di sviluppo.
Come riferitoci da Paolo Janke, responsabile per la DSC nei contatti con il CAD, sono stati lodati pure i grandi progressi fatti nel campo della coerenza tra la politica di sviluppo, quella economica e quella agricola. Progressi che pongono la Svizzera all’avanguardia rispetto ad altri paesi.
In occasione dell’ultimo rapporto erano infatti state sottolineate le contraddizioni che caratterizzano le relazioni della Confederazione con i paesi del Sud del mondo. Alla buona reputazione di cui gode la DSC, capace di una gestione seria e rigorosa dei fondi, attenta a non alimentare la corruzione nei paesi poveri, si contrappone l’immagine internazionale di una Svizzera meta prediletta di capitali in fuga e lavanderia ideale di denaro sporco.
Un discorso, questo sulla coerenza, nel quale rientrano anche quelle garanzie contro i rischi all’esportazione accordate con denaro pubblico a delle multinazionali che investono in progetti che violano i diritti umani e distruggono l’ambiente. Come è ad esempio il caso della controversa diga delle Tre Gole in Cina.
Che poi tutto ciò rientri nella logica del «dare con una mano per riprendere con l’altra» tipica delle relazioni Nord-Sud, come pure la constatazione che la maggior parte dei paesi ricchi in fondo si comporta anche peggio, non è che magra consolazione. Più importante il fatto che sia il Cad che la delegazione svizzera concordano sul fatto che nonostante i notevoli progressi, su questo punto c’è ancora molto da fare.
Anche in questa occasione gli esaminatori del Cad non hanno comunque risparmiato critiche, denunciando un certo scetticismo elvetico nei confronti del cosiddetto approccio settoriale della cooperazione allo sviluppo. Un approccio innovativo secondo il quale tutti i paesi donatori sono tenuti a finanziare un certo settore scelto dal governo del paese in via di sviluppo che riceve gli aiuti.
Come precisato da Paolo Janke, l’atteggiamento di Berna non è di assoluta chiusura, ma la Svizzera intende applicarre questo strumento in modo differenziato a seconda delle capacità e possibilità di ogni singolo paese di praticare queste politiche settoriali. Posizione sostenuta anche da altri paesi che, relativizzando il valore di questa nuova tendenza, la considerano uno strumento tra gli altri e non l’unica via praticabile per fare del buon aiuto allo sviluppo.
La delegazione elvetica, di cui facevano parte anche il direttore della DSC Walter Fust, il vice-direttore Henri-Philippe Cart e l’ambasciatore Oscar Knapp, responsabile del settore sviluppo e transizione del Seco, ha potuto illustrare
i vantaggi di questo approccio differenziato a seconda delle caratteristiche di un paese e delle sue possibilità e capacità di sviluppo, con l’esempio dellaTanzania, dove gli aiuti seguono questo nuovo approccio settoriale, e della Bolivia, dove l’approccio è più tradizionale e continua ad essere basato sulla realizzazione di progetti in collaborazione con la società civile.
Per quanto riguarda i finanziamenti dei programmi di cooperazione, dubitando della reale volontà di Berna di destinare lo 0,4 percento del PIL all’aiuto pubblico allo sviluppo, gli esperti dell’OCSE che hanno esaminato il dossier raccomandano alla Svizzera di approfittare della situazione economica e di bilancio favorevole per raggiungerlo al più presto possibile.
Nella graduatoria OCSE degli aiuti allo sviluppo la Svizzera si ritrova ora al settimo posto, tra quei paesi che praticano una buona cooperazione allo sviluppo, anche se il volume degli aiuti non è all’altezza dei paesi scandinavi. Una posizione giudicata soddisfacente da Paolo Janke, che sottolinea come oltre alla quantità, degli aiuti conti anche l’aspetto qualitativo.
Stefano Castagno
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