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Cade bunker ma Gheddafi non c'è

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 agosto 2011 - 21:21
(Keystone-ATS)

La battaglia di Tripoli, a tre giorni dall'ingresso dei primi insorti nella capitale libica, è diventata oggi la battaglia di Bab al Aziziya, la cittadella fortificata cuore del potere di Gheddafi. Che è caduta. Ma non ha ancora consegnato alla ribellione il leader della 'rivoluzione verdè e i suoi figli.

Saif al-Islam, il successore in pectore di Muammar Gheddafi, non era stato imprigionato e stanotte si è fatto vedere in città tra la folla festante. Mohammad, il primogenito imprenditore, è riuscito a fuggire. Il rais stesso in una telefonata a un amico russo, il campione di scacchi Kirsan Ilyumzhinov, ha ripetuto: "Sono a Tripoli, sto bene e non ho nessuna intenzione di lasciare la Libia".

La cattura di due dei figli di Gheddafi, annunciata e smentita in meno di 12 ore, ha messo in forte imbarazzo gli insorti, ma proprio l'imbarazzo e la delusione sembrano aver dato oggi - fin dalle prime ore dell'alba - nuovo vigore e slancio ai combattenti.

Preceduti al sorgere del sole dall'ennesimo bombardamento della Nato sulla cittadella fortificata nel centro di Tripoli, centinaia di insorti - integrati dai rinforzi arrivati nella notte da Misurata (est) - si sono lanciati verso il compound di Bab al Aziziya. Combattimenti intensi e sanguinosi sono andati avanti per ore intorno alla cittadella fortificata fino a quando, a pomeriggio inoltrato, un cancello d'ingresso è stato sfondato, una decina di metri del muro perimetrale sono stati abbattuti, la resistenza dei fedelissimi di Gheddafi è gradualmente diminuita: la strada verso la residenza-simbolo del rais - quella bombardata dagli americani nel 1986, con il grande pugno di sfida che stritola un caccia bombardiere Usa - era aperta.

Alcuni cecchini hanno continuato a sparare, poi però gli insorti sono diventati un fiume senza più limiti, hanno raggiunto l'armeria e si sono impadroniti di munizioni, pistole, fucili, mitragliatori.

I primi giornalisti entrati nell'enorme complesso hanno cominciato a raccontare di numerosi cadaveri, apparentemente soldati di Gheddafi, abbandonati a terra; di molti feriti da entrambe le parti. E della ricerca frenetica, edificio dopo edificio, stanza dopo stanza, del rais e della sua famiglia. Un'avanzata di combattimenti continui, di battaglia, di scontri e di sangue. Finchè i capi ribelli hanno ammesso: "Non abbiamo trovato traccia di Gheddafi e dei suoi familiari".

Secondo quanto ipotizzano esponenti del Cnt (Consiglio nazionale di transizione), il colonnello non sarebbe più nella sua cittadella fortificata. "Non pensiamo che abbia lasciato il Paese - ha detto un portavoce da Bengasi - Riteniamo che sia ancora in Libia, a Tripoli o vicino a Tripoli ... Prima o poi lo troveremo, magari vivo e lo arresteremo ... ma se resisterà lo uccideremo". A Tripoli un colonnello ribelle, Ahmed Omar Bani, ha ammesso "nessuno sa dove sia".

Le stesse fonti del Cnt riconoscono che comunque la guerra non è finita. Il rappresentante del Cnt all'Onu, Ibrahim Dabbashi, lo ha ammesso implicitamente affermando che "nel giro di 72 ore gli insorti avranno il controllo dell'intero Paese" che così "sarà libero". In serata è stata annunciata la definitiva conquista di Ras Lanuf, 40 chilometri a ovest di Brega, impianto petrolifero strategico che, riferiscono i ribelli, non è stato danneggiato. Prossimo obiettivo Sirte, la città natale del rais, da dove la notte scorsa un missile Scud è stato lanciato in direzione di Misurata, da tempo in mano agli insorti.

L'attenzione resta comunque focalizzata su Tripoli: stasera, mentre dalla cittadella-bunker si continuano a sentire colpi d'arma da fuoco, anche l'hotel Rixos (dove fanno base i giornalisti stranieri) è stato coinvolto negli scontri. Un reporter della Cnn ha detto che nell'albergo si spara, che gli uomini di Gheddafi ne hanno il controllo, che i giornalisti temono di essere presi in ostaggio e si sono rifugiati nei piani più alti esponendo alle finestre bandiere bianche.

Una situazione in divenire insomma, testimoniata anche dalle dichiarazioni della diplomazia internazionale che, se da un lato continua a ripetere che la fine di Gheddafi è imminente, dall'altra invita alla cautela, ipotizzando anche il possibile uso di armi chimiche da parte dei fedelissimi del rais. "I suoi uomini sono ancora pericolosi", ha dichiarato il Pentagono Usa. Dal canto suo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha assicurato che l'Alleanza "continuerà le operazioni militari" fino a quando Gheddafi non avrà deposto le armi.

Dichiarazioni che da sole sono una risposta alle accuse del presidente sudafricano Jacob Zuma che, difendendo l'atteggiamento dell'Unione Africana (Ua) nei confronti della crisi libica, ha senza mezzi termini affermato che "sono state le bombe della Nato a stroncare la mediazione" che l'Ua aveva cominciato per risolvere "senza spargimento di sangue" il problema della Libia.

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