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Fondi in giacenza: primi versamenti tre anni dopo l’accordo

Numerosi beneficiari dei fondi hanno espresso il loro malcontento per la lentezza dei pagamenti Keystone Archive

Per le vittime dell'Olocausto e i loro eredi, ci sono voluti tre anni per poter ricevere i primi soldi dei fondi versati dalle grandi banche elvetiche, in seguito all'accordo raggiunto il 12 agosto 1998 con i rappresentanti della comunità ebraica. La procedura che ha portato alla storica intesa e la questione della ripartizione continuano ancora oggi a sollevare polemiche.

Tempi lunghi e versamenti con contagocce: la responsabilità comunque non è imputabile agli istituti finanziari elvetici. La procedura giudiziaria alquanto complessa e le dispute all’interno della comunità ebraica americana hanno dilatato i tempi e rallentato il versamento agli aventi diritto.

Il giudice Edward Korman, della Corte Federale di Brooklin ha appena dato disco verde affinché vengano distribuiti i primi milioni. La somma sbloccata è alquanto esigua, ma dovrebbe aprire la strada a indennizzi più cospicui.

Il magistrato aveva stabilito che degli 1,25 miliardi di dollari ( oltre 2 miliardi di franchi svizzeri) 800 milioni fossero destinati a rimborsare , attraverso il Claim Resolution Tribunal ( CRT) , quanti potevano dimostrare di aver aperto un conto presso una Banca elvetica nel periodo bellico e pre-bellico. I rimanenti 450 milioni di dollari sono invece destinati a diverse categorie di vittime dei nazisti, dai rifugiati respinti alla frontiera svizzera a quanti dovettero svolgere lavoro coatto nelle aziende tedesche.

“Di questi 450 milioni, siamo stati autorizzati a distribuirne in tutto 43,5 milioni a Ebrei anziani che vivono nei territori dell’ex-Unione Sovietica – ha precisato a swissinfo Elan Steinberg, direttore del Congresso Mondiale Ebraico ( WJC). Una parte di questi fondi è gestita dalla Jewish Claim Conferente, l’altra dall’American Jewish Joint Distribution Commitee.

Sul fronte dei fondi in giacenza, la situazione non è stata ancora del tutto chiarita. Al Claim Resolution Tribunal (CRT) sono giunte decine di migliaia di richieste. Finora ne sono state accolte poco oltre 2500 per un ammontare di 35 milioni di dollari che devono comunque essere riconsiderati in funzione del deprezzamento delle monete e dei tassi di interesse.

“Tale cifra può sembrare esigua, ma non dimentichiamo”- aggiunge ancora Steinberg – “che all’inizio di questa vicenda le tre grandi banche elvetiche ( SBS, CS,UBS) avevano avanzato la cifra di 774 conti in giacenza”. Il burrascoso capitolo del confronto con la Svizzera sembra chiuso negli Stati Uniti: “grazie a quell’accordo la Svizzera ha salvato la propria immagine e la propria economia” sottolinea ancora Steinberg, secondo il quale però solo la minaccia di sanzioni portò le banche elvetiche a cedere.

Quell’intesa spalancò le porte ad altri negoziati e ora, stando alle associazioni ebraiche americane, diversi Stati (oltre alla Svizzera, Germania, Norvegia, Austria, Francia, ecc…) e innumerevoli aziende hanno accettato di versare una somma che supera complessivamente i 10 miliardi di dollari.

L’accordo del 98 non sembra comunque aver chiuso tutte le vertenze: nel mirino del Congresso Mondiale Ebraico rimangono alcune compagnie europee d’ assicurazione (tra cui la Winterthur e la Zurigo) e i mercanti d’arte che profittarono della guerra per rubare opere di grande valore o per acquistarne a prezzi stracciati da quanti le sottrassero alle vittime dello sterminio.

3 anni dopo esplodono anche nuove polemiche: Christoph Meili, assurto a notorietà per aver impedito che l’UBS mandasse al macero documenti di notevole interesse nel quadro dell’inchiesta sui fondi ebraici, si scaglia ora contro organizzazioni ebraiche e avvocati che – a suo dire – lo hanno utilizzato solo per incassare soldi.

Meili, che vive in California, denuncia pubblicamente lo strapotere della comunità ebraica, considera che i 5000 dollari (circa 9000 franchi svizzeri) che un organizzazione di sopravvissuti gli versa ogni mese non gli permettono di vivere decentemente e chiede al suo ex-avvocato Edward Fagan 1 milione di dollari netti.

L’accordo ha anche peggiorato i rapporti tra organizzazioni ebraiche e avvocati delle vittime dell’Olocausto: ” sono deluso”- afferma ancora Steinberg a swissinfo – “perché mi sono accorto che la maggioranza degli avvocati in fondo si è mossa solo per ragioni pecuniarie. Il loro obiettivo era solo quello di far soldi, tanti soldi”.

Sul fronte diplomatico a 3 anni dall’accordo, il clima tra Svizzera e Stati Uniti è indubbiamente tornato sereno. Anche l’ultimo protagonista della battaglia, l’ambasciatore Alfred Defago, lascia in questi giorni Washington. Si trasferirà nel Wisconsin dove l’esperienza maturata in questi anni gli servirà da spunto per impartire una serie di lezioni nella facoltà di scienze politiche dell’Università di Madison.

Roberto Antonini, Washington

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