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Paolo Bernasconi critica le lacune svizzere nella lotta contro la mafia

In un articolo, pubblicato mercoledì dalla Neue Zürcher Zeitung, l’ex-procuratore ticinese afferma che le disposizioni legali non sono sufficientemente applicate e chiede un maggiore intervento da parte dell’amministrazione federale.

Secondo Bernasconi, le autorità giudiziarie elvetiche devono continuare ad occuparsi di delitti finanziari e patrimoniali che superano i confini nazionali o che avvengono addirittura in altri paesi. Deve inoltre difendersi da ogni tipo di criminalità organizzata che si serve del nostro paese per svolgere le sue attività.

La piazza svizzera dispone ormai in ogni ambito di stretti legami a livello internazionale e ancora oggi mafiosi di tutto il mondo cercano rifugio e consulenza nel nostro paese. In tal senso Bernasconi ricorda una frase pronunciata nel 1983 dal giudice italiano Giovanni Falcone: «Caro Paolo, dopo i soldi della mafia arriveranno in Svizzera anche i mafiosi».

Le vicende emerse ancora recentemente in Ticino fanno parte per Bernasconi di un un’evoluzione legata alla globalizzazione dei mercati che necessita anche una globalizzazione delle norme. Il rispetto e l’applicazione di queste norme si presenta più difficile, più lungo e più costoso nelle regioni periferiche. Questo problema riguarda non solo il Canton Ticino secondo l’ex-procuratore, ma tutta la Svizzera nel suo insieme.

Le regioni periferiche e i piccoli intermediari finanziari non sono d’altronde in grado di approfittare dell’apertura dei mercati internazionali, che avvantaggiano soprattutto i grandi centri finanziari e le maggiori banche. Bernasconi individua in questa marginalizzazione la ragione che spinge i le regioni periferiche e i piccoli intermediari a proporre servizi particolari che non interessano più i principali attori finanziari.

Tra questi servizi figurano la mediazione per l’acquisto di immobili e l’ottenimento di un permesso di soggiorno, la tassazione forfettaria di stranieri che dispongono solo di una residenza fittizia in Svizzera, la ricerca di revisori e membri di consigli di amministrazione disposti a favorire transazioni finanziarie poco trasparenti e ad allacciare contatti con esponenti politici locali.

Secondo Bernasconi le autorità fiscali e doganali svizzere hanno incassato legalmente per molti anni milioni di franchi provenienti da attività di contrabbando, a cominciare da vendite di armi e di oro fuso in Svizzera. Nel contempo l’Ufficio federale di polizia si è rifiutato di fornire informazioni su queste attività alle autorità di altri paesi.

Dal 1994, ricorda l’ex-procuratore, anche la Confederazione dispone di leggi per punire l’appartenenza a organizzazioni criminali. Purtroppo, queste disposizioni sono applicate troppo raramente e rimane alquanto difficile per le autorità giudiziarie portare a termine con un succeso una procedura. I mafiosi sarebbero quindi incoraggiati a proseguire le loro attività in Svizzera.

Per concludere, Bernasconi ritiene che il compito di combattere la criminalità organizzata dovrebbe essere assunto maggiormente dall’amministrazione federale. In molti casi la Confederazione dovrebbe inoltre esercitare una funzione di doppio controllo, evitando di lasciare soltanto nelle mani delle autorità locali il potere di accordare autorizzazioni, concessioni e incarichi pubblici. Secondo l’ex-procuratore, i politici che rivendicano «meno Stato» portano ad un indebolimento dell’amministrazione e della giustizia, favorendo i tentativi d’infiltrazione del crimine organizzato.

Armando Mombelli

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