Svizzera-Medioriente, un senso d’impotenza
Il ministero degli esteri e l’Archivio federale svizzero hanno pubblicato un volume che ripercorre 50 anni di relazioni tra Svizzera e area mediorientale.
Un’opera di riferimento che racchiude la somma delle informazioni esistenti in materia e copre un periodo che va dal 1946 al 2002, seguendo tappa per tappa le evoluzioni della regione.
Il libro, pubblicato dalla divisione storica del Dipartimento federale degli affari esteri in collaborazione con l’Archivio federale con il titolo «Svizzera-Medio Oriente: dal dopoguerra agli anni ‘90» è tutto fuorché un’opera banale.
Il lettore si trova a ripercorrere i momenti più significativi della storia della regione, visti attraverso un’ottica svizzera molto particolare.
Una storia che si dipana e si legge con crescente passione, anche se questo sentimento è presto seguito da una sensazione di stanchezza e, a lettura ultimata, da un sospiro di amarezza.
Evoluzione dello sguardo arabo
Il volume si apre con un articolo di Arnold Hottinger, giornalista svizzero molto noto che ha seguito per decenni le vicende della regione, intitolato «L’immagine della Svizzera nel mondo arabo e in Medio Oriente».
Attraverso l’immagine della Svizzera e la sua evoluzione nel corso del dopoguerra, l’immagine dei mutamenti che hanno attraversato la regione e le ripercussioni che questi hanno avuto sulle mentalità prendono forma davanti ai nostri occhi.
Dopo la seconda guerra mondiale, per esempio, gli arabi, appena reduci da una lunga esperienza coloniale, hanno guardato alla Svizzera come a un modello di democrazia al quale ispirarsi per l’edificazione dei loro stati: era considerata un punto di riferimento sicuro, proprio perché non aveva un passato coloniale.
A 50 anni di distanza, dopo una lunga serie di delusioni e di fallimenti, la Svizzera è vista soprattutto come il paese delle banche «dove i governanti corrotti dei nostri paesi hanno messo in salvo i soldi che ci hanno rubato».
Qualche dato politico
Ma il cambiamento non riguarda solo le mentalità. L’instabilità e la trasformazione delle realtà politiche contraddistinguono infatti la regione lungo tutti i cinquant’anni appena trascorsi.
Il dato appare evidente percorrendo le prese di posizione del Consiglio federale o le interrogazioni parlamentari tra 1946 e 2002. La Svizzera è infatti costretta a prendere posizione ufficiale su tutta una serie di avvenimenti, talvolta a intervenire direttamente con provvedimenti umanitari.
Un esempio ci è fornito da un messaggio del Consiglio federale del 12 maggio 1950 nel quale si spiegano le ragioni per le quali si decide di elevare il consolato svizzero in Israele al rango di legazione (il passaggio ad ambasciata avverrà nel 1958).
«In coincidenza con la fine del mandato britannico sulla Palestina» spiega il messaggio «il 14 maggio 1948 il parlamento ebraico ha proclamato l’indipendenza dello stato di Israele. Seguendo l’esempio di numerosi governi stranieri, il Consiglio federale ha riconosciuto Israele il 28 gennaio 1949.»
La Svizzera non fa quindi che adattarsi a una realtà di fatto. Una posizione pragmatica, ben diversa da quella adottata da molti paesi occidentali in quei medesimi anni, che consideravano Israele il «faro della democrazia» in Medio Oriente.
Guerre e ancora guerre!
Dopo il riconoscimento dei nuovi stati si inaugura una nuova fase caratterizzata da una lunga successione di guerre.
Questa realtà si trova rispecchiata in un’interrogazione parlamentare dell’8 marzo 1957 nella quale si chiede al Consiglio federale quante siano le armi vendute “a Israele e agli Stati della Lega araba”.
Il governo risponde: “Nel solo 1954, l’Egitto ha acquistato materiale bellico dalla Svizzera per una cifra che oscilla tra gli 11 e i 12 milioni di franchi, mentre Israele, l’anno successivo, ha fatto acquisti per poco meno di un milione.” Da allora però, a causa degli avvenimenti, le esportazioni sono in calo.
Apprendiamo inoltre che anche la Svizzera fu toccata dalle nazionalizzazioni volute dalla Repubblica araba unita. Da un’interrogazione parlamentare del 5 dicembre 1961, risulta che in Egitto viveva un’importante comunità svizzera che subì le conseguenze di questa politica.
Le cose non cambiamo
Per non parlare della guerra del 1973, della guerra civile in Libano, dell’invasione israeliana e delle stragi di Sabra e Chatila, dell’annessione del Kuweit da parte dell’Iraq, della seconda guerra del Golfo, degli accordi di pace di Oslo: la posizione della Svizzera consiste di volta in volta in un invito al cessate il fuoco, in una dichiarazione di condanna, in un appello al rispetto della legalità internazionale, o in un plauso per lo storico passo compiuto.
Arriviamo così al 2000, a un comunicato stampa del Dipartimento federale degli affari esteri datato 2 ottobre, diramato dopo l’esplosione di violenza che ha seguito la visita di Ariel Sharon alla spianata delle moschee del 28 settembre 2000.
E’ un comunicato che racchiude in sé la posizione della Svizzera sul conflitto medio-orientale.
Il Dipartimento deplora l’esplosione di violenza, e invita le due parti al rispetto del diritto internazionale umanitario e a riprendere il dialogo.
Una posizione che non è mutata, come immutato, e tuttora irrisolto, rimane il conflitto.
Elham Manea, swissinfo
Traduzione e adattamento di Luisa Orelli
Un libro ripercorre la storia di 50 anni di relazioni diplomatiche fra i paesi del Medio Oriente e la Svizzera.
Tra appelli al dialogo fra le parti e al rispetto del diritto internazionale, affiora un senso d’impotenza.
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