“Veniamo preparati per una guerra”, critiche a politici e ai media
La guerra non è ancora scoppiata, ma secondo la psicanalista Jeannette Fischer il terreno è già stato preparato.
(Keystone-ATS) E a farlo, consapevolmente o meno, sarebbero i politici e i media, con un discorso che alimenta l’angoscia collettiva fino a rendere la popolazione docile e manipolabile.
“Non ero mai stata in una situazione in cui vivo in un paese, in un continente, che si prepara attivamente al conflitto”, afferma l’esperta, che da anni studia il fenomeno della paura come strumento di potere, in un’intervista pubblicata oggi dalla Weltwoche. “Questo non lo conoscevo nella mia vita e mi dà molto da pensare”, aggiunge. “E in quarant’anni di pratica ho osservato che le paure sono aumentate in modo massiccio”.
Al centro della sua analisi vi è la distinzione fra angoscia e paura. “L’angoscia è il sintomo di un discorso di potere: quando la sperimentiamo c’è sempre qualcuno o qualcosa che ce la fa affiorare”, spiega. “Con la paura, al contrario, veniamo al mondo, è una sorta di istinto. Nella paura restiamo capaci di agire e pensare: il livello di adrenalina sale, possiamo urlare, scappare, difenderci. Nell’angoscia, invece, diventiamo passivi, impotenti, senza parole, scompariamo in una strettoia. La paura è un sistema di allarme che basta e avanza. L’angoscia non ci serve, è superflua, e dobbiamo smascherarla come strumento di potere.”
La scienziata punta il dito contro i giornalisti, accusati di essere complici di questa operazione. “I media principali si servono di questa divisione tra bene e male e alimentano così il discorso vittima-carnefice”, argomenta. “Posizionano l’aggressività: sul cattivo si può essere arrabbiati, lo si può odiare, alla fine persino uccidere. Nella psicanalisi chiamiamo questo una dinamica sadomasochistica: non è una metafora, ma una vera struttura psichica. Chi sa chi è il cattivo si sente rassicurato: allora io sono il buono.”
La 72enne critica duramente anche il discorso woke, definendolo pericoloso. “Parte sempre dalla vittima: se dico la parola sbagliata, divento immediatamente carnefice”, osserva. “Come donna, in questo discorso sono sempre una potenziale vittima dell’uomo, la donna è sempre innocente: contro questo ho sempre lavorato, voglio nominare anche l’aggressività femminile. Se un uomo mi mette una mano sulla spalla, questo è già considerato un potenziale abuso. È assurdo. Questo discorso divide, perché non posso più parlare come mi viene, per paura di dire la cosa sbagliata. Litigio, confronto, conflitto: tutto questo cade, perché prima ancora ci si mette una museruola.”
Secondo la specialista, politica e angoscia sono legate a doppio filo. “La politica del potere e l’angoscia sono come gemelli siamesi”, sostiene. “Per rendere angosciata una società, serve la proiezione di aggressività e odio: questo è cattivo, noi siamo i buoni, possiamo difenderci. Così veniamo preparati per una guerra.” E ancora: “L’angoscia significa anche che sono separato da me stesso e dal mondo. E questo momento di separazione l’ho già visto con le misure anti-Covid: l’altro diventava un potenziale assassino, se non indossa la maschera o non si fa vaccinare. Non sono una complottista, ma come psicanalista questo momento di separazione mi è saltato all’occhio. Anche la guerra significa separazione: posso uccidere l’altro e restare comunque la brava persona, perché presumibilmente proteggo qualcosa. Questo mi aliena da me stesso, mi toglie l’autonomia: e chi è privato del potere diventa manipolabile e cerca una guida.”
Il consiglio di Fischer – che ha organizzato il simposio “Angst” (paura) in programma dal 16 al 18 ottobre presso il convento di Schönthal (BL) – è radicale e provocatorio: allontanarsi dal flusso di notizie. “Si diventa dipendenti dalle notizie, si guarda sempre di nuovo come una cosa è andata avanti, se nel frattempo ci sono stati più morti di quanto inizialmente riportato”, spiega. “Si entra in una spirale di dipendenza e questo a mio avviso prepara alla guerra, perché mi allontana da me stesso. Allora non sono più occupato con me stesso, non nel senso egoistico, ma nel senso: cos’è la vita in fondo, cosa mi dà piacere, cosa mi dà gioia, cosa voglio veramente? Invece vengo trascinato in un discorso estraneo e alienato da me stesso e privato del mio potere”.
“Siamo terribilmente suggestionabili”, insiste l’intervistata. “Per questo credo che staccare sia uno strumento eccellente: indipendentemente dal mezzo di comunicazione in questione, non appena si ricorre al discorso vittima-carnefice la cosa diventa pericolosa e si trasforma in una pura costruzione di politica di potere”, conclude.