‘Reza Pahlavi atteso a Mar-a-Lago’. Le piazze iraniane lo invocano
Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià dell'Iran, è atteso a Mar-a-Lago martedì prossimo. Ad annunciarlo, su X, è l'influencer di estrema destra americana Laura Loomer.
(Keystone-ATS) Un incontro con il presidente americano Donald Trump non è ancora confermato, aggiunge l’influencer, ma la notizia, se confermata, rafforzerebbe le ambizioni dello stesso Reza di proporsi come leader delle proteste che da 13 giorni scuotono il Paese e di ottenere la benedizione del tycoon per guidare un cambio di regime a Teheran.
Proprio mentre veniva diffuso questo annuncio, nelle principali città dell’Iran, da Urmia a Kermanshah, passando per la capitale Teheran, erano in corso manifestazioni in cui venivano gridati slogan contro la Repubblica islamica e si affermava che “Pahlavi sta tornando”.
Una risposta all’ultimo appello lanciato via social dall’erede della dinastia, che ha chiesto agli iraniani di dimostrare tutta la loro ostilità all’attuale regime questa sera e domani sera, nelle strade o anche dai balconi di casa. Intanto l’ong per la sorveglianza della cybersicurezza Netblocks segnala un “blocco di internet a livello nazionale”. Ma attualmente risulta praticamente impossibile anche mettersi in contatto con l’Iran dall’Italia utilizzando le normali linee telefoniche dei cellulari.
L’invito di Reza Pahlavi a manifestare contro il regime è stato lanciato mentre crescono le dimensioni della protesta, insieme al sanguinoso bilancio della repressione. L’ong per la difesa dei diritti umani Iran Human Rights (Ihr) ha affermato che le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso finora “almeno 45 manifestanti”, tra cui otto minori.
“Il principe ereditario iraniano Pahlavi Reza sarà a Mar-a-Lago martedì prossimo nel mezzo delle crescenti proteste contro la Repubblica islamica dell’Iran e alle richieste di un cambio di regime in Iran – ha scritto Laura Loomer -. Interverrà al Jerusalem Prayer Brekfast (JPb). Non si sa ancora se incontrerà il presidente Trump”. Il capo della Casa Bianca ha minacciato anche oggi di intervenire nel caso di violenze sui manifestanti pacifici, ma non si è finora espresso esplicitamente a favore di un cambio di regime.
Il ministero degli Esteri di Teheran ha tuttavia condannato quelle che ha definito le sue “posizioni interventiste” riguardo alle proteste, cominciate il 28 dicembre con una serrata nel Bazar, già culla della rivoluzione del 1979 che rovesciò la dinastia Pahlavi.
“Ciò che il governo statunitense sta perseguendo oggi – ha affermato la diplomazia iraniana – non è semplicemente una guerra economica; piuttosto, è una combinazione di guerra psicologica, una campagna mediatica per diffondere false informazioni, minacce di intervento militare e incitamento alla violenza e al terrorismo”.
A rendere più incerta la situazione è l’emergere di posizioni apparentemente diversificate in seno al regime iraniano. Il presidente Massud Pezeshkian è tornato oggi a fare appello alla “più grande moderazione” nei confronti dei manifestanti, così come al “dialogo” e all'”ascolto delle rivendicazioni del popolo”. Mentre nei giorni scorsi il capo dell’apparato giudiziario, Gholamhossein Mohseni Ejei, aveva avvertito che non ci sarebbero state “nessuna clemenza e indulgenza” nei confronti dei “rivoltosi”.
E’ l’assenza di un movimento politico strutturato anti-regime, dopo decenni di repressione, a spingere molti oppositori a invocare un ritorno alla monarchia. Reza Pahlavi, che ha 64 anni e vive in esilio da quando ne aveva 18 – e che tra l’altro ha ottimi rapporti con il premier israeliano Benyamin Netanyahu – si propone quindi come il leader di un movimento che, afferma, dovrà consentire una libera scelta del popolo sulla futura forma di governo dopo una eventuale caduta della Repubblica islamica.
“Non abbiate paura, non permetteremo che un vuoto di potere faccia seguito alla caduta di questo regime”, aveva promesso l’erede dello Scià in un messaggio alla nazione risalente a poco più di un anno fa. E in un nuovo discorso postato in questi giorni si è detto sicuro che il crollo del regime sia “più vicino che mai”, invitando le forze militari, di polizia e di sicurezza a passare dalla parte dei manifestanti per “unirsi al popolo”.
All’interno di questi apparati, per il momento, non emergono fratture evidenti. Ma tutti gli occhi rimangono puntati su di essi per capire se la loro fedeltà resisterà alle nuove sfide all’interno del Paese e dall’estero.