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«Non sono un eroe, ho solo lottato per una giusta causa»

La carta d'identità della Repubblica di Eolo Morenzoni Archivos personales de Eolo Morenzoni

Il primo aprile di settant'anni fa, il generale Franco annunciò la fine della guerra civile spagnola. Il ticinese Eolo Morenzoni è uno dei pochi brigatisti svizzeri ancora in vita che combatterono a fianco della Repubblica.

Questo contenuto è stato pubblicato il 05 aprile 2009 - 10:16

A parte qualche problema di udito – a 88 anni chi non ne ha? – Eolo Morenzoni è ancora molto lucido quando parla della sua vita.

Originario del canton Ticino, è uno dei cinque svizzeri ancora in vita che parteciparono alla Guerra civile spagnola, arruolandosi nelle Brigate internazionali.

Difficilmente quest'uomo, che partì alla guerra all'età di 16 anni, poteva immaginarsi che la parola fine all'odissea cominciata nel 1936 sarebbe stata posta solo alcune settimane fa, con la decisione del parlamento svizzero di riabilitare i volontari che lottarono a fianco dei repubblicani.

Nato in una famiglia «visceralmente antifascista», già da adolescente Morenzoni scriveva articoli in una «pubblicazione comunista». Prima di scappare di casa, lasciò una lettera a suo padre nella quale spiegava la sua decisione.

«Non partii per una pazzia di gioventù», spiega, «ma perché ero politicamente molto impegnato». «Sono un comunista e lo sono sempre stato», dichiara senza esitazioni.

In Spagna fino al 1938

Salito sul treno a Lugano, passò da Basilea e da Lione prima di attraversare la frontiera spagnola. Per poter entrare in Spagna dovette mentire sulla sua età. Incorporato nel Battaglione Chapaiev della XIII Brigata, partecipò alle battaglie di Teruel e della Sierra Nevada. In seguito entrò nella Brigata Garibaldi, composta di una maggioranza di combattenti di origine italiana.

«Nell'aprile del 1938, su decisione del Partito comunista italiano dovetti lasciare la Spagna». Il giorno dopo il suo arrivo in Svizzera fu arrestato. «Non ho mai saputo come vennero a conoscenza del mio rientro», afferma. Dopo una settimana di prigione preventiva, fu tenuto in isolamento per 45 giorni.

Morenzoni rievoca con una certa amarezza «gli anni in cui (il 1940, ndr) la Svizzera dichiarò illegale il Partito comunista» e le vessazioni contro tutte le attività antifasciste e di stampo socialista erano all'ordine del giorno. L'ex brigatista non è l'unico a tacciare di «simpatie filonaziste» le autorità di Berna dell'epoca.

Ostracismo

Dei circa 800 uomini e donne svizzeri che lottarono assieme a lui, 185 persero la vita sui campi di battaglia spagnoli. Quanto vissuto da Morenzoni una volta rientrato in patria non fu di certo eccezionale, poiché molti di coloro che sopravvissero dovettero scontare delle pene in Svizzera per «aver servito in un esercito straniero», infrangendo così la politica di neutralità elvetica. Molti furono condannati all'ostracismo, con l'etichetta di «pericolosi esponenti di sinistra».

Morenzoni non vuole dilungarsi sulle sue esperienze al fronte. «Non mi piace raccontare delle battaglie, poiché non sono un eroe. Sono solo stato una persona che ha combattuto per una causa giusta, in un momento preciso e in una realtà politica ben determinata».

E come valuta la decisione del parlamento svizzero di riabilitare gli ex brigatisti? «Era una decisione dovuta, però per noi non cambia nulla. Nessuno può rimuovere l'esperienza della prigione e di tutti i problemi successivi».

«Il castigo al quale furono sottoposti trae origine da un articolo del Codice penale militare che è ancora in vigore», spiega dal canto suo Ralph Hug. Questo storico e giornalista è stato uno dei fondatori dell'associazione «Volontari spagnoli», che ha fatto pressione affinché gli ex brigatisti fossero riabilitati.

«Comunisti al soldo di Mosca»

Uno dei grandi problemi al quale furono confrontati i combattenti della Repubblica – spiega Hug – è che furono percepiti «come comunisti al soldo di Mosca». Di fatto, chi si arruolò nella Legione straniera o partecipò alla Resistenza francese non dovette subire lo stesso calvario.

Anche se in Svizzera quest'epoca contraddistinta da un anticomunismo viscerale e dai timori di un'invasione sovietica è ormai finita da un pezzo, la riabilitazione non è stata vista di buon'occhio da tutti i parlamentari elvetici.

I rappresentanti dell'Unione democratica di centro (UDC, destra nazional-conservatrice) si sono opposti, sottolineando che nel campo repubblicano erano maggioritarie tendenze politiche che di democratico avevano ben poco.

«Per l'UDC è un problema ideologico», analizza Ralph Hug, «poiché non vogliono dare il minimo riconoscimento alla sinistra».

«È stata solo fatta giustizia»

Una delle parole d'ordine del partito di Christoph Blocher è la difesa della neutralità più assoluta della Svizzera. «Ciò fa sì che per l'UDC sia impossibile digerire la decisione del parlamento», afferma Hug.

«In fondo, i rappresentanti dell'UDC sono i franchisti della Svizzera», aggiunge ridendo. Più seriamente, Hug ricorda che la Svizzera fu «il primo paese democratico a riconoscere il regime di Franco, nel marzo del 1939, alcune settimane prima della fine della guerra».

«Sono molto contento della decisione del parlamento – conclude dal canto suo Eolo Morenzoni – ma non bisogna neanche portarlo alle stelle per aver semplicemente fatto giustizia».

swissinfo, Rodrigo Carrizo Couto
(traduzione ed adattamento dallo spagnolo di Daniele Mariani)

Brigate internazionali

Tra il 1936 e il 1937, circa 40'000 volontari provenienti da 50 paesi giunsero in Spagna per difendere la Repubblica dall'insurrezione franchista. Circa la metà morì in combattimento, fu dispersa o ferita.

Il contingente più numeroso fu quello francese, con circa 10'000 uomini. Gli italiani furono circa 3'350, mentre gli svizzeri 800. Proporzionalmente il contingente elvetico fu uno dei più importanti.

Al loro interno, le Brigate Internazionali erano generalmente divise in raggruppamenti nazionali. Ad esempio, i volontari italiani erano inquadrati nella Brigata Garibaldi.

Su pressione delle democrazie occidentali impegnate nella politica di "non intervento", il governo repubblicano decise il ritiro dal fronte delle Brigate internazionali, con una parata di addio il 29 ottobre 1938 a Barcellona.

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Eolo Morenzoni

Nato a Lugano nel 1920, il ticinese vive oggi a Ginevra.

La sua famiglia possedeva un ristorante. Qui il giovane Eolo iniziò ad interessarsi ai temi cari alla sinistra e alle lotte operaie.

A 16 anni scappò da casa per partecipare alla Guerra civile spagnola. Incorporato nel battaglione Chapaiev, prese parte a diverse battaglie.

Nel 1938 dovette lasciare la Spagna. Al suo rientro in Svizzera ad attenderlo vi fu il carcere.

Eolo Morenzoni è uno dei cinque membri svizzeri delle Brigate internazionali ancora in vita. Gli altri sono Elio Canevascini, Jakob Bosshard, Lucien Reymond e Alice Müller.

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