Alluvione Tibet-Nepal, si aggrava bilancio vittime
Il fango ha cancellato strade e ponti, trascinato via case e isolato intere comunità lungo il confine tra Nepal e Cina.
(Keystone-ATS) I soccorritori continuano a scavare tra i detriti, ma il rischio di una nuova inondazione per la tracimazione di un lago fa correre veloce le lancette del tempo, mettendo a rischio anche il salvataggio di 100 lavoratori bloccati dentro un tunnel di una centrale elettrica.
E, ora dopo ora, il bilancio della devastante alluvione e della frana sul versante tibetano continua ad aggravarsi. Sono almeno 584 i morti e oltre 2.400 le persone ancora disperse, tra cui oltre 600 cittadini stranieri, secondo gli ultimi dati delle autorità nepalesi e cinesi. Tra gli stranieri di cui non si hanno notizie c’è anche una coppia italo-svizzera, residente in Ticino.
È in questo contesto che resta drammatica anche la situazione delle persone intrappolate nel tunnel dell’Upper Trishuli Hydropower Project, nel distretto di Rasuwa. L’esercito nepalese ha tratto in salvo 350 lavoratori e residenti, ma oltre 100 persone sono ancora bloccate lì dentro. Le operazioni sono rese particolarmente difficili dalle condizioni meteorologiche avverse e dall’elevata portata del fiume Bhotekoshi.
Il Nepal sta monitorando due laghi di sbarramento formatisi a monte della zona colpita dopo il collasso glaciale e le successive frane. Uno dei bacini ha iniziato a tracimare, facendo salire il livello del Bhotekoshi e alimentando il timore di nuove inondazioni a valle. Le autorità nepalesi stanno monitorando entrambi i laghi e hanno mantenuto alta l’allerta: il pericolo di nuove alluvioni difficilmente potrà essere considerato superato finché la situazione non sarà stabilizzata.
Le condizioni avverse avevano imposto anche una temporanea sospensione delle operazioni di ricerca e soccorso, poi riprese dopo che l’aumento del livello dell’acqua è stato giudicato gestibile. Anche sul versante cinese i soccorritori avevano dovuto fermarsi e mettersi al riparo. I primi soccorritori professionali cinesi hanno poi raggiunto l’area centrale della catastrofe, mentre centinaia di uomini, mezzi e droni continuano a operare per cercare i dispersi e monitorare la situazione.
La risposta di Pechino si è intanto fatta anche politica. Il Politburo del Partito comunista cinese si è riunito sotto la presidenza di Xi Jinping per esaminare la gestione dell’emergenza e ha chiesto di intensificare al massimo le ricerche dei dispersi. In un messaggio al presidente nepalese Ram Chandra Paudel, Xi ha espresso le condoglianze per le vittime e ha assicurato che la Cina è pronta ad assistere il vicino nelle operazioni di soccorso e a fornire, per quanto possibile, “sostegno e aiuti”.
Ma proprio mentre Pechino tende la mano, Kathmandu ha fatto sapere di non avere per ora bisogno di squadre straniere di ricerca e soccorso, nonostante le offerte arrivate da diversi Paesi, tra cui appunto la Cina.
La decisione ha alimentato anche un’interpretazione politica: secondo Dinesh Bhattarai, ex ambasciatore nepalese presso le Nazioni Unite a Ginevra, la scelta potrebbe essere legata alla particolare sensibilità di Rasuwa, distretto al confine con il Tibet cinese. Il portavoce del ministero degli Esteri nepalese Lok Bahadur Chhetri ha però respinto questa lettura, affermando che la decisione non ha nulla a che vedere con la sensibilità cinese sull’area.
Kathmandu ha comunque ricevuto offerte di sostegno di altro tipo. La Corea del Sud, che ha nove cittadini dispersi e altri dieci bloccati in una centrale idroelettrica, ha detto che continuerà a negoziare con il Nepal e ha promesso un milione di dollari di aiuti umanitari attraverso organizzazioni internazionali.