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Anche donne e bambini tra i jihadisti partiti dalla Svizzera

Sarebbero una settantina le persone che dal 2011 hanno lasciato la Svizzera per andare a combattere in Siria o in Iraq. È quanto emerge dall’ultimo rapporto del gruppo di lavoro Tetra. Per lottare contro la radicalizzazione, la Confederazione intende intensificare la prevenzione e rafforzare le misure di sicurezza.

Questo contenuto è stato pubblicato il 03 novembre 2015 - 08:55
swissinfo.ch e tvsvizzera.it (TG del 1° novembre 2015)

Dall’ultimo rapporto, pubblicato in febbraio, il gruppo di lavoro TetraLink esterno (TErrorist TRAvellers) ha censito dieci nuovi casi di jihadisti partiti dalla Svizzera. Non si tratta più unicamente di giovani uomini, ma anche di donne e minorenni, sottolinea lo studio. 

A preoccupare non sono però soltanto le partenze. Anche chi rientra in patria dopo un periodo trascorso a combattere può rappresentare un rischio per la sicurezza interna, rivela il rapporto.

“Non bisogna avere paura. Allo stesso tempo la Svizzera non può considerarsi un’isola. Non vi sono garanzie che gli attentati accaduti nei paesi europei vicini non accadano anche qui. Dobbiamo esserne consapevoli”, afferma Markus Seiler, capo servizio attività informative (SIC).

Rispondendo a un giornalista, Seiler ha poi sottolineato che, per quanto riguarda il flusso di profughi in arrivo in Europa, al momento non ci sono indizi che lasciano presupporre la presenza di terroristi al loro interno

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