Oggi in Svizzera
Care svizzere e cari svizzeri all’estero,
a bocce ferme, il "no" all'iniziativa sulla neutralità resta al centro dell'attenzione mediatica in Svizzera, ma il tema suscita interesse anche sui giornali esteri.
Nella nostra rassegna stampa vedremo anche come ha votato la diaspora elvetica per poi fare un salto in Parlamento, dove sono iniziati i dibattiti su uno dei temi più caldi degli ultimi anni: gli accordi tra Berna e Bruxelles.
Buona lettura!
Gli svizzeri e le svizzere all’estero domenica hanno votato in modo quasi identico al resto del popolo elvetico sull’iniziativa sulla neutralità, bocciandola con convinzione. Un po’ meno netto, invece, il rifiuto della diaspora all’iniziativa sull’alimentazione.
L’iniziativa che chiedeva di iscrivere nella Costituzione una definizione più rigida della neutralità elvetica è stata respinta dal 70,4% della diaspora, contro il 70,2% dell’insieme dell’elettorato.
“Una simile uniformità è rara”, afferma Agnese Zucca, responsabile di progetto presso l’istituto gfs.bern, “è un messaggio chiaro su ciò che la popolazione vuole per la neutralità, che viva in Svizzera o all’estero”. Tuttavia, il dato sorprende solo in parte l’esperta. Svizzere e svizzeri residenti all’estero rappresentano un elettorato generalmente più urbano e progressista rispetto a quello residente in patria e Zucca si sarebbe aspettata una bocciatura ancora più netta da parte della diaspora.
È andato tutto secondo le attese, invece, per quanto riguarda l’iniziativa sull’alimentazione, che chiedeva di promuovere in Svizzera la produzione e il consumo di alimenti di origine vegetale. Il testo ha raccolto il 72,5% dei voti contrari, ma “solo” il 63,4% dei “no” tra le svizzere e gli svizzeri all’estero. Questi ultimi “hanno spesso una maggiore sensibilità sulle questioni ambientali e sono quasi sempre in contrapposizione con la popolazione del Paese”, riassume Zucca.
La netta bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità è uno degli argomenti più prominenti sui media svizzeri oggi, ma lo scrutinio ha attirato l’attenzione anche di diversi media internazionali.
Dalle colonne del quotidiano elvetico Le Temps, lo storico Sacha Zala sottolinea come la formulazione del testo fosse “brillante”. “Il testo evocava principi astratti senza menzionare la sola parola che in fin dei conti contava: le sanzioni”. Il popolo non è “caduto nella trappola”, ma il campo promotore ha forse ottenuto quello che voleva, ovvero intavolare la discussione sulla flessibilità della neutralità elvetica. Il concetto, che offre margine di manovra al Governo, resta poco chiaro agli occhi dell’opinione pubblica e potrebbe essere limitato in futuro, sostiene Zala.
È quello che dalle colonne della Neue Zürcher Zeitung (NZZ) auspica il grande sconfitto della giornata di ieri, l’ex consigliere federale Christoph Blocher, il quale ha iniettato milioni di franchi nella campagna per il “sì”. Seppur molto deluso, promette di continuare a lottare. “È stato solo l’inizio della discussione”, afferma.
All’estero, è soprattutto sotto la lente delle sanzioni e dei rapporti con la Russia che viene letto il risultato dello scrutinio. “Gli svizzeri non vogliono avvicinarsi a Putin”, afferma la testata tedesca Die Zeit. Anche il Corriere della sera evidenzia che “tra le conseguenze più concrete nell’immediato ci sarebbe stata l’impossibilità per la Svizzera di imporre sanzioni alla Russia”, così come fa il francese Le Figaro.
Russia Today, media finanziato dal Cremlino, scrive che la bocciatura dell’iniziativa “solleva dubbi sulla gestione della campagna, l’uso dei fondi e la copertura mediatica” in Svizzera. La testata ricorda che, per Mosca, l’attuale neutralità elvetica è “solo di facciata”, e riprende le recenti parole di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri russo secondo cui, ad esempio, “Berna si rifiuta con ostinazione di prendere atto dei crimini commessi dal regime di Kiev”.
Il numero di lavoratori e lavoratrici in una situazione di povertà non è mai stato così elevato in Svizzera dal 2014, quando è stato introdotto l’attuale metodo di calcolo, sottolinea oggi Caritas, che lancia l’allarme su un problema sociale spesso sottostimato.
Sono 360’000 le persone in una situazione di povertà reddituale nella Confederazione, ovvero coloro che, pur svolgendo un’attività lavorativa remunerata, non riescono a far quadrare i conti alla fine del mese. Si tratta dell’8,8% della popolazione attiva. Se si contano anche le persone che vivono nella stessa economia domestica, il numero sale a 820’000 persone.
I cosiddetti working poor, o “lavoratori poveri”, “sfuggono spesso all’attenzione delle autorità e ricevono a malapena un sostegno statale“, sottolinea Aline Masé, responsabile del settore studi scientifici e politica di Caritas Svizzera.
L’organizzazione propone interventi specifici, attuabili senza profonde riforme del sistema. Secondo Caritas servono, ad esempio, salari minimi fissati per legge e gradi di occupazione sufficienti e pianificabili. “Non è soltanto lo Stato sociale ad avere delle responsabilità: anche i datori di lavoro devono fare la loro parte”, dice Masé, “I contratti collettivi rappresentano uno strumento efficace per stabilire salari e modelli lavorativi equi”.
Il Consiglio degli Stati ha intavolato oggi l’attesissima discussione sul pacchetto di accordi con l’Unione Europea, i cosiddetti Bilaterali III. I dibattiti proseguiranno per tre giorni e cinque consiglieri federali su sette si esprimeranno davanti alla Camera alta.
Il pacchetto comprende una prima parte sulla stabilizzazione e l’aggiornamento degli accordi esistenti. Tra i temi toccati vi sono i trasporti aerei e terrestri, il commercio dei prodotti alimentari e la libera circolazione delle persone. La seconda parte mira ad ampliare le relazioni tra la Berna e Bruxelles, con nuovi accordi nei settori della sanità, della sicurezza alimentare e dell’elettricità. Quest’ultimo accordo non sarà trattato durante l’attuale sessione, poiché la discussione in commissione non è ancora conclusa.
Il pacchetto contiene inoltre misure di accompagnamento a livello nazionale e quattro crediti d’impegno: due riguardano la coesione, uno la migrazione e uno la partecipazione svizzera al programma Erasmus+ nel 2027.
L’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) è fondamentalmente contraria all’intero pacchetto. Gli altri partiti, così come le parti sociali e le associazioni economiche, lo appoggiano in linea di principio, ma a determinate condizioni.
Diversi punti sono particolarmente controversi. In primo luogo, la protezione salariale sul territorio nazionale. Sinistra e sindacati potrebbero ripensare il loro sostegno se riterranno che gli impieghi non siano sufficientemente protetti. In secondo luogo, resta l’incognita sul tipo di referendum da sottoporre al popolo. Si tratterà di un referendum facoltativo, che necessita solo della maggioranza semplice del popolo, oppure, come auspica l’UDC, di un referendum obbligatorio con doppia maggioranza di popolo e Cantoni?
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