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A Locarno si impone la cinematografia cinese

Il regista cinese Wang Shuo, vincitore del Pardo d'oro con il suo film "Baba" Keystone

Festival del film: a "Baba" di Wang Shuo il Pardo d'oro, mentre quello d'argento è andato ad un altro cinese, Fruit Chan, per "Little Cheung". Ma a far discutere in conclusione del festival sono state soprattutto le dimissioni del direttore Marco Müller.

La cinquantatreesima edizione del festival internazionale del film di Locarno, che si era inaugurata con mestizia per la scomparsa del presidente Buffi, chiude con le dimissioni del direttore Marco Muller.
Spetterà ora al consiglio d’amministrazione assegnare i nuovi incarichi per una manifestazione che nel corso degli anni ha decisamente consolidato il suo ruolo e conosciuto un successo di pubblico straordinario.

Passano così un po’ in secondo piano le assegnazioni dei premi. Anche se qualche annotazione si impone. Per esempio per il gran premio della giuria finito a Gostanza da Libbiano di Paolo Benvenuti, che porta nella penisola un premio importante dopo quindici anni in cui il cinema italiano non aveva ottenuto riconoscimenti di prestigio.
Anche Francia, Germania e Austria hanno ottenuto premi a diverso titolo, in omaggio indiretto alle tre lingue principali della Svizzera.

Ma, ancora una volta in un festival internazionale, è l’oriente a mettere le mani sui premi più ambiti.
Il pardo d’argento è infatti stato attribuito a Little Cheung di Fruit Chan, targato Hong Kong, quindi cinese, mentre il pardo d’oro è andato a Baba di Wang Shuo, film cinese invisibile per cinque anni perchè bloccato dalle autorità, uscito clandestinamente per approdare sul lago Maggiore e vincere. E ancora dall’oriente viene il grande escluso dei premi, come per tutti i festival che si rispettino, si tratta di Mua Oi del vietnamita Dong Nhat Ninh, che ha dovuto accontentarsi solo di qualche segnalazione delle giurie parallele.

Giochi e festival conclusi, restano sul tappeto le questioni importanti del futuro di Locarno. Il matrimonio tra il festival e il direttore Marco Muller, pur essendo durato nove edizioni, non è mai apparso come determinato da travolgente passione, anche se va riconosciuto che proprio in questi anni la macchina organizzativa e quella artistica sono riuscite a consolidare il ruolo internazionale della manifestazione. E soprattutto va riconosciuta a Muller una competenza e una passione per il cinema non comune, componenti che si sono sempre riversate sul programma.

Del resto lo stesso direttore negli ultimi anni aveva affiancato al compito locarnese quello di produttore di film realizzati in condizioni difficili e in paesi dalle risorse limitate, grazie al suo ruolo sia nella fondazione cinema Monte Verità che con Fabrica di Benetton. Ottenendo diversi premi in festival internazionali.

E se il futuro del festival è ancora da definire, quello di Muller appare piuttosto chiaro, proseguire il lavoro di produttore, magari presentando il suo prossimo film in piazza Grande e, chissà, andando lui stesso a ricevere un pardo dopo averne assegnati tanti.

Antonello Catacchio

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