Dopo Zugo: i media s’interrogano sulla sicurezza
I fatti di Zugo sono stati ampiamente commentati dai media sia in Svizzera che all'estero. Il bagno di sangue ha innescato un'introspezione sulla natura della società svizzera e la sua democrazia: il sentimento comune è che siano finiti i tempi i cui chiunque poteva accedere liberamente nelle aule governative, e i ministri si recavano al lavoro in tram.
La Svizzera è sotto choc dopo il gesto del 57 enne travestito da poliziotto che ha sparato all’impazzata uccidendo sul colpo 3 membri dell’esecutivo cantonale (Consiglio di stato) e 11 parlamentari (Granconsiglieri). L’uomo, che si è in seguito suicidato, avrebbe agito per vendetta: in passato infatti aveva presentato 7 denunce per abuso d’autorità contro diverse figure di spicco della vita pubblica di Zugo, denunce che erano state tutte respinte dal Tribunale cantonale che le aveva giudicate infondate.
Un gesto di follia che sconvolge la realtà svizzera
“Zugo, 10.30: la follia”. Per redigere il titolo del suo articolo il quotidiano romando Le Temps ha scelto solo la parola follia. Questa vicenda avrà serie ripercussioni sulla sicurezza dei nostri politici e dei nostri edifici governativi. Secondo la Basler Zeitung “dopo Zugo” le istituzioni e le autorità del nostro paese dovranno venire protette in un altro modo.
“La rabbia lo ha fatto ricorrere alla violenza delle armi”, scrive invece la Aargauer Zeitung, che si fa portavoce di un sentimento di impotenza diffuso tra la popolazione di fronte a tragedie che non si possono capire, spiegare, esprimere a parole e che fanno dire all’uomo della strada “No, non è possibile, cose del genere nel nostro Paese non sono mai successe”.
Inevitabile il paragone con gli attacchi terroristici negli Stati Uniti. Secondo il giornale argoviese il fatto che non si sia trattato di un attentato terroristico non serve certo a placare gli animi: poco importa, per le persone coinvolte, che i morti siano 7mila come negli USA o 15 come in Svizzera. “Ora anche in Svizzera la realtà non è più quella di una volta”, conclude il quotidiano.
Un’opinione condivisa dal Tages Anzeiger di Zurigo, che scrive “niente è più come prima. Guerra, bombe, attentati sucidi, una realtà quasi quotidiana che finora percepivamo con un certo distacco, quasi con una diffusa indifferenza; la sicura Svizzera ci sembrava lontana da queste vicende, scuotevamo la testa quando leggevamo di studenti impazziti che nelle scuole americane uccidevano i compagni. Ci consolavamo pensando che qui la nostra società non è così malata e che qui da noi queste cose non succedono”. E invece è successo.
Fa parte della tradizione svizzera garantire l’accesso del pubblico a tutti i dibattiti politici su scala nazionale, cantonale o comunale, anche l’accesso ai parlamenti è libero. In futuro però bisognerà rivedere questa particolarità elvetica.
La Neue Zuercher Zeitung pone l’accento proprio su questa problematica: “la tragedia di Zugo compromette la fiducia dell’opinione pubblica in una società aperta: nel nostro caso concreto la fiducia che il nostro Paese aveva nel contatto diretto coi rappresentati delle istituzioni politiche”.
“La Svizzera in lutto”: questo è il titolo scelto dal quotidiano popolare Blick che riporta le foto in bianco e nero delle 14 vittime nonché una fotografia del presidente del Consiglio nazionale Peter Hess e del presidente della Confederazione Moritz Leuenberger profondamente scossi davanti al palazzo del governo di Zugo.
Aumenta il sentimento di insicurezza
Sul Corriere del Ticino, il direttore Giancarlo Dillena sottolinea che nulla collega la strage di Zugo con gli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre, se non l’aspetto emotivo.
Quanto avvenuto a Zugo, scrive “ha un inevitabile impatto amplificatore sul piano delle emozioni, rafforzando il sentimento di insicurezza e di ansia che aleggia nell’aria.” Ma, avverte, al di là dello sconcerto e del cordoglio “la calma della ragione deve riprendere il controllo in ciascuno di noi.”
La Regione ritiene che la sparatoria abbia affossato “il credo naturale e spontaneo nell’inviolabilità dei sacrari della nostra democrazia.” A suo avviso, sarà necessario “rafforzare la sicurezza dei centri nevralgici della democrazia”, ma senza che la Svizzera si rintani “in un bunker di paura.”
Anche il Giornale del Popolo richiama la necessità di più “rigorose misure di sicurezza a protezione della popolazione civile innocente e delle autorità politiche”, ammonendo però di non fare “di ogni erba un fascio” e di non autorizzare “derive contro la privacy dei cittadini.”
Emozione e sconcerto anche all’estero
Il gesto ha suscitato una grande eco anche all’estero, forse perché dopo l’11 settembre il mondo ha imparato a reagire con più emotività a simili fatti. Sia la stampa internazionale che i vari Paesi sono rimasti molto scioccati.
Il governo tedesco e l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa hanno osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime. Il parlamento italiano e il governo del Liechtenstein hanno reagito con sgomento e commozione alla notizia.
Anche le grandi catene televisive europee e perfino la CNN americana ne hanno parlato, riferendo ampiamente in merito, inviando a Zugo corrispondenti speciali. In Germania le grosse testate come Die Welt o il popolare Bild scrivono: “Un fatto di sangue così inconcepibile nella pacifica Svizzera”.
La stampa inglese va oltre e afferma che la reputazione della Svizzera quale Paese sicuro è stata scossa, dice ad esempio il Financial Times. L’Herald Tribune cita il sindaco di Zugo che interpreta l’attacco di un folle come l’attacco alla democrazia diretta svizzera.
La stampa italiana rileva l’eccezionalità del fatto di sangue a Zugo rispetto alla tradizione svizzera di pace e di sicurezza. “La guerra che il mondo si attende fra i monti dell’Afghanistan scoppia qui, nell’isola più tranquilla della tranquillità svizzera”, scrive la Repubblica. Ma in un approfondimento dedicato all’assassino, il quotidiano pone l’attenzione sulle “armi micidiali che la democrazia svizzera affida ai suoi soldati” e che “stanno in tutte le case della Confederazione”.
Infine, il Corriere della Sera chiede retoricamente: come è potuto accadere tutto ciò “nell’ombelico della tranquillità sociale?” Ma poi nota che “da anni anche i più resistenti assertori del cliché ‘Svizzeraverde’ sanno bene che persino la Confederazione Elvetica, come ogni angolo di mondo, deve fronteggiare le sue tragedie pubbliche e private.” Il giornale milanese sottolinea pure il ruolo simbolico dell’attacco ad un’istituzione come il parlamento.
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