Il Centro culturale svizzero, un’istituzione che ha attecchito a Milano
A Milano si è svolto con una festa il passaggio di consegne tra Chasper Pult, direttore uscente del Centro Culturale Svizzero (CCS), e Domenico Lucchini, nuovo responsabile. Un passaggio nel segno della continuità: il CCS, che a Milano si è fatto un nome per la qualità della sua offerta, continuerà a fungere da ambasciatore in tutta l'Italia della diversità culturale svizzera.
Al momento del suo arrivo a Milano, quattro anni, fa, Chasper Pult si era trovato a dovere comporre con una città in crisi, invischiata nella tormenta di “Mani pulite”. Nel contempo, anche dalla Svizzera giungevano segnali di tempesta, con la questione aperta dei fondi ebraici in giacenza. Due situazioni difficili che si inserivano su un dato di fatto di sempre: la Svizzera è culturalmente una quantità trascurabile in Italia, perché anche i suoi figli più famosi – si pensi a Dürrenmatt o a Giacometti – sono percepiti in Italia rispettivamente come cittadino tedesco e italiano.
Come riuscire dunque con il CCS appena creato dalla Fondazione Pro Helvetia a superare questi ostacoli e interessare un pubblico esigente come quello milanese? La strategia di Pult è stata fin dall’inizio quella di proporre un programma di qualità e rivelare soltanto in un secondo tempo l’elveticità dello scrittore, del poeta o del musicista presentati. Il “sotterfugio” alla base era quello di coinvolgere ogni volta delle personalità italiane conosciute. La gente veniva al CCS per incontrare queste personalità e così scopriva anche l’aspetto svizzero.
E la strategia si è rivelata pagante. “Al termine di questi quattro anni, ci confida Pult, le cose sono cambiate. La Svizzera oggi è integrata nella dinamica culturale milanese grazie alle serate che proponiamo qui al CCS e ad avvenimenti collaterali fuori del centro.” Grazie alla grande mostra realizzata in collaborazione con l’editore Mazzotta, ad esempio, i milanesi sanno oggi che la famiglia Giacometti è originaria del cantone dei Grigioni.
Secondo Pult, i milanesi hanno anche capito che la Svizzera ha una ricchezza culturale da offrire. “Io sento spesso dire oggi dai milanesi, precisa il direttore uscente: non possiamo immaginarci Milano senza il CCS.”
Al momento dell’inaugurazione, quattro anni fa, la ministra della cultura svizzera Ruth Dreifuss invitò a presentare anche i problemi della Svizzera e non soltanto i suoi successi. Un appello raccolto dal CCS, che ha, ad esempio, organizzato serate sulla problematica della Svizzera durante la seconda Guerra mondiale, invitando anche il professor Bergier.
Il CCS ha però anche voluto dire ai milanesi quanto la Svizzera faccia culturalmente parte dell’Europa, quanto abbia in comune con le altre culture. “Abbiamo voluto fare capire che la Svizzera non è un’isola, che almeno parte della popolazione è aperta, europea, con una propria dinamica e pronta a confrontarsi con i problemi di ogni giorno.”
Il compito del CCS non si limita però al territorio di Milano, perché il suo mandato gli impone anche di coinvolgere il resto dell’Italia. E allora il CCS si è aperto anche al centro-sud, con manifestazioni nel campo letterario, musicale e della danza contemporanea.
Il pubblico conquistato a Milano è essenzialmente italiano: Pult ha sempre voluto evitare di allestire un programma su misura per la colonia svizzera. “Se gli svizzeri vengono, tanto meglio, ma il nostro obiettivo principale resta quello di raggiungere i milanesi. Il nostro pubblico è eterogeneo, tutte le generazioni e i generi sono rappresentati.”
Un lavoro esigente, che ha richiesto “una presenza totale al 200 percento”. Ora che il CCS è bene avviato, Chasper Pult torna nelle Alpi retiche “per dare spazio anche ad altri valori, come, ad esempio, la famiglia.”
La responsabilità passa a Domenico Lucchini, addetto culturale del comune di Chiasso e in passato attivo alla promozione cinematografica dell’Ufficio federale della cultura. Lucchini intende per cominciare inserirsi nel solco già tracciato da Pult. “Il CCS è diventato un punto di riferimento a Milano e quel che resta forse ancora da approfondire è il lavoro d’irradiamento su tutto il territorio italiano.”
Un lavoro che Lucchini non intende svolgere soltanto nei centri nevralgici, ma anche nelle periferie, “dove proporrà la diversità e la ricchezza delle quattro culture presenti in Svizzera.” Per l’insieme delle attività del CCS, compresi i costi d’infrastruttura e di personale, Pro Helvetia mette a disposizione 850.000 franchi all’anno. Domenico Lucchini non esclude di cercare altre fonti di finanziamento tramite talune forme di partenariato o lo sponsoring.
Mariano Masserini, Milano
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