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L’arte che apre le porte

Stefan Banz. Bundesamt für Kultur

Stefan Banz ha curato la mostra nel padiglione svizzero della 51esima Biennale dell’arte di Venezia. Un’intervista.

Artista, critico d’arte, curatore, Banz è convinto che l’arte possa trasformare la società. E ha perciò scelto per la città sulla laguna quattro artisti che s’interrogano sul mondo.

I padiglioni nazionali alla Biennale dell’arte di Venezia sono una vetrina importante per presentare all’estero il lavoro artistico di un paese. Non stupisce perciò che in passato la Svizzera abbia spesso affidato il suo padiglione ad un solo artista, già affermato.

Quest’anno al Commissione nazionale d’arte, che seleziona gli artisti per la Biennale, ha però voluto seguire una via diversa, affidando le cure della mostra ad uno dei suoi membri, Stefan Banz, e aprendo il padiglione progettato da Bruno Giacometti a quattro artisti non ancora troppo conosciuti.

Banz, evitando le secche di un’arte fine a se stessa, ha optato per una mostra che affrontasse un tema socialmente rilevante come quello dell’identità e ha scelto quattro artisti svizzeri dalle radici multiculturali: Gianni Motti, Shahryar Nashat, Marco Poloni e Ingrid Wildi.

Alla mostra ha dato un titolo poetico, «Shadows collide with people» (Ombre che si scontrano con persone), dove le ombre vanno lette come metafora dell’arte, che può esistere solo se riflette la realtà.

swissinfo: Quattro artisti per un padiglione. È una formula nuova per la Svizzera. Perché questa scelta?

Stefan Banz: Dopo la mostra di Urs Lüthi nel 2001, la Commissione federale d’arte, che ha anche un ruolo di promozione di giovani talenti, ha ritenuto che bisognasse aprire la Biennale anche ad artisti meno noti. Nel 2003, il padiglione elvetico ha ricalcato questa scelta (ospitando Emmanuelle Antille, NdR).

Quest’anno io ho però suggerito che fosse preferibile non sovraccaricare artisti che hanno poca esperienza espositiva alle spalle. Forse è meglio se un giovane artista si concentra su una sola opera. Se poi l’opera non funziona al 100%, l’effetto è attutito dalla presenza di altri artisti.

swissinfo: Ritiene che la formula abbia avuto successo?

S.B.: La formula ha funzionato bene. Un’artista come Ingrid Wildi, finora poco nota all’estero, ha ottenuto parecchie lodi per il suo contributo molto toccante. Questa esperienza aprirà per lei nuove prospettive.

Quanto a Gianni Motti, la sua presenza alla Biennale, sia nel padiglione svizzero sia nella selezione internazionale, equivale ad una definitiva consacrazione. A questo ha contribuito naturalmente anche la famosa saponetta all’Art di Basilea. Di lui si può dire che è l’artista di maggior successo dell’estate.

swissinfo: Come ha concepito la mostra nel padiglione svizzero?

S.B.: Sono partito dall’idea di tematizzare una questione molto presente nel mondo contemporaneo, in particolare in Svizzera: la questione dell’identità. Si tratta di un concetto paradossale, soprattutto in ambito artistico.

Se si guarda all’identità da un punto di vista tradizionale, questa rimanda solo all’idea di «essere a casa». Ma se la si mette in discussione, se la si affronta criticamente, allora può aprire delle porte. Gli artisti che ho scelto portano dentro di sé una porticina aperta. Sono svizzeri, ma hanno anche un’altra origine. Questo ha influito in qualche modo sul loro lavoro.

swissinfo: Si può dire che si tratta di una mostra sulla Svizzera multiculturale?

S.B.: Sì, la mostra riguarda in qualche modo la multiculturalità della Svizzera, ma evitando i luoghi comuni. Voglio dire: se un’artista viene dal Cile (Ingrid Wildi è nata e cresciuta in Cile, NdR), non bisogna aspettarsi che sia un’india con una lancia in mano. Le cose sono più complicate.

In fondo, la domanda fondamentale è: cosa significa essere svizzeri? Nel padiglione della Biennale si fa vedere che un’identità può sorgere dalla molteplicità, dal plurilinguismo.

swissinfo: La Svizzera s’interroga spesso sulla questione dell’identità. Più di altri paesi. Perché secondo lei?

S.B.: Perché siamo un paese dove culture diverse si incontrano e convivono. In Svizzera un’identità lineare, semplice, non è possibile. Qui la questione dell’identità deve essere posta in maniera più complessa, perché è in relazione con la fragilità, con la pluralità, con il paradosso.

In fondo questa situazione si riflette nel nostro sistema politico. L’idea della concordanza, nonostante gli attacchi subiti negli ultimi anni dalla destra radicale, rimane una cosa unica al mondo, una specialità svizzera. La molteplicità che porta all’identità.

swissinfo: Lei sembra credere che l’arte possa aiutare a capire e forse a cambiare il mondo…

S.B.: Sì, in qualche modo lo credo. Certo, l’arte non parla alle grandi masse. Ma raggiunge un’elite, persone che hanno una posizione importante nella società. Se l’arte riesce ad influenzare il loro immaginario, allora sono convinto che può sortire degli effetti. Può contribuire ad un atteggiamento di apertura, di tolleranza.

Intervista swissinfo: Andrea Tognina

Il contributo svizzero alla Biennale è costituito un’installazione di Pipilotti Rist nella chiesa di San Stae, sul Canal Grande, e da una mostra curata da Stefan Banz nel padiglione svizzero ai Giardini della Biennale.

Gli artisti ospitati nel padiglione sono Gianni Motti, Shahryar Nashat, Marco Poloni e Ingrid Wildi.

Gianni Motti, insieme a Christoph Büchel, è presente anche nella selezione internazionale della Biennale, con l’«Iniziativa Guantanamo».

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