La Guerra vista dal Ticino
Immagini in bianco e nero sulla guerra, fra il '39 e il '45, osservata dalla Svizzera italiana. Da momenti della vita di tutti i giorni in Ticino ai drammatici scatti della Milano appena liberata.
A Bellinzona, l’Archivio di Stato rende omaggio al fotoreporter grigionese Christian Schiefer.
Bianco e nero per sguardi senza tempo
Nelle pieghe della storia svizzera e italiana, in Bianco e Nero. Accanto ad una “Balilla” targata TI 2704 passa un’anziana in nero con colletto bianco inamidato, lo sguardo duro; cadaveri gonfi appesi a testa in giù, sotto di loro, facce sorridenti; una lavagna in una classe scolastica che riporta la scritta “oggi la guerra è finita, arriva la pace!”, la maestra tiene nella mano destra la bandiera svizzera. I bambini sembrano smarriti.
“Tutto questo è la quotidianità della guerra vista da Christian Schiefer”, spiega a swissinfo il regista Villi Hermann, fra gli ‘autori’ della mostra. “Queste immagine sono di grande attualità visto che tutte le guerre sono uguali, tra violenza e sprazzi di umanità.”
“Osservando queste foto”, prosegue il regista, “è come essere a Baghdad: gli americani hanno il medesimo comportamento da liberatori-conquistatori; le atrocità ci sono sempre e chi soffre è la popolazione. È chiaro che la Storia si ripete e Schiefer ha perfettamente documentato tutto ciò.”
La carrellata di scatti, scelta da Villi Hermann – che sta tra l’altro preparando un documentario sul fotografo – e dal giornalista Antonio Mariotti, mette in evidenza diversi aspetti della vita quotidiana in Ticino a ridosso del periodo bellico.
Un fotoreporter attento al dettaglio
“Christian Schiefer”, spiega a swissinfo Antonio Mariotti, “è morto nel 1998, all’età di 102 anni, e proprio 102 sono simbolicamente le sue fotografie in mostra.”
Fotografo d’origine grigionese stabilitosi a Lugano nel 1920, dagli anni ’30 collabora con giornali e riviste illustrate di tutta la Svizzera.
“Le sue foto più famose scattate in Italia documentano il periodo di guerra ’39-’45. Il fatto che Schiefer venisse dal Ticino ha dato un’ottica diversa agli scatti: Schiefer si è soffermato su aspetti di vita quotidiana che magari un fotografo di guerra avrebbe lasciato perdere.”
Lo scatto più impressionante? “Senza dubbio l’immagine dei cadaveri di Mussolini, Petacci e altri.”
Nell’aprile del 1945, inviato della Schweizer Illustrierte, Christian Schiefer ha infatti realizzato alcuni degli scatti più celebri della Liberazione di Milano: la memoria collettiva conserva proprio le immagini dell’esposizione a Piazzale Loreto dei cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, appesi a testa in giù, che vennero pubblicate in tutto il mondo.
“Sono situazioni irrazionali che fanno parte della logica perversa della guerra.” Signor Mariotti, a me viene in mente il parallelismo con l’immagine delle statue di Saddam Hussein tirate giù a viva forza a Baghdad. “È vero, è vero…”
Volti alla ricerca di un rifugio
“La mostra di Bellinzona ha un’appendice”, prosegue Mariotti, “con una selezione di 108 ritratti che Schiefer scattò a circa 400 richiedenti l’asilo che arrivarono a Lugano nel ’43.”
Qualcuno si è riconosciuto in questi scatti? “Una trentina di persone sono state identificate”, spiega Mariotti, e alcune sono state filmate da Villi Hermann.”
Ma non ci è dato di conoscere i volti della moltitudine di uomini, donne e bambini che, respinti dalla Svizzera, hanno dovuto fare ritorno in Italia, finendo nella stragrande parte dei casi per essere deportati nei campi di sterminio nazisti dove hanno trovato la morte.
La frontiera meridionale e i profughi
“Nel 1943”, spiega a swissinfo lo storico Fabrizio Panzera, “il Ticino ha accolto il maggior numero di rifugiati dalla frontiera meridionale. Ha quindi avuto un ruolo centrale all’interno della politica della Confederazione.”
Si può trasportare la stessa importanza del Ticino anche ai giorni nostri, tra guerre e persone in fuga? “Di sicuro non c’è l’emergenza del 1943”, ci risponde Panzera, “in ogni caso la frontiera meridionale è ancora oggi importante proprio per i rapporti con l’Italia, che sappiamo essere una Terra di approdo.
Si, effettivamente sarebbe interessante poter fare un parallelo tra la situazione – più drammatica – degli anni della Seconda Guerra Mondiale e quella di oggi, che vede comunque una buona sollecitazione alla frontiera ticinese.”
1922-45: una ricerca sulla frontiera meridionale
L’argomento è ora nuovamente oggetto di uno studio approfondito. Il progetto si chiama “La frontiera meridionale della Confederazione e i profughi negli anni del fascismo e del nazionalsocialismo (1922-1945)”.
Lo Studio è coordinato dall’Archivio di Stato del Cantone Ticino tramite proprio Fabrizio Panzera.
Lo scopo è quello di studiare le relazioni sviluppatesi lungo la frontiera con l’Italia negli anni del fascismo e la Seconda Guerra Mondiale.
“Uno degli aspetti più importanti da chiarire”, conclude Fabrizio Panzera, “è quello della sorte dei rifugiati giunti alla frontiera meridionale tra il 1938 e il 1945, vicende sulle quali la ‘Commissione indipendente d’esperti svizzera’ (Bergier) non è stata in grado di fornire risposte convincenti.”
swissinfo, Maddalena Guareschi, Bellinzona
Fino al 31 luglio è esposta a Bellinzona (Archivio di Stato) la mostra fotografica che getta uno sguardo realistico sulla vita del Ticino e del Nord Italia, nel periodo cruciale 1939-45.
Le immagini del fotografo grigionese Christian Schiefer mostrano attimi di vita quotidiana in Ticino, ma anche i drammatici momenti della Milano appena liberata.
Fanno ormai parte della memoria collettiva le sue foto dei cadaveri di Mussolini e della Petacci appesi in Piazzale Loreto.
Parallelamente alla mostra si riapre anche la polemica sui profughi respinti o accolti in quel periodo alla frontiera svizzera con l’Italia.
Schiefer nasce a Davos nel 1896
102 anni di vita, 73 di foto
1939-45: è fotoreporter militare nel Servizio Stampa e radio; da qui le sue foto in mostra
1998: muore a Lugano, all’età di 102 anni
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