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Perché il popolo svizzero si fida dello Stato

Luci e ombre del franco svizzero

Calco di una moneta
Nelle prime bozze per la moneta da cinque franchi odierna, l'alpigiano brandiva una mazza chiodata. Sincona AG

In tempi di crisi, gli investitori internazionali si affidano al franco svizzero. La sua reputazione è dovuta a una politica che spesso antepone la stabilità valutaria agli interessi dell'economia di esportazione.

Il dollaro statunitense è protagonista rap. Dalla crisi economica del 2008, però, anche il franco svizzero è spuntato nelle canzoni, come simbolo di ricchezza, champagne, auto di lusso e cocaina.

Il cantante R’n’B Ryan Leslie ha persino dedicato un intero brano alla valuta elvetica con “Swiss Francs”. Sulle note opulente di ottoni e una base ritmica incalzante, l’artista si aggira sulle rive del lago di Zurigo con la sua Porche e parla dei suoi franchi svizzeri su un conto svizzero davanti al Grossmünster. È l’epitome del suo successo immaginario.

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Le apparizioni del franco nella cultura pop sono raramente così glamour. La sua evoluzione come moneta, invece, è impressionante. Nel 1914, con un dollaro statunitense si compravano più di 5 franchi, oggi poco meno di uno. Per una sterlina si ottenevano 25 franchi, oggi si racimola un franco e 10 centesimi. Anche nel 2022 e 2023, il franco sfida l’inflazione meglio di molte altre valute.

La “guerra santa” per una moneta stabile

Poco dopo la sua introduzione nel 1850, il franco svizzero veniva prontamente fuso perché l’argento di cui era fatto rendeva più del valore nominale. Per molto tempo fu poco utile come moneta, rimanendo solo una debole appendice del padre, il franco francese.

“Negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, il franco tendeva a essere debole perché non c’era una politica monetaria coerente”, afferma lo storico Patrick Halbeisen, che dirige gli archivi della Banca Nazionale Svizzera (BNS).

Fu proprio la BNS a introdurre questa politica monetaria coerente a partire dal 1907. Da quel momento in poi, ha aperto e chiuso le porte della produzione monetaria e le sue decisioni influenzano ancora oggi la moneta rossocrociata.

Negli anni della sua fondazione, la Banca nazionale seguiva rigorosamente il Gold Standard internazionale: il valore delle banconote emesse doveva corrispondere a una quota fissa di oro nei caveaux della banca centrale.

Il fatto che la Confederazione sia stata risparmiata dalla Prima guerra mondiale gettò le prime basi per l’ascesa del franco svizzero, fino ad allora poco appariscente, nel novero delle valute forti. Il franco si affermò come valuta di crisi, un rifugio sicuro per gli asset.

Moneta d oro
Il Vreneli d’oro, una moneta d’oro da 20 franchi, è ancora oggi un regalo popolare per le bambine e i bambini svizzeri. Quando fu coniata per la prima volta, nel 1897, c’è chi si lamentò, sostenendo che l’immagine di una giovane ragazza non fosse degna di essere impressa sul franco svizzero. Keystone / Ho

Nel 1929 il mercato azionario crollò e tutte le valute iniziarono a perdere rapidamente valore. In Svizzera, l’ancoraggio all’oro fu mantenuto e il franco rimase relativamente stabile, mettendo però in difficoltà l’economia delle esportazioni.

Nel 1936, solo tre Paesi mantenevano ancora il Gold Standard: Francia, Svizzera e Paesi Bassi. Il Consiglio federale decise, con una legge d’emergenza, di ridurre il supporto aureo del franco.

Halbeisen legge questa lunga attesa soprattutto come l’espressione di un’interiorizzazione della mentalità del Gold Standard: “Non si riusciva a immaginare come condurre una politica monetaria stabile senza ancorarla all’oro. Tuttavia, la BNS non era la sola. Le altre banche centrali hanno abbandonato il supporto aureo solo perché costrette dal mercato”.

Nonostante l’effetto economico positivo, all’esterno della banca centrale si manifestò un certo malcontento. La “Finanz-Revue” parlò di “disastro nazionale” e di “colpo di Stato economico”.

Ernst Laur, rappresentante dei contadini svizzeri, guardò a questo evento con molto pathos: “Madre Helvetia (…) ha dovuto scendere dal suo posto d’onore. (…) Sì! Sarebbe stato un atto grandioso se (…) la nostra moneta fosse rimasta il polo fisso sul quale le monete di tutto il mondo avrebbero potuto allinearsi”.

Fritz Leutwiler, direttore della BNS dal 1959 al 1974, descrisse in seguito l’impegno della BNS a favore di una moneta stabile e del Gold Standard come una “guerra santa”. Nel sistema valutario con tassi di cambio stabili che prevalse dopo il 1945, il dollaro divenne la valuta principale, ma era ancora agganciato all’oro. Anche in questo caso, la Svizzera si attenne meticolosamente alle linee guida fino agli ultimi anni Sessanta. Per Leutwiler ciò era parte integrante del “fair play” monetario.

La frusta monetaria

Alla fine degli anni Sessanta era quasi impossibile rispettare il tasso di cambio stabilito, il dollaro era in crisi e il flusso di fondi verso il franco non poteva essere contrastato. Nel 1973, la BNS passò quindi a un sistema di tassi di cambio flessibili.

Il franco non aveva più un’ancora fissa. Insieme alla Germania, la Svizzera si affidava ora ai concetti monetaristi: comunicava il previsto aumento della quantità di moneta stampata. L’inflazione era ora al centro degli sforzi di stabilizzazione, non più il valore del franco – il che portò immediatamente a un massiccio apprezzamento nella crisi economica in corso. Il crollo dell’economia svizzera nella crisi petrolifera degli anni Settanta fu più grave che in quasi tutti gli altri Paesi.

L’industria delle esportazioni subì una contrazione senza precedenti, in particolare quella tessile. Solo la disoccupazione rimase moderata, perché 250’000 lavoratori e lavoratrici stranieri dovettero tornare nei Paesi d’origine.

Nel 1978, la BNS si arrese e fissò un obiettivo di tasso di cambio per disincentivare gli acquisti di franco svizzero. Un franco non doveva valere più di 80 pfennig tedeschi – un annuncio che calmò il mercato del franco per anni.

La Svizzera visse una fase simile all’inizio degli anni Novanta – la discussione su quegli anni resta accesa ancora oggi tra gli economisti. Anche allora, la BNS lasciò che il franco aumentasse di valore per molto tempo. Solo nel 1996 comunicò ai mercati un obiettivo, sempre a scapito dell’economia di esportazione.

Banconote del 1911
Raffigurazioni dell’operosità svizzera sulle banconote del 1911. Keystone

In risposta alla crisi economica del 2008, il tasso di cambio del franco tornò a salire e nel 2011, la BNS lo agganciò all’euro. Quando rimosse questo ancoraggio nel 2015, il valore s’impennò di nuovo bruscamente, ma questa volta con conseguenze meno brutali per l’industria. C’era chi lodava il franco forte come una “frusta valutaria” che spingeva l’economia svizzera a una maggiore efficienza.

Daniel Lampart, economista capo dell’Unione sindacale svizzera (USS), la vede diversamente: “Ogni fase di apprezzamento del franco ha portato a dolorose perdite di posti di lavoro”. Negli anni Settanta ha colpito l’industria orologiera, negli anni Novanta l’industria elettrica e ferroviaria e attualmente l’industria alimentare e quella dei macchinari. “Sempre più spesso vengono colpite le icone dell’economia elvetica: il Toblerone va in Oriente e il Cervino scompare dal logo sulla confezione. Il franco forte non è mai l’unico problema, ma sta uccidendo molti posti di lavoro”, afferma .

Lampart, che ha fatto parte del Consiglio di banca della BNS dal 2007 al 2019, ritiene che la riluttanza della BNS ad agganciare il franco sia anche il segnale di una sfiducia di fondo nei confronti dello spazio europeo: “L’eurozona – soprattutto con Paesi come l’Italia, la Spagna o la Francia – è vista come instabile e politicamente diversa. Una visione con carattere nazional-conservatore.”

Lampart relativizza questo orgoglio. Secondo lui, il franco non è così importante come valuta di crisi: “È importante soprattutto per le svizzere e gli svizzeri. Gli investitori stranieri investono nel franco solo per non puntare tutto sul dollaro o sull’euro. Oppure speculano sul suo apprezzamento in periodi di crisi. La nostra valuta non è centrale a livello internazionale”.

Nonostante tutte le lodi, probabilmente non vedremo mai il simbolo del franco appeso a una catena d’oro al collo di un rapper.

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