Nessuna paura dei frontalieri
I cantoni di confine della Svizzera tedesca guardano con tranquillità alla votazione sulla libera circolazione delle persone. Non si aspettano un'ondata d'immigrati.
I cittadini svizzeri votano il 25 settembre in merito all’estensione dell’accordo di libera circolazione delle persone ai 10 nuovi membri dell’UE.
«Chi sta a Basilea è abituato da anni a lavorare con gente che viene da altre nazioni. I frontalieri sono una realtà da tempo: lavorano a Basilea e abitano all’estero, nelle zone di confine». Così Sonja Regna descrive l’atteggiamento dei basilesi nei confronti del voto del 25 settembre.
La Regna, una dirigente del sindacato Unia, constata che l’estensione dell’accordo non è il tema al centro delle preoccupazioni dei lavoratori attivi nel cosiddetto «Dreiländereck», il luogo dove convergono tre Stati.
«Ritengo che la gente sia molto più interessata alle condizioni di lavoro in generale», dichiara Sonja Regna a swissinfo.
Il mercato del lavoro ha bisogno di forze straniere
Al contrario di Ticino e Ginevra, i cantoni di confine della Svizzera tedesca – Basilea, Sciaffusa e San Gallo – non hanno registrato un aumento significativo dei frontalieri da quando, un anno fa, è entrato in vigore l’accordo di libera circolazione delle persone con i primi quindici paesi dell’Unione europea (UE).
Per questo sono ben pochi a temere che un sì il 25 settembre provocherà un’invasione del mercato del lavoro da parte di mano d’opera a buon mercato proveniente dai dieci paesi che hanno raggiunto l’UE il primo maggio 2004.
«Se a Basilea c’è una discussione pubblica in merito ai pericoli legati all’estensione della libera circolazione delle persone in un cantone di frontiera, allora non me ne sono proprio accorta», commenta Marie-Thérèse Kuhn, direttrice dell’Ufficio per l’economia e il lavoro del semicantone di Basilea città.
«Confiniamo con la Francia e la Germania e da un punto di vista economico abbiamo dei legami molto stretti con l’Alsazia e la Baviera del sud. Basilea è un cantone molto aperto», spiega la Kuhn a swissinfo. «Il mercato del lavoro ha urgente bisogno di persone che vengono dall’estero. Confrontato con il resto della Svizzera, il canton Basilea ha una quota più elevata di posti di lavoro per abitante».
L’apertura come bene da curare
Anche il governo basilese si schiera senza esitazioni per un sì alla libera circolazione. Senza forza lavoro straniera, l’economia e la ricerca non potrebbero andare avanti. E secondo il governo, le misure d’accompagnamento sono uno «strumento per combattere gli abusi».
Ralph Lewin, presidente del governo basilese, ha dichiarato che si tratta di mantenere le buone relazioni con i cittadini degli Stati dell’Unione europea. Un piccolo paese come la Svizzera, afferma Lewin, deve proteggere e prendersi cura della sua immagine di Stato internazionale e aperto.
Il 94% da Germania e Austria
Anche nei cantoni di confine della Svizzera orientale la campagna per il voto del 25 settembre non si differenzia da quella in atto nel resto della Svizzera tedesca. Anche qui, il sindacato Unia si pronuncia in favore del sì e definisce le misure d’accompagnamento «una protezione efficace per i nostri salari».
Le associazioni economiche, così come altrove, cercano di spiegare alla gente che un no metterebbe in pericolo i rapporti con partner commerciali importanti e che favorirebbe nuovi e deleteri ostacoli al commercio.
Nicolo Paganini, direttore dell’Ufficio dell’economia del canton San Gallo, fa notare che lo scorso anno il 62% dei frontalieri proveniva dalla Germania e il 32% dall’Austria. Dagli altri paesi europei sono arrivati olandesi, italiani, un portoghese, ma nessuno spagnolo e nessun greco. «Dai paesi con i quali c’è il più alto divario di benessere e salari non è arrivato nessuno», commenta Paganini.
L’ostacolo della distanza geografica
Non c’è nessuno che si offra di venire dallo Schleswig-Holstein per posare un pavimento in una casa monofamiliare svizzera: la distanza non vale l’incarico. È più probabile che ci siano offerte dalla Germania meridionale o dal Vorarlberg austriaco.
Paganini suppone che questa «protezione» offerta dalla distanza avrà i suoi effetti anche sui lavoratori dell’Europa dell’Est. Probabilmente polacchi, ungheresi e cechi verrebbero volentieri a lavorare in Svizzera. Visto il costo della vita nella Confederazione, però, gli stipendi svizzeri sono interessanti solo se è possibile spenderli nel paese d’origine. E da questo punto di vista la distanza è un ostacolo non irrilevante.
swissinfo, Andreas Keiser
(traduzione, Doris Lucini)
Attualmente sono 19’000 le persone provenienti dai 10 nuovi paesi dell’Unione europea che vivono in Svizzera.
I più numerosi, 4’900, sono i polacchi. Nel 2004, dalla Polonia sono arrivate 674 persone. 285 polacchi hanno invece lasciato la Svizzera.
Per i lavoratori provenienti dai nuovi paesi dell’Unione europea, la Svizzera ha stabilito un contingente di 700 permessi della durata di 5 anni. Il contingente è sfruttato solo al 20%.
Il grado di sfruttamento per i 2’500 permessi a breve durata (un anno) è del 75%.
In Svizzera vivono 846’000 cittadini provenienti dai primi 15 paesi dell’Unione europea.
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