Neuchâtel espone l’illusione
Tre grandi esposizioni, un unico tema, un anno per visitarle: il Musée d'art et d'histoire, il Musée d'ethnographie e il Museum (storia naturale) di Neuchâtel invitano a scoprire "La grande illusion" in tutte le sue variazioni.
Le esposizioni tematiche, ultimamente, sono di gran moda: solo quest’anno ci si poteva chinare sulla “bellezza” a Bordeaux o sul “tempo” al Beaubourg di Parigi. E per tutto l’anno che viene, dal 21 ottobre 2000 alla stessa data del 2001, anche Neuchâtel fa la sua parte, con il tema “illusione”. Il titolo della triplice esposizione non ha nulla a che fare con il capolavoro cinematografico di Jean Renoir: è piuttosto lo stimolo per uno sforzo museale di grande respiro.
I tre musei cittadini si sono infatti messi d’accordo per il tema, ma hanno lavorato segretissimamente ai loro progetti, in modo che il loro sguardo incrociato fosse più aperto alla creatività e, perché no, a un pizzico di competizione. E questa scelta di libertà porta con sé una grande ricchezza di contenuti, con l’ovvio rischio connesso di fare “troppo fumo e niente arrosto”.
Un rischio rappresentato in particolare dall’approccio sostenuto dal Museo Etnografico: sotto la direzione del sulfureo Jacques Hainard, questo museo è abituato alle provocazioni che sballottano il pubblico in esposizioni di difficile lettura: con la scusa del pensiero debole, al visitatore viene lasciata la scelta se andare al di là del gioco di specchi della realtà, o vivere la mostra come un bazar divertente.
Qui il pubblico si trova confrontato con gli sciabordanti versi di Arthur Rimbaud (Après le déluge), che vengono pedissequamente messi in scena, senza dimenticare gli ammiccamenti alla società contemporanea: generosissimo incontro con Rimbaud, che però lascia il dubbio di uno smantellamento di ogni possibile “senso critico”, assunto come posizione intellettuale e non come provocazione.
Più coerente la scelta del Museo d’arte, che, attraverso una serie di stanze tematiche, legate ai vari dipartimenti dell’istituzione (storia, arti plastiche, arti applicate, numismatica, ecc.) propone un confronto più espressivo con l’illusione artistica, sia essa rappresentata dai disegni animati giapponesi, oppure dalle installazioni contemporanee “luminose” di David Ambrosius Huber (cui s’affiancano testi di Peter Handke).
Quando infine si torna “coi piedi per terra”, nel museo di storia naturale, ci si accorge che proprio da lì vengono gli spunti più attuali e profondi: il tema della morte – e della vita conservata ad ogni costo – viene sviluppato attraverso le figure dell’imbalsamatore, il problema delle protesi o l’illusione dell’eternità delle nuove tecnologie.
Concepita per far da sfondo all’Expo01, che nel frattempo è slittata, questa triplice ambiziosa esposizione condurrà a Neuchâtel un pubblico aperto alla rottura dei confini di genere e curioso di riflessioni e suggestioni: pronto a riflettere, soprattutto, sull’illusione dell’esporre e sui suoi trabocchetti. Guardacaso, in uno dei cataloghi accompagnanti l’esposizione neocastellana, François Confino con acutezza traccia lo sviluppo e il tramonto dell’illusione delle Grandi Esposizioni… e conclude – provocazione o vanto? – che l’unica che forse potrà salvarsi dalla deriva ideologica attuale, sarà proprio l’Expo02! Verifica tra un anno e mezzo, sempre qui a Neuchâtel, dove nel frattempo si potrà prepararsi la bocca con “La grande illusione”.
Pierre Lepori
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