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Riorganizzando la cooperazione allo sviluppo, la Svizzera manterrà il suo impegno per la democrazia?

Aiuto svizzero
In futuro, la Svizzera intende concentrarsi maggiormente sugli aiuti di emergenza; nella foto, il materiale destinato alla lotta contro la pandemia inviato in Nepal nel 2021. Prabin Ranabhat / Getty Images

Il Governo svizzero intende riorganizzare il proprio approccio agli aiuti esteri, spostando i fondi dalla cooperazione allo sviluppo a lungo termine ai finanziamenti umanitari a breve termine. Questo potrebbe rappresentare una cattiva notizia per i suoi sforzi volti alla promozione della democrazia. Un’analisi.

Nel maggio 2025, la Svizzera ha rilasciato una dichiarazione di politica estera che andava controcorrente rispetto alla tendenza globale. Mentre l’amministrazione Trump tagliava drasticamente gli impegni degli Stati Uniti nella promozione della democrazia a livello mondiale, e l’Europa si mostrava riluttante a colmare il vuoto, Berna si è fatta avanti.

Nel suo primo documento dedicato specificamente a questo tema, le nuove “Linee guida sulla democrazia”, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha annunciato l’intenzione di integrare il sostegno alla democrazia sia nella cooperazione allo sviluppo sia nell’azione diplomatica, impegnandosi a contrastare, laddove possibile, l’ulteriore erosione delle libertà democratiche.

A un anno di distanza, l’impegno suona ancora ambizioso, ma anche la situazione globale è in forte evoluzione. Lo smantellamento dell’USAID – il principale finanziatore della democrazia a livello mondiale prima del 2025 – imposto da Trump ha lasciato un vuoto di 3 miliardi di dollari (2,42 miliardi di franchi svizzeri) che non è ancora stato colmato. Altri organismi statunitensi, come il National Endowment for Democracy sostenuto dal Congresso, sono sopravvissuti, ma sono sotto pressione. E la filantropia privata spesso non si concentra a sufficienza sulle libertà e sui diritti civili, come ha recentemente sostenuto un articoloCollegamento esterno pubblicato dalla rivista trimestrale americana Journal of Democracy.

Ciò fa sì che il numero di sostenitrici e sostenitori della democrazia, tra cui qualche Stato europeo, Australia, Canada e Giappone, sia sempre più esiguo. Tuttavia “sebbene questi attori abbiano mantenuto molti dei loro impegni a favore degli aiuti alla democrazia e dei valori democratici, essi non hanno ampliato in modo sostanziale il loro impegno a favore della democrazia per rispondere alle esigenze del momento”, ha scritto a giugnoCollegamento esterno il Carnegie Endowment for International Peace, con sede a Washington.

Mentre molti Governi europei sono più preoccupati per la propria difesa (o per le proprie democrazie), Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia hanno addirittura tagliato gli aiuti all’estero. Per quanto riguarda l’UE, sembra destinata ad aumentare i finanziamenti negli aiuti allo sviluppo il prossimo anno, ma senza un bilancio dedicato alla democrazia.

>>> Dal 2000, la promozione della democrazia a livello globale è iscritta nella Costituzione svizzera. In che modo la Confederazione procede?

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Buone idee, finanziamenti poco chiari

E la Svizzera? Per il Carnegie, si tratta di un raro esempio in qualche modo positivo, avendo assunto un “impegno particolarmente prioritario a sostegno della democrazia entro il 2025” – in gran parte grazie alle nuove linee guida. Tuttavia, c’è la solita riserva finanziaria. Come altri paesi, la Svizzera ha in generale ridotto gli aiuti esteri negli ultimi anni, motivandolo con pressioni di bilancio. La domanda da farsi, ha scritto il Carnegie, è come ciò influenzerà i finanziamenti a favore della democrazia.

Un annuncio più recente sul futuro degli aiuti svizzeri non ha saputo offrire indizi, se non chiarezza. Il 24 giugno il Governo elvetico ha delineato i propri pianiCollegamento esterno: entro il 2030, l’attenzione si sposterà maggiormente verso gli aiuti umanitari a breve termine, allontanandosi dalla cooperazione allo sviluppo, ovvero quel tipo di progetti a lungo termine in cui spesso avviene la promozione della democrazia.

Il cambiamento di priorità è stato determinato da vincoli di bilancio e dalle “realtà” globali, ha dichiarato ai media il ministro degli Esteri Ignazio Cassis: più crisi, più guerre, più emergenze.

Finora, il DFAE guidato da Cassis non ha fornito dettagli su cosa questa riorganizzazione comporti concretamente per la democrazia. Nonostante le ingenti cifre in gioco – la cooperazione svizzera allo sviluppo subirà un calo di quasi il 23%, pari a 300 milioni di franchi (372 milioni di dollari) entro il 2030, mentre gli aiuti umanitari aumenteranno del 61%, pari a 330 milioni di franchi – è ancora “troppo presto per determinare” in che modo ciò influenzerà i programmi di promozione della democrazia, ha dichiarato Cassis a Swissinfo. L’impatto è “attualmente in fase di valutazione”.

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Non è difficile immaginare ripercussioni negative. Il sostegno svizzero alla democrazia è spesso integrato nei progetti di cooperazione allo sviluppo: ad esempio, il sostegno all’indipendenza parlamentare in Macedonia, alla governance decentralizzata in Kosovo o all’alfabetizzazione femminile nei paesi arabi. Nel 2024 sono stati stanziati circa 250 milioni di franchi per queste attività, circa il 10% del bilancio totale della cooperazione internazionale svizzera. Con lo spostamento dei fondi verso gli aiuti umanitari a breve termine, la dotazione si riduce.

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Ritiro dall’America Latina

Le nuove priorità geografiche potrebbero inoltre penalizzare le regioni sottoposte a pressioni autoritarie. Ad esempio, Berna terminerà definitivamente la cooperazione allo sviluppo in America Latina: “La Svizzera non può essere ovunque”, ha affermato Cassis a giugno. Eppure questa decisione arriva proprio mentre il continente è alle prese con tendenze antidemocratiche; inoltre stride con i ripetuti riferimenti all’importanza della democrazia che il Governo svizzero ha inserito nella Strategia per le Americhe 2026-2029.

Più vicino a casa, anche una riorganizzazione dipartimentale nella gestione degli aiuti potrebbe avere delle ripercussioni. In precedenza, i progetti erano talvolta gestiti dal DFAE, talvolta dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), con alcune sovrapposizioni. In futuro, la linea guida sarà “un paese, un dipartimento”: il DFAE si occuperà delle regioni a basso reddito come l’Africa, mentre la SECO si occuperà dell’UE, dei Balcani occidentali e di alcune aree dell’Asia. La giustificazione è che alcune regioni sono ora più adatte all’approccio della SECO incentrato sul commercio e sugli investimenti, piuttosto che alla cooperazione allo sviluppo. Cosa significherà questo per i progetti incentrati sulla governance in luoghi come il Kosovo, che potrebbero non portare benefici economici tangibili?

>>> Il nostro reportage dalla Macedonia del Nord dopo il ritiro dell’USAID:

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Spegnere gli incendi e prevenirli

Detto questo, non tutta la promozione della democrazia da parte della Svizzera è legata agli aiuti allo sviluppo. Le linee guida per il 2025 prevedono un altro approccio: la “diplomazia per la democrazia”, ovvero l’utilizzo del dialogo bilaterale e multilaterale per promuovere la democrazia come modello attraente. Su questo fronte, anche i dettagli di bilancio sono difficili da prevedere, ma potrebbero profilarsi dei tagli: il Governo prevede di risparmiare 11 milioni di franchi all’anno entro il 2030 nel settore della “pace e sicurezza”. In questo contesto, potrebbe essere interessata la divisione “Pace e diritti umani” del Dipartimento federale degli affari esteri, responsabile della “diplomazia per la democrazia”.

Nel frattempo, il cambiamento generale di approccio – che comporta la perdita di 100 posti di lavoro, principalmente al di fuori della Svizzera – è stato criticato.

Il Partito socialista ha denunciato una “demolizione della cooperazione allo sviluppo”. Circa 27 fondazioni, tra cui quelle finanziate da personalità di spicco come la star del tennis Roger Federer o la compagnia di riassicurazione Swiss Re, hanno esortato il Governo a riconsiderare la decisione, temendo un danno ai valori svizzeri, per non parlare della stabilità e della sicurezza a livello globale. E Alliance Sud, un’organizzazione ombrello per le ONG, ha affermato che la nuova priorità umanitaria è come potenziare i vigili del fuoco a scapito della prevenzione degli incendi.

In una certa misura, una logica simile è alla base della promozione della democrazia da parte della Svizzera. Anche in questo caso, l’obiettivo non è tanto la promozione a lungo termine, quanto la protezione a breve termine. “Nel contesto della recessione democratica globale, il nostro obiettivo non è mai stato, e non può essere, quello di espandere il mondo democratico; semmai di preservarlo”, ha dichiarato lo scorso anno Tim Enderlin del Dipartimento federale degli affari esteri, presentando le linee guida.

Che ciò rifletta una mancanza di ambizione, o una risposta pragmatica a un mondo ostile, dipende in parte dalla prospettiva politica. Tuttavia, ciò che è chiaro è che anche l’obiettivo più modesto di rafforzare la democrazia necessita di finanziamenti. E con una disponibilità futura ridotta per la cooperazione allo sviluppo in generale, resta da vedere quanto ne rimarrà per la democrazia.

Articolo a cura di Benjamin von Wyl/ds

Traduzione dall’inglese di Marco Todarello

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