Gli Stati Uniti iniziano il dislocamento delle forze aeree
In trattative coi principali alleati per rispondere globalmente al terrore, gli Stati Uniti danno luce verde al dislocamento di forze per una possibile azione militare. Contemporaneamente a Kabul la "Shura", il consiglio dei saggi islamici, ha nuovamente rinviato la decisione sull'estradizione di Osama bin Laden.
Una settimana dopo gli attentati di New York e Washington è partita la corsa contro il terrorismo internazionale. Il governo americano ha contattato i suoi principali alleati per definire un piano d’attacco: primo fra gli interlocutori è stato il presidente francese Jaques Chirac che è arrivato nella capitale americana martedì. Il presidente francese ha assicurato la solidarietà del suo popolo e si è detto pronto a combattere a fianco degli Stati Uniti contro il terrorismo.
Ma Chirac ha anche consegnato al presidente George W. Bush i timori dell’Europa per le conseguenze di una ritorsione militare americana indiscriminata, che non abbia obiettivi precisi e specifici, vista la difficoltà d’identificare mandanti e organizzatori degli attentati kamikaze e di individuarne le basi.
L’impressione è che nessuno degli alleati e delle grandi organizzazioni internazionali, come l’Onu, l’Ue, la Nato, al di là delle formule di solidarietà, sia disposto a firmare “assegni in bianco” agli Stati Uniti.
Sul piede di guerra, gli Stati Uniti stanno intanto schierando nella regione tra il Mediterraneo e il Golfo persico tre gruppi navali, per quella che il capo del Pentagono Donald Rumsfeld comincia a definire «un’offensiva militare su larga scala». Il ministro ha firmato mercoledì l’ordine per il dispiegamento all’estero di centinaia di aerei, prima quelli da rifornimento e d’appoggio, quindi i caccia e i bombardieri, che si attesteranno nel Golfo e nell’Oceano Indiano.
L’estradizione di bin Laden
Nel frattempo, nella capitale afgana Kabul, i circa mille saggi riuniti per decidere dell’eventuale estradizione di bin Laden hanno nuovamente rinviato la decisione sulla sorte del loro ricco protetto, ritenuto dagli Stati Uniti uno dei mandatari degli attentati di New York e Washington.
Ma nessuno dubita che la risposta agli ultimatum di Washington e del Pakistan sarà negativa. A Islamabad – che ha inviato per due giorni in Afghanistan quella che sembra una missione infruttuosa – le bocche restano cucite ma funzionari pachistani raccontano privatamente che ai Talebani è stato spiegato che non c’è una proposta di trattativa e che nel dopo l’11 settembre gli Usa chiedono semplicemente di schierarsi con loro o contro di loro. I Talebani non sembrano aver recepito.
Il capo dei Talibani, Mullah Mohammed Omar ha comunque riaffermato che bin Laden non dispone né dei mezzi, né dei contatti per realizzare un simile atto terroristico. Il leader ha esortato Gli Stati Uniti a cercare i veri responsabili della strage.
Non solo l’Afghanistan nel mirino
Non è solo l’Afghanistan a temere azioni di rappresaglia. Nel mirino delle azioni militari potrebbero esserci anche altri paesi. Uno degli attentatori, ha comunicato il ministro della difesa americano Donald Rumsfeld, avrebbe incontrato più volte il capo dei servizi segreti iracheni. Rumsfeld ha inoltre lasciato capire che l’America si prepara ad un lungo periodo di lotta.
Il ministro degli esteri Collin Powell intende coinvolgere nelle operazioni un numero possibilmente ampio di paesi arabi e islamici. Anche un avvicinamento all’Iran è ritenuto possibile dalla diplomazia statunitense.
L’Iraq si appella all’unità araba contro gli USA
Il governo iracheno ha nel frattempo esortato gli altri stati arabi ad opporre una posizione comune alle rappresaglie degli Stati Uniti. Il ministro degli esteri iracheno ha inoltre sottolineato che il suo paese non ha alcuna relazione con gli attentatori suicidi.
Indagini e speculazioni, anche in borsa
L’indagine viaggia a ritmi senza precedenti. Dal lavoro compiuto sul passato dei 19 terroristi che hanno provocato quasi 6000 morti in America, emergono indicazioni su responsabilità di altri paesi. «È abbastanza chiaro che le organizzazioni che hanno gestito questi eventi – ha detto il ministro della Giustizia John Ashcroft – sono state ospitate, sostenute, finanziate e protette da una varietà di governi stranieri».
L’ex direttore della Cia James Woolsey ha suggerito di riaprire indagini che furono fatte in passato su possibili legami tra l’attentato del 1993 al World Trade Center e l’Iraq di Saddam Hussein.
7mila gli agenti FBI al lavoro: fonti investigative ritengono che ci siano almeno 80 terroristi legati a bin Laden ancora a piede libero negli Usa. Tra le 200 persone della “watch list” figurano 33 esperti piloti d’aerei. Almeno altri due aerei sembrano essere stati nel mirino degli attacchi dell’11 settembre e altri dirottamenti ancora potevano essere in programma.
Almeno quattro mandati di cattura per “testimoni materiali” sono stati emessi, dal giorno degli attacchi, da un grand jury federale istituito in segreto a New York su iniziativa del procuratore federale Mary Jo White, titolare da anni di tutte le inchieste americane su bin Laden.
In Svizzera è in corso un’inchiesta per appurare se gli ideatori degli attentati della settimana scorsa abbiano potuto arricchirsi attraverso operazioni finanziarie speculative. “Stiamo esaminando le transazioni alla luce di questi sospetti”, ha detto mercoledì un portavoce della borsa elvetica (SWX) senza fornire altre spiegazioni.
Le vittime
Il bilancio delle persone disperse – e ormai date per morte a Washington ma soprattutto a New York – è di circa 5500. Berna mercoledì ha comunicato che 20 degli 87 cittadini elvetici che ancora mancano all’appello potrebbero essere morti.
Le rappresentanze svizzere in Pakistan hanno raccomandato mercoledì agli svizzeri residenti di lasciare il paese, per le crescenti tensioni causate dalla minaccia di un intervento militare nella regione dopo gli attentati di Washington e New York. Diversi paesi occidentali hanno dato lo stesso consiglio ai loro cittadini.
Il dramma dei profughi
Secondo l’Alto Commissariato per i profughi delle Nazioni Unite continuerebbe senza sosta l’esodo di decine di migliaia di profughi dalle città afgane. Secondo le stime del Programma per l’alimentazione mondiale, le riserve alimentari del paese sarebbero sufficienti per due o tre settimane. Circa 3,8 milioni di afgani dipenderanno poi dagli aiuti umanitari. La fuga sarebbe stata innescata dalla paura delle rappresaglie americane.
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