Gli svizzeri alle urne per un test sulla volontà di apertura
Partecipare con soldati armati a operazioni di pace internazionali e collaborare con altri eserciti in materia d'istruzione. I due temi in votazione questa fine settimana riguardano il futuro dell'esercito, ma serviranno soprattutto per misurare la disponibilità del paese a una maggiore apertura. Sullo sfondo di questa revisione della legge militare si profila, infatti, la battaglia per l'adesione all'ONU, in votazione forse già l'anno prossimo.
Per combattere questa revisione, la destra nazionalista si è lanciata in una campagna di una violenza verbale e grafica forse mai raggiunta in passato. Un po’ dappertutto sono apparsi manifesti con fotografie di cimiteri militari e con scritte che evocano “il pericolo di vedere morire i nostri figli per conflitti all’estero.” Un’animosità che ha colpito direttamente anche lo stesso ministro della difesa Samuel Schmid, che ha ricevuto lettere minatorie e la cui auto è stata a varie riprese ricoperta di rifiuti. Il governo ha condannato con forza questo scadimento della cultura politica.
Tanta tensione si spiega con la posta in gioco. Per i nazionalisti dell’UDC e dell’Associazione per una svizzera neutrale e indipendente (ASNI), ostili a qualsiasi apertura verso l’esterno, questa votazione è già una battaglia in vista della votazione sull’adesione all’ONU, prevista per l’anno prossimo. Se i due temi fossero bocciati o fossero accolti di stretta misura, per il Consiglio federale la strada verso il voto sull’ONU diventerebbe molto più difficile.
Secondo la destra, questa apertura è, inoltre, un primo passo verso l’adesione alla NATO: un’adesione che violerebbe apertamente la neutralità della Svizzera. La destra nazionalista esclude che il concetto di neutralità possa evolvere. Per questo ha lanciato i due referendum: contro l’armamento dei soldati in missione di pace all’estero e contro la collaborazione nell’istruzione con altri paesi.
Il governo ha sottolineato dal canto suo che tra i soldati armati inviati all’estero ci saranno soltanto volontari e che questi potranno partecipare esclusivamente a operazioni di mantenimento della pace su mandato dell’ONU o dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. L’armamento dei soldati permetterà di aumentare la credibilità dei contingenti svizzeri, che oggi in Kosovo devono farsi proteggere dai soldati austriaci. L’impegno elvetico sulla scena internazionale risulterebbe rafforzato e più credibile. La cooperazione con altri stati per quanto riguarda l’istruzione è poi una questione pratica, di efficacia e di risparmio, dal momento che la Svizzera ha un territorio esiguo e un’infrastruttura militare ridotta.
Ma il governo è attaccato anche da sinistra, dove il Gruppo Svizzera senza Esercito (GSsE) ha pure lanciato un referendum contro l’articolo che prevede l’armamento dei soldati. Per i pacifisti, la Svizzera deve dare la priorità all’apertura politica e al rafforzamento del suo contributo civile alla politica di pace internazionale. Il GSsE vuole una politica di pace che si concentri sull’eliminazione delle cause dei conflitti.
La polarizzazione della campagna su questi due argomenti ha fatto slittare in secondo piano il terzo argomento in votazione, quello dell’abolizione dell’articolo sulle diocesi. Si tratta di un articolo che risale al secolo scorso, quando i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica, impersonificata dal Vaticano, erano molto tesi. Esso obbliga la Chiesa ad ottenere il consenso delle autorità federale per la costituzione di una nuova diocesi. Per molti si tratta di un relitto d’altri tempi che va abrogato perché discrimina la comunità cattolica. Per altri, tra cui anche il noto teologo svizzero Hans Küng, è invece un riparo contro le derive autoritarie dello Stato del Vaticano.
Mariano Masserini
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