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Lotta all’Aids: gli uomini fanno la differenza

AIDS grafico swissinfo.ch

Nella giornata mondiale di sensibilizzazione sul virus HIV, quest'anno entra nel mirino l'uomo eterosessuale, non più giovane, che tende ad avere rapporti non protetti. I tre quarti delle persone sieropositive in Svizzera sono infatti uomini.

L’Aids in dodici mesi ha ucciso nel mondo 3 milioni di persone tra cui, secondo le cifre fornite dall’ONU, 500mila bambini sotto i 15 anni. Sempre nel 2000, 5,3 milioni di persone hanno contratto il virus. Con un totale di quasi 22 milioni di morti accertati dallo scoppio dell’epidemia, l’impatto dell’HIV si è rivelato ben più grave di quanto previsto all’inizio degli anni ’90.

Maschio non abbassare la guardia: questo il messaggio della giornata di sensibilizzazione del primo dicembre. Ma non è il solo: “Queste campagne mondiali di sensibilizzazione ogni anno scelgono un determinato gruppo a rischio”, spiega Marina Armi, consulente in educazione sanitaria all’Ufficio prevenzione e valutazione sanitaria del Dipartimento opere sociali del cantone Ticino. “Quest’anno la campagna colma una certa lacuna, perchè tralasciare il maschio eterosessuale potrebbe facilitare il discorso secondo cui, in fondo, gli uomini non sono poi così coinvolti come gli altri gruppi a rischio.”

Il rapporto annuale sull’Aids dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che circa 36,1 milioni di individui nel mondo vivono attualmente con il virus HIV o l’Aids. La cifra supera del 50 percento le previsioni elaborate nel 1991 mentre l’epidemia continua a propagarsi: per l’OMS ogni giorno nel mondo vengono contagiate circa 16mila nuove persone.

Rispetto all’anno scorso il rapporto sottolinea la crescita del virus HIV soprattutto nei Paesi dell’Est europeo e in Russia ma la crescita è costante anche in Occidente, parte dell’Asia, Africa del Nord, Medio-oriente, America latina e Carabi. Poco colpita la Cina.

Primi segnali di una stabilizzazione delle nuove infezioni giungono dall’Africa subsahariana, la regione maggiormente colpita dal virus con ben 25,3 milioni di persone infette. Si tratta di un ribasso lieve, che potrebbe derivare dalla carenza di vittime potenziali, avendo la malattia già colpito chi poteva colpire.

Nei paesi occidentali, deplora il rapporto, la prevenzione segna il passo. Un esempio viene dalla Svizzera in cui la tendenza è di 600 nuovi contagi da HIV ogni anno. La costante attuale, dopo il netto calo in seguito alle prime campagne, indica che la prevenzione può e deve essere migliorata.

Ciò che è significativamente cambiato, è il numero delle persone che sviluppano la malattia. Per Marina Armi “dal ’96, anno in cui in Svizzera abbiamo iniziato ad usare le nuove terapie – le triterapie – è calato il numero di chi si ammala e di chi muore a causa dell’Aids. Se nell’86 si moriva entro 6 mesi dal contagio, ora assistiamo ad una situazione più di cronicità.”

Le triterapie – terapie antivirali molto attive combinate con i medicamenti inibitori della proteasi – permettono di bloccare lo sviluppo dell’HIV. Una persona portatrice del virus può vivere in buona salute nel circuito sociale e professionale. A queste cure si affianca ora anche la HIV-PEP, la profilassi post-esposizione che, messa in atto subito dopo un rapporto o una situazione ad alto rischio, dovrebbe impedire di diventare HIV positivi. Dovrebbe.
“Si tratta di una nuova arma – dice Marina Armi – che resta comunque estremamente complessa. La terapia HIV-PEP è faticosa, con effetti collaterali non indifferenti, e non è pensabile in termini di una sorta di pillola del giorno dopo.”

Per Marina Armi il fatto che la medicina ora può tenere sotto controllo la malattia ci ha indotti in quel processo che gli addetti ai lavori definiscono di “normalizzazione.” Una normalizzazione che pare aver colpito anche i mass media: l’Aids non fa più notizia. L’automatismo vuole che se la stampa ne parla l’HIV è un problema, se la stampa non ne parla, il problema non è più recepito come tale.

Il modello occidentale per prevenire e combattere il virus HIV è difficilmente esportabile nel sud e nell’Est del mondo. Le cure sono costose: si parla – citando il programma nazionale HIV/Aids 1999-2003 dell’Ufficio federale della sanità pubblica – di costi sanitari pari a 500mila franchi svizzeri per ogni caso di HIV. Cifre impensabili ad esempio in Africa dove ancora si fatica ad acquistare il vaccino antipolio.

Il vaccino contro il virus HIV non è per il futuro prossimo, attualmente non c’è una soluzione radicale in vista. La strada per evitare e contenere i danni resta la prevenzione, affiancata da sensibilizzazione e cooperazione. La solidarietà per combattere l’Aids è fondamentale per i Paesi poveri dove il cammino è tutto in salita, ostacolato dalla mancanza di un’informazione efficace e capillare, da strutture sanitarie carenti o inesistenti, dalla mancanza di mezzi.

Resta d’obbligo la massima allerta: il problema HIV/Aids può toccare chiunque, non solo il gruppo “a rischio” sul quale ogni anno si richiama l’attenzione mondiale.

Maddalena Guareschi

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