Una strategia che costruisce bunker invece di ponti
La nuova strategia di sicurezza della Svizzera cerca di fare bella figura, ma nel farlo trascura le realtà quotidiane di metà del mondo, scrive Deborah Schibler.
Io stessa ho lavorato in zone di guerra e ho avuto a che fare con checkpoint, gruppi armati, sirene, scontri a fuoco, esplosioni.
Eppure, i momenti in cui mi sono sentita meno al sicuro avevano poco a che fare con eventi bellici, quanto con il potenziale di violenza onnipresente del nostro sistema segnato dal patriarcato. Come donna sola per strada, la sera tardi, in un sottopassaggio poco illuminato… Anche lì la paura è fisica, il bisogno di sicurezza è reale.
Che cosa significa “sicurezza” per voi? È quando un esercito forte vi dà la sensazione di essere protetti? Quando potete tornare a casa da soli, di notte, senza paura? Quando non dovete temere per il vostro posto di lavoro? Quando potete stare in fila all’ufficio migrazione senza provare angoscia?
Il fatto di sentirsi al sicuro dipende da chi si è, da dove si vive, da quale genere è indicato sul documento d’identità e dal colore della pelle. Chi ignora questa realtà elabora strategie di sicurezza che non tengono conto della vita concreta di metà della popolazione. Questa mancanza di consapevolezza emerge anche nel progetto della nuova strategia di politica di sicurezza della Confederazione.
La prevenzione è trascurata
Rafforzare la resilienza, migliorare la protezione e la difesa, aumentare la capacità difensiva: sono queste le tre direttrici con cui la Segreteria di Stato intende guidare la Svizzera verso quello che si annuncia essere un futuro più incerto. Sì, la situazione mondiale è grave. L’attacco della Russia all’Ucraina ha scosso l’architettura di sicurezza europea. Ma una strategia che risponde principalmente con più armi e più forza muscolare mostra di non aver compreso il problema. Anzi, lo aggrava.
“Come ci difendiamo da una guerra?”, non è la domanda fondamentale. La politica di sicurezza dovrebbe piuttosto rispondere “come possiamo impedire una guerra”. Prevenzione, dialogo, allerta precoce, promozione della pace: nella strategia questi strumenti sono menzionati solo marginalmente, o addirittura per nulla, nonostante costituiscano effettivamente pilastri della politica estera elvetica. La Svizzera, che a livello internazionale si definisce un ponte tra le parti e una mediatrice, nel suo documento di politica di sicurezza non costruisce ponti. Costruisce bunker.
A questo si aggiunge una carenza fondamentale: mancano le donne. La strategia parla di “popolazione”, “società”, “attori”, senza menzionare esplicitamente le donne. A ben vedere, si tratta in maggioranza di uomini. Uomini in uniforme. Uomini al tavolo dei negoziati. Uomini che decidono che cosa significhi sicurezza. È un dato notevole per una Svizzera che nel Consiglio di sicurezza dell’ONU si è impegnata pubblicamente per l’agenda “Donne, pace e sicurezza” e che dal 2007 attua la risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza dell’ONU con piani d’azione nazionali.
La ricerca è chiara: gli accordi di pace sono più duraturi quando le donne vi partecipano. La resilienza della società — un concetto che la strategia stessa pone in primo piano — non nasce dagli arsenali, ma dalla coesione sociale, dalla fiducia e da istituzioni inclusive. Una politica di sicurezza sensibile alle questioni di genere non è solo più equa. È anche più efficace.
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Vi è un terzo limite strutturale: a parte durante la procedura di consultazione, la società civile non è stata coinvolta nell’elaborazione della strategia. Organizzazioni come Peace Women Across the Globe o Frieda, che vantano anni di esperienza in materia di pace e sicurezza, non erano presenti al tavolo delle trattative quando sono state definite le linee guida. E non è un caso. È un sintomo di una cultura della sicurezza che misura la competenza in base al grado.
Mi auguro che sia possibile mettere in discussione la logica militarizzata su cui si fonda questa strategia e integrarla con la prevenzione, il dialogo e la promozione della pace come assi d’azione di pari valore, nonché con prospettive sensibili alle questioni di genere. Una politica di sicurezza che voglia avere rilevanza per tutte le persone che vivono in Svizzera deve iniziare da una domanda semplice: “Che cosa significa sicurezza per lei?”. Per la donna che aspetta l’autobus di notte. Per il giovane che non sa se la sua famiglia potrà restare in Svizzera. Per l’uomo anziano che teme la solitudine — e non l’invasione di un esercito.
La politica di sicurezza ha bisogno di altre domande. E di più voci.
Le opinioni espresse dall’autrice non riflettono necessariamente quelle di Swissinfo.
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