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Democrazia diretta in Svizzera

Nella democrazia diretta i partiti non spariscono: si contendono la scena

Toine Paulissen

I referendum possono sembrare l’espressione più pura della "volontà del popolo", ma sono anche un importante palcoscenico per i partiti politici. È la tesi del politologo olandese Toine Paulissen, che guarda ai casi di Svizzera, Regno Unito e non solo.

Quando si parla di democrazia diretta, si tende a considerarla come l’espressione più pura della volontà popolare. I referendum sono forme di partecipazione “diretta” proprio perché non prevedono intermediari: nessun rappresentante, mediatore politico, o partito si frappone tra l’elettore e la sua preferenza politica. Ma la realtà politica è un po’ diversa.

È vero che sono i cittadini a scegliere cosa votare in un referendum, ma quasi sempre i partiti e i politici sono molto coinvolti nel processo che porta a quella scelta. Spesso sono loro a promuovere il voto e a formulare il quesito su cui l’elettorato deve esprimersi; in alcuni casi, decidono persino se dar seguito o meno al risultato del referendum.

La mia ricerca ha analizzato il ruolo particolare e ancora poco studiato che i partiti svolgono nei processi di democrazia diretta: quello di attori centrali nelle campagne referendarie. Come vedremo, il motivo del loro coinvolgimento sembra essere la ricerca di maggiore visibilità, forse persino a prescindere dal fatto che si tratti di pubblicità positiva o negativa.

I partiti come protagonisti delle campagne referendarie

Un chiaro esempio del coinvolgimento dei politici nelle campagne referendarie è stata la partecipazione molto attiva di Boris Johnson e Nigel Farage durante la campagna per la Brexit nel 2016, che ha incluso, tra le varie iniziative, un autobus che riportava affermazioni controverseCollegamento esterno sui contributi finanziari versati dal Regno Unito all’Unione Europea.

Ma i partiti partecipano alle campagne referendarie anche in altri Paesi – sia in Svizzera, dove la democrazia diretta svolge un ruolo centrale, sia nel resto d’Europa.

Guardiamo ai dati. In un recente studio sulla Svizzera ho analizzato 33 referendum e iniziative federali che si sono tenuti tra settembre 2020 e giugno 2023. La ricerca ha preso in esame i sei principali partiti del Paese, e li ha considerati attivi nella campagna se pubblicavano annunci sui social media o sui giornali.

I risultati mostrano che i partiti hanno partecipato 89 volte su 198, cioè in poco meno della metà dei casi. E non si tratta solo di un fenomeno svizzero. In 24 referendum svolti in Danimarca, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia e Regno Unito, i partiti rappresentati in Parlamento hanno preso parte alle campagne in 108 occasioni su 196.

I dati indicano chiaramente che, in generale, i partiti in Europa investono nelle campagne referendarie circa la metà delle volte. Ma perché lo fanno?

I partiti e l’uso strumentale dei referendum

A prima vista, la ragione più ovvia sembrerebbe quella di orientare gli elettori e le elettrici verso il risultato politico preferito dal partito. In questo caso i partiti svolgerebbero un ruolo sociale fondamentale: quello di fornire informazioni. Del resto in un referendum gli elettori devono esprimersi con un sì o con un no su questioni spesso complesse e articolate, e per prendere una decisione informata molte persone si rivolgono ad attori che conoscono e di cui si fidano – come i partiti.

Ma la ricerca ha già evidenziato che gli attori politici possano usare i referendum per perseguire obiettivi strategici che vanno oltre il risultato del voto. In scienza politica questo fenomeno è noto come “strumentalizzazione del referendum”.

Il referendum sulla Brexit, per esempio, fu indetto dall’allora primo ministro britannico David Cameron, leader dei conservatori, anche per rafforzare la propria posizione all’interno del partito, consolidando il sostegno dell’ala euroscettica. Voleva inoltre impedire che il partito di Nigel Farage, lo UK Independence Party, sottraesse voti ai conservatori nelle elezioni del 2015.

Dinamiche simili si osservano anche nella politica svizzera, dove le iniziative popolari sono spesso lanciate dai partiti politici.

Tra gli esempi recenti o imminenti ci sono l’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) per limitare la popolazione svizzera a dieci milioni di abitanti entro il 2050 e quella per la creazione di un fondo per il clima, promossa dal Partito socialista insieme ai Verdi.

Anche in questi casi, la politica su cui si vota non è necessariamente l’unico obiettivo; la ricerca politologica suggerisce che UDC, socialisti e Verdi potrebbero mirare anche a dividere l’elettorato dei loro avversari su temi che sono invece particolarmente popolari tra i propri sostenitori.

Come nel caso della Brexit, l’obiettivo dei partiti potrebbe non essere solo una specifica decisione politica, ma anche un vantaggio elettorale futuro.

>>> Una votazione popolare è sempre democratica? Leggete il nostro approfondimento:

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Le campagne di democrazia diretta in Svizzera

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché i partiti partecipano alle campagne referendarie? Ci sono buone ragioni per ritenere che i possibili vantaggi elettorali futuri contino almeno quanto l’esito del voto.

Un modo per verificarlo è vedere se i partiti si mobilitano di più quando un’iniziativa riceve maggiore attenzione pubblica. Se un voto è molto presente nel dibattito pubblico, infatti, i partiti possono sfruttare l’esposizione mediatica per mettere se stessi sotto i riflettori. L’aumento di visibilità potrebbe tradursi, nel tempo, in vantaggi elettorali.

Guardiamo ai dati svizzeri. Per misurare l’attenzione pubblica ricevuta da un referendum ho utilizzato i dati del Vote Monitor pubblicato dal centro di ricerca “Public Sphere and Society” dell’Università di Zurigo, che raccoglie tutti i contributi editoriali pubblicati nei 25 principali media nazionali (online e cartacei) nelle 12 settimane precedenti a una votazione.

I risultati mostrano che, quanto più una votazione attira attenzione pubblica, tanto più è probabile che i partiti partecipino alla campagna referendaria. Questo vale anche tenendo conto di altri fattori, come l’incertezza sull’esito del voto o il peso politico complessivo del partito.

In otto dei dieci referendum che hanno ricevuto maggiore attenzione pubblica si è mobilitata almeno la metà dei partiti; in cinque di questi i partiti attivi sono stati quattro o più, e non sono mai stati meno di due. Tra i dieci referendum meno seguiti, invece, in sei casi hanno partecipato al massimo due partiti, e in nessun caso più di tre.

Un dato interessante è che il tono degli articoli analizzati dal Vote Monitor – cioè se la votazione veniva presentata in modo positivo o negativo – non ha avuto alcun effetto sulla partecipazione dei partiti. Il che suggerisce che, per i partiti svizzeri, il detto “non esiste cattiva pubblicità” vale davvero.

>>> Il nostro articolo sul diritto d’iniziativa dei cittadini europei:

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Le campagne referendarie nel resto d’Europa

Questi risultati valgono anche per i partiti degli altri Paesi europei? Per verificarlo, la mia analisi ha utilizzato la spesa dei partiti come indicatore del loro livello di coinvolgimento nella campagna, mentre l’interesse pubblico è stato misurato attraverso i dati di Google Trends, che mostrano quanto le persone cercassero informazioni sul referendum in questione.

In media, i dati indicano che la spesa dei partiti cresce sensibilmente quanto più un referendum acquista rilievo nel dibattito pubblico.

Il Regno Unito offre un chiaro esempio di questa dinamica: il referendum sulla Brexit ha registrato il punteggio più alto su Google Trends tra tutti quelli analizzati, e le cifre spese dai partiti sono state nettamente superiori alle altre campagne prese in esame. All’estremo opposto si colloca il referendum del 2011 sulla riforma del sistema elettorale, che proponeva l’introduzione del voto alternativo (Alternative Vote). Questa votazione attirò a malapena l’attenzione del pubblico, e nessun partito spese cifre paragonabili a quelle della campagna per la Brexit.

Lo stesso schema si osserva anche in Irlanda. In occasione dei referendum del 2015 sul matrimonio egualitario e del 2018 sull’aborto, entrambi al centro del dibattito pubblico, i partiti spesero cifre di gran lunga superiori rispetto alle altre votazioni analizzate.

I referendum come strumenti elettorali

La ricerca mostra che i partiti politici, in Svizzera come in altri Paesi, vedono nelle campagne referendarie un modo per attirare l’attenzione su di sé.

Orientare il voto verso un determinato risultato rimane sicuramente importante, ma gli strumenti di democrazia diretta e le relative campagne sono soprattutto occasioni per ottenere maggiore visibilità, probabilmente con la speranza che questa si traduca in migliori risultati alle prossime elezioni.

I risultati di questa analisi mettono in discussione l’idea del referendum come espressione pura della volontà popolare: le campagne che lo accompagnano diventano di fatto un’arena in cui i partiti competono per conquistare l’attenzione del pubblico.

Per questo è fondamentale che gli elettori si informino in modo autonomo e valutino criticamente le informazioni disponibili prima di decidere come votare. Altrimenti il rischio è lasciarsi influenzare da partiti che forse non sono nemmeno interessati all’esito della votazione.

Articolo a cura di Benjamin von Wyl/ts

Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione di swissinfo.ch.

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Dibattito
Moderato da: Benjamin von Wyl

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Avete già partecipato a una votazione popolare nel Paese in cui vivete? Quali esperienze ne avete tratto?

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