Rifugiati e respinti: una presa di posizione della Commissione Bergier
La commissione indipendente d'esperti Svizzera-Seconda guerra mondiale, in una risposta pubblicata venerdì dal quotidiano «Le Temps», ha respinto alcune critiche rivolte al suo operato, in particolare quelle del professore di economia losannese Lambelet.
Secondo quest’ultimo la commissione nel suo rapporto avrebbe menzionato un numero troppo elevato di rifugiati respinti alle frontiere svizzere durante la Seconda Guerra mondiale, contribuendo a dipingere la Confederazione come il paese che chiuse le porte ai rifugiati.
La Commissione ritiene che è impossibile conoscere il numero esatto di rifugiati respinti alle frontiere svizzere durante il secondo conflitto mondiale: «I dossier e le schede che avrebbero permesso di stabilirne il numero esatto sono state distrutte nel 1950. Bisogna quindi lavorare con archivi molto lacunosi», scrive la commissione. Non è comunque ragionevole utilizzare le statistiche delle ricerche riducendole a semplici calcoli contabili e trarne in seguito conclusioni politiche, sottolinea la commissione rivolgendosi ai suoi detrattori.
Secondo gli esperti le statistiche infatti non rivelano tutto: «I tre quarti degli ebrei che vivevano in Francia prima dell’invasione tedesca sono sopravvissuti alla guerra – percentuale nettamente superiore a paesi come Polonia e Ungheria e Olanda, dove più della metà è stata sterminata -. Bisogna quindi dedurne che è grazie al Governo di Vichy che queste vite sono state salvate?».
Limitandosi a meri risultati contabili si rischiano di minimizzare le responsabilità dei collaborazionisti francesi attivi nelle deportazioni e di occultarne l’implicazione nella macchinazione nazista. Non da ultimo si contribuirebbe a trascurare le numerose azioni positive di coloro che hanno aiutato le vittime a sfuggire ai loro carnefici, scrive la commissione.
Il professore di economia losannese Jean-Christian Lambelet, basandosi su una ricerca pubblicata il mese scorso dagli Archivi di Stato ginevrini, sostiene che oltre il 90 per cento gli ebrei giunti alle frontiere sono stati accolti in Svizzera durante la seconda Guerra mondiale. Secondo Lambelet, rapportando a livello nazionale le cifre dello studio ginevrino – che annovera a 1259 i rifugiati respinti alle frontiere svizzere dall’agosto del 1942 al dicembre del 1945 – le persone allontanate dalle autorità federali sarebbero state poco più di 3.000 e non 24.398 come sostenuto dalla commissione.
La commissione Bergier ha respinto l’accusa rivoltale di avere espressamente ignorato lo studio ginevrino. L’archivista responsabile, secondo gli esperti, ha pubblicato il rapporto quindici mesi dopo la data prevista.
La commissione si è comunque basata sulle ricerche dettagliate degli archivi federali, che facevano stato di 24.398 rifugiati respinti alle nostre frontiere dal gennaio 1940 a maggio 1945. La cifra di 3.000 allontanamenti non è in grado di resistere a un esame approfondito, ha aggiunto la Commissione.
I 24.398 allontanamenti tengono conto dei rifugiati civili – ebrei e non – e indica il numero delle persone respinte e nonquello di quelle effettivamente allontanate. Il numero esatto è impossibile da stabilire, dato che alcuni profughi, dopo essere state respinti, hanno tentato più volte di entrare in Svizzera, spiega la commissione.
In presenza di tali presupposti ricostruire una statistica esatta non è fattibile. Per la commissione non sono comunque le cifre il dato più importante, ma «l’innegabile esistenza di una politica restrittiva, miope, e di una pratica confusa».
Nel rapporto finale atteso per il dicembre del 2001, la commissione Bergier terrà conto delle nuove conoscenze e delle critiche costruttive. In particolare approfondirà l’analisi del contesto internazionale, hanno concluso gli esperti.
swissinfo e agenzie
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