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Sydney, addio: sono finite le olimpiadi

La cerimonia di chiusura delle olimpiadi di Sydney Keystone

Segnate dal gigantismo e dal dominio degli atleti statunitensi, le olimpiadi di Sydney sono giunte al termine. Per la Svizzera il bilancio è positivo, ma hanno in parte deluso gli atleti di punta, da cui ci si aspettava risultati migliori.

Con una suggestiva e grandiosa cerimonia allo stadio olimpico di Sydney si sono conclusi, dopo due intense settimane di gare, i primi giochi olimpici del 2000, che, come ha sottolineato il massimo responsabile del CIO Juan Antonio Samaranch, si sono rivelati “i più grandi di sempre” e non solo per l’elevato numero di atleti e paesi partecipanti, ma anche per la qualità dell’organizzazione e per l’impatto che hanno avuto sul pubblico nonostante le difficoltà, soprattutto europee, di seguirli in diretta a causa della differenza di fuso orario.

Un evento grandioso e difficile da sintetizzare in poche righe, tante le annotazioni che questa intensa quindicina ha lasciato sui nostri taccuini. E allora limitiamoci ad una serie di istantanee con le quali cercare di fotografare al meglio quanto avvenuto “down under” durante questo lunghissimo ed interminabile periodo sportivo.

La prima la riserviamo alla bandiera americana che, anche in Australia, ha sventolato più in alto di tutti gli altri vessilli, a testimonianza di come, anche nello sport, gli Usa siano attualmente la principale potenza planetaria. 97 le medaglie conquistate dalla spedizione statunitense, di cui ben 39 d’oro, che fotografano la netta superiorità esercitata dagli atleti stelle e strisce, i quali però, rispetto al passato hanno potuto esercitare il loro dominio schiacciante in un numero minore di discipline e spesso grazie unicamente al talento di alcune superstar e non tanto alla bontà del loro movimento.

Tra costoro in primis Marion Jones, l’autentica prima donna dei giochi con le sue cinque medaglie conquistate, di cui tre d’oro: un bottino straordinario ma inferiore alle aspettative della vigilia visto che la Jones era scesa a Sydney con l’obiettivo di portare a casa cinque ori in modo da superare il leggendario primato (quattro vittorie) dei connazionali Jessie Owens e Carl Lewis.

Se comunque alla Jones va senza ombra di dubbio consegnato lo scettro di regina di Sydney, in campo maschile questo va all’olandese Pietr van den Hoogenband, che con i suoi due titoli conquistati nel nuoto è stato, assieme all’idolo di casa Ian Thorpe, al centro dell’attenzione durante la prima settimana di gare. Ma tra i personaggi più importanti della sua storia, le olimpiadi di Sydney annoverano pure il vogatore britannico Redgrave, che in Australia ha conquistato il quinto oro in altrettante partecipazioni olimpiche; la saltatrice in lungo Heike Drechsler, capace di confermarsi la numero uno al mondo all’età di 36 anni, i velocisti americani Maurice Green e Michael Johnson, incontrastati principi della velocità, ma anche le fiorettiste italiane e il “Dream Team” cestistico statunitense, confermatisi indiscussi dominatori delle rispettive specialità.

E la Svizzera? Se vogliamo analizzare il comportamento dei suoi atleti in termini di medaglie (nove, suddivise in un oro, sei argenti e due bronzi) il giudizio è tutto sommato positivo e in linea con i pronostici della vigilia; se però calcoliamo che buona parte di questi allori sono giunti da autentici outsider e che invece gli atleti di punta della delegazione hanno fatto nella maggior parte dei casi “cilecca”, ecco allora che il risultato della spedizione appare un po’ meno lusinghiero…

Mauro Rossi

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