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Accordo di Parigi sul clima Alla rincorsa dell'obiettivo (impossibile) dei 2°C

primo piano su un tubo di scarico di un'automobile

Nel 2016, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera ha raggiunto il livello record di 403 parti per milione.

(Keystone/Gaetan Bally)

Con l’entrata in vigore in Svizzera dell’Accordo di Parigi sul clima, il 5 novembre 2017, la Confederazione assume maggior peso nei negoziati internazionali sul riscaldamento globale. L’obiettivo di limitarlo a 2°C appare però sempre più utopico.

«Ora si inizia a fare sul serio», afferma Jürg Staudenmann, coordinatore dell’Alleanza climaLink esterno, che raggruppa una sessantina di organizzazioni ambientaliste e umanitarie. Con l’entrata in vigore dell’accordo internazionale sul climaLink esterno, spiega, la Svizzera potrà partecipare per la prima volta alla conferenza delle parti dell’Accordo di Parigi in qualità di membro a pieno titolo. «Dal punto di vista giuridico, la Svizzera avrà un peso maggiore durante i negoziati. Dovrà però anche assumersi una piena responsabilità per ciò che concerne la riduzione delle emissioni e il finanziamento climatico a sostegno dei paesi in via di sviluppo».

Concretamente, la Svizzera potrà insistere sugli aspetti che più reputa importanti. E questo già a partire dalla prossima conferenza internazionale sul clima (COP23Link esterno), che avrà luogo a Bonn dal 6 al 17 novembre. Per Franz Perrez, a capo della delegazione elvetica, una delle priorità è di stabilire le regole con cui sono formulati gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni. «In base all’Accordo di Parigi, ogni paese firmatario deve formulare un nuovo obiettivo ogni cinque anni. La Svizzera vuole che ciò avvenga in maniera trasparente e quantificabile».

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A bonn si apre conferenza sul clima

Inoltre, aggiunge Perrez, sono necessarie delle regole vincolanti per ciò che riguarda gli strumenti di mercato a favore del clima, come ad esempio i certificati di riduzione delle emissioni, che consentono di agire laddove è meno costoso. Ovvero nei paesi più poveri. «Auspichiamo delle disposizioni che assicurino l’integrità ambientale e che vietino di contabilizzare due volte le misure», sottolinea Perrez. Detto in altro modo, si vuole evitare che lo stesso risultato sia attribuito a più paesi.

Obiettivo: non più di 2°C

Adottato nella capitale francese nel dicembre 2015, quello di Parigi è il primo accordo internazionale sul clima a carattere universale. È stato firmato da 195 paesi, ovvero da quasi tutte le nazioni del mondo. Fanno eccezione la Siria e gli Stati Uniti, che dopo la firma di Barack Obama hanno annunciato quest’estate il loro ritiro.

+ Accordo di Parigi: i commenti della stampa elveticaLink esterno

Concretamente, l’accordo si prefigge di:

- Mantenere l’aumento medio della temperatura ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e impegnarsi a limitarlo a 1,5°C.

- Raggiungere il picco delle emissioni globali il più presto possibile e giungere a un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà del secolo.

- Rivedere gli obiettivi di riduzione delle emissioni ogni 5 anni a partire dal 2025.

- Stanziare 100 miliardi di dollari all’anno a sostegno delle politiche climatiche nei paesi più poveri a partire dal 2020.

A differenza del Protocollo di Kyoto, l’Accordo di Parigi non fissa obiettivi precisi per la riduzione delle emissioni. Spetta ai singoli Stati decidere, su base volontaria, l’entità dei propri tagli. La Svizzera intende dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030, rispetto ai valori del 1990, con misure nazionali (30%) e progetti all’estero (20%).

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Svizzera poco ambiziosa

In materia di protezione del clima, la Svizzera dispone di tre strumenti principali, rammenta Jürg Staudenmann. «Ci sono la legge sul CO2, attualmente in revisione, la Strategia energetica 2050 [SE 2050Link esterno] e la cooperazione internazionale». Tuttavia, la Svizzera manca di una visione a lungo termine, deplora l’esperto di politica climatica e ambientale. «A parte la SE 2050, l’orizzonte elvetico arriva solo fino al 2030. Non c’è una vera politica climatica a lungo termine, come peraltro raccomanda l’Accordo di Parigi».

Inoltre, aggiunge Staudenmann, la nuova legge sul CO2, che verrà discussa dal parlamento nella prima metà del 2018, «non è abbastanza ambiziosa». «Gli obiettivi di riduzione all’interno del paese devono essere innalzati, in particolare nel settore dei trasporti, degli edifici e dell’industria. La tassa sul CO2 va aumentata e bisogna inasprire le direttive per le automobili nuove. Allo stato attuale, la proposta di legge non consente di perseguire gli obiettivi di Parigi».

Sforzi insufficienti

Stando a un calcoloLink esterno effettuato dall’ufficio di consulenza “EBP Svizzera” su incarico del WWF, la Confederazione dovrebbe azzerare le sue emissioni di CO2 entro il 2038, se intende contribuire al raggiungimento dell’obiettivo globale dei 2°C. In altre parole, entro vent’anni dovrebbe rinunciare completamente al petrolio e a tutte le altre energie fossili.

Utopico? Probabilmente. E utopico appare anche lo stesso obiettivo dei 2°C fissato a Parigi, se si considerano gli impegni attuali assunti dagli Stati. Secondo un rapportoLink esterno delle Nazioni Unite pubblicato a fine ottobre, anche in caso di piena attuazione dei contributi nazionali l’aumento della temperatura «sarà probabilmente di almeno 3 °C entro la fine del secolo». Un quadro, avverte l’ONU, che potrebbe essere ancora più tetro se gli Stati Uniti dovessero dar seguito all’intenzione del presidente Trump di abbandonare l’Accordo di Parigi.

Contenuto esterno

emssioni di gas serra in una selezione di paesi

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