Un libro per riconciliarsi con l’esattore
«L’imposta felice»? Non è una provocazione, ma il titolo di un libro del ministro delle finanze del canton Vaud Pascal Broulis, che cerca di sdrammatizzare il dibattito, ricordando che una fiscalità giusta e trasparente è la condizione sine qua non della democrazia.
Lo stile è piacevole, i testi concisi e i disegni del giovane illustratore Joël Freymond contribuiscono a dare un tocco di leggerezza al tutto. Il piccolo libro bianco e verde, i colori della bandiera del canton Vaud, non è però né una raccolta di barzellette, né un manuale per chi vuole frodare il fisco. Al contrario, lungo tutte le 128 pagine, condite da 154 aneddoti e 15 riflessioni personali, Pascal Broulis cerca di inculcare il suo credo: «La fiscalità è indissociabile dalla democrazia».
Per dar peso alla sua dimostrazione, l’autore evoca Montesquieu. Nel 1748, ne Lo spirito delle leggi, il filosofo illuminista francese scrive che «più le persone sono libere, più accettano le tasse, meno lo sono, meno le ammettono».
Due secoli e mezzo dopo, due specialisti francesi hanno esaminato l’affermazione alla luce delle statistiche. Il verdetto? Montesquieu ha ancora ragione. Gli Stati dove il peso del fisco è inferiore al 15% della ricchezza nazionale, sono soprattutto dei paesi dove vige un sistema dittatoriale o poco democratico e con un indice di sviluppo umano (HDI) basso. Una percentuale del 28% o più, è invece quasi sempre una caratteristica propria della democrazia e di un HDI elevato.
Questa situazione si spiega assai facilmente. «I dittatori saccheggiano e non fiscalizzano, scrive Pascal Broulis. Non hanno nessuna voglia di sottomettersi al legalismo fiscale e preferiscono le ‘commissioni’, segnatamente sulle materie prime, di cui organizzano direttamente la vendita anche a costo di razziare il paese, o la bustarella generalizzata».
Le capre, il legno, la barba, gli stivali…
Nelle democrazie, invece, l’imposta «non è una sanzione, ma la contropartita delle prestazioni dello Stato e una garanzia degli equilibri sociali». Rousseau diceva la stessa cosa e i rivoluzionari del 1789 hanno iscritto il principio nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, consacrando all’imposta l’articolo 14: «Tutti i cittadini hanno il diritto di constatare, da loro stessi o mediante i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico, di approvarlo liberamente, di controllarne l’impiego e di determinarne la quantità, la ripartizione e la durata».
Prima della Rivoluzione francese, le tirannie dell’Antico regime avevano, come scrive Pascal Broulis, «bellamente confuso l’assolutismo reale con l’assolutismo fiscale. Qui o là, in un modo o in un altro, in un momento o in un altro, tutto quello che poteva essere tassato è stato tassato: i cani, le capre, i carri, il legno morto, le vedove risposate, i guanti e i cappelli, le raccolte, i battesimi, la polvere di riso, le finestre, il matrimonio, il vino, le parrucche, la birra, i bastardi, le barbe, gli stivali, i solchi scavati dalle ruote dei carri e naturalmente il sale».
Nell’inventario alla Prevert stilato da Broulis, frutto di una raccolta iniziata «praticamente sei anni fa», si apprende ad esempio che Google pagherebbe solo il 2,4% di imposte sui suoi sostanziosi utili, quando il tasso normale negli Stati Uniti è del 35%. E ciò in modo del tutto legale: il motore di ricerca ha infatti stabilito il suo quartier generale per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa in Irlanda, da dove gli utili sono trasferiti nei Paesi Bassi, «perché la fiscalità irlandese esonera da imposte le royalties versate in questo paese». Google Holdings, dal canto suo, ha sede… nelle Bermuda.
Il ministro delle finanze del canton Vaud ricorda anche che la “carriera” di Al Capone, come tutti sanno, è finita per frode fiscale. Ciò che spesso il grande pubblico però ignora, è che Eliot Ness, l’incorruttibile agente che fece cadere il re dei gangster di Chicago, non faceva parte dell’FBI, bensì del Dipartimento del tesoro.
In un registro un po’ più leggero, il fisco si è spesso chiesto come tassare la prostituzione. All’inizio degli anni ’90, il canton Vaud aveva quindi affidato a due funzionari – celibi – il compito di valutare da vicino i possibili introiti delle belle di notte. Nel nord della Francia, invece, gli agenti del fisco tassavano le cabine di proiezione dei film a luci rosse in funzione della quantità di carta igienica fornita alla clientela.
La Grecia, malata d’imposta
La raccolta di aneddoti ha però anche un filo diretto con l’attualità. Pascal Broulis spende molte righe sul suo paese d’origine. Se nell’antichità i ricchi ateniesi mostravano con fierezza il loro essere contribuenti, da qualche anno la Grecia è diventato un vero e proprio paradiso della frode.
Le case non ultimate degli anni ’80, così caratteristiche del paesaggio greco, erano un modo per sfuggire all’imposta fondiaria, esigibile sono per gli edifici finiti. E delle 17’000 piscine private della capitale, solo 300 sono dichiarate al fisco…
Come si è giunti a una simile situazione? «I dirigenti greci hanno ascoltato troppo i consulenti, i venditori di sogni, che consigliavano di puntare tutto sull’IVA, un’imposta moderna e semplice da prelevare, spiega Pascal Broulis. Il paese ha quindi abolito molte imposte marginali. La destra ha demolito il sistema fiscale in favore dei ricchi e la sinistra ha fatto la stessa cosa per i poveri, facendo dei regali».
A guastare tutto ci ha pensato il rallentamento economico. Gli introiti dell’IVA diminuiscono, il tasso aumenta (attualmente il 23%!), ciò che fa abbassare ulteriormente il consumo. E poiché le altre entrate fiscali sono esigue (diverse deduzioni per le categorie meno abbienti, tetto massimo per i ricchi) si è entrati in una spirale infernale.
Il cittadino-contribuente perde fiducia nello Stato. Non vede più le ricadute delle imposte che paga: le strade sono mal ridotte, il sistema sanitario funziona poco, le scuole anche. «È come la botte delle Danaidi, commenta Pascal Broulis. La gente si chiede perché deve versare del liquido in questo recipiente bucato. Per riuscire ad uscire da questa spirale, la Grecia dovrà riguadagnare la fiducia dei suoi cittadini».
Poiché idealmente, come scrive l’autore, le due mani dello Stato, quella che prende e quella che distribuisce delle prestazioni, dovrebbero, «quando si uniscono, ricoprirsi esattamente».
Nato nel 1965 a Sainte-Croix da una madre discendente di ugonotti giunti in Svizzera nel XVI secolo e da un immigrato greco, Broulis possiede la doppia cittadinanza svizzera ed ellenica.
Esperto contabile e revisore di formazione, è stato vicedirettore della Banca cantonale vodese. Broulis si è occupato della questione degli averi in giacenza di ebrei uccisi durante la Seconda guerra mondiale, ciò che gli ha permesso di sviluppare un certo talento di negoziatore con gli statunitensi.
Membro del Partito liberale radicale (centro destra) iniuzia la sua carriera politica siedendo nel legislativo del suo comune. Nel 1989 diventa il più giovane eletto nel parlamento vodese.
Nel 2002 questo grande appassionato di cinema e di teatro riesce a farsi eleggere al Consiglio di Stato (governo cantonale), dove prende le redini delle finanze e della politica esterna.
Trionfalmente rieletto nel 2007, Broulis diventa anche presidente del governo per la legislatura. Uno dei principali successi della sua carriera politica, è di essere riuscito a diminuire notevolmente il debito del cantone, facendolo scendere da 9 a meno di 3 miliardi di franchi, senza però crearsi una reputazione di rigorista estremo.
Nel 2009 Broulis si dice pronto a succedere a Pascal Couchepin in seno al governo federale. Il suo partito, però, decide di non farlo figurare tra i candidati sottoposti al voto del parlamento.
Traduzione di Daniele Mariani
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