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Banche: l’autorità di vigilanza vuole più trasparenza

Per il presidente della Finma Patrick Raaflaub, la piazza finanziaria svizzera deva cambiare il suo modello di affari Keystone

In seguito alle pressioni sul segreto bancario, anche l'Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari chiede un cambiamento di paradigma. La piazza finanziaria elvetica deve avere un approccio meno restrittivo in ambito fiscale e puntare soprattutto sulla qualità dei servizi.

La Svizzera rischia di perdere i suoi vantaggi competitivi, se non risolverà ben presto la questione dell’evasione fiscale, che pesa da tre anni sulle prospettive della sua piazza finanziaria, ha dichiarato martedì a Berna Patrick Raaflaub, presidente dell’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma).

“La nostra piazza finanziaria non può basarsi su un modello di affari che agevola o tollera tacitamente la sottrazione fiscale della clientela straniera”, ha affermato Raaflaub, secondo il quale la Finma sostiene il riorientamento del settore bancario verso denaro pulito e dichiarato al fisco.

Il direttore della Finma ha respinto invece le pressioni che giungono dall’estero in favore di uno scambio automatico di informazioni bancarie. A suo avviso, le autorità svizzere hanno già fatto molte concessioni in materia di trasparenza, in particolare allentando la distinzione tra frode e sottrazione fiscale nelle convenzioni di doppia imposizione concluse negli ultimi tempi con diversi paesi.

Nuova strategia

All’inizio di quest’anno, il parlamento svizzero ha ceduto ulteriore terreno, accettando di trasmettere informazioni fiscali agli Stati uniti anche per domande raggruppate, senza che le autorità americane siano a conoscenza dell’identità dei titolari di conti presso le banche svizzere. In base alle convenzioni firmate finora, la Svizzera tramette informazioni solo per casi singoli e se il paese richiedente ha identificato il presunto evasore fiscale.

Anche il governo svizzero continua a rifiutare il principio dello scambio automatico di informazioni sugli averi depositati in Svizzera da clienti stranieri. Il Consiglio federale sta cercando di alleviare le pressioni che giungono dall’estero, concludendo convenzioni di doppia imposizione fiscale con paesi importanti, come la Germania e la Gran Bretagna.

Nell’ambito di questi accordi la Confederazione si impegna ad imporre un’imposta alla fonte sugli interessi, i dividendi e gli altri redditi di capitale derivanti da valori patrimoniali depositati in Svizzera dai cittadini di questi paesi. I fondi raccolti con questa imposta verrebbero in seguito riversati alle autorità fiscali tedesche e britanniche.

Puntare sulla qualità dei servizi

A detta di Patrick Raaflaub, anche in Svizzera è ormai necessario un cambiamento di paradigma, dal momento che a livello internazionale si va sempre più verso un maggiore scambio d’informazioni sia in ambito di fiscalità che di sorveglianza. “L’approccio restrittivo della Svizzera non corrisponde più alle aspettative internazionali verso una maggiore collaborazione tra tutti i paesi”.

Il presidente della Finma non ha tuttavia voluto indicare fino a dove la Svizzera deve spingersi nelle sue concessioni agli altri paesi. A suo avviso, per rispondere alle sfide internazionali, la piazza finanziaria svizzera deve innanzitutto orientare la propria gestione patrimoniale sulla qualità dei servizi. Con una quota di mercato del 27%, la piazza finanziaria elvetica è leader mondiale nella gestione transfrontaliera di patrimoni e dispone di numerosi vantaggi per difendere questa posizione.

Per migliorare la qualità e la tutela dei clienti, Patrick Raaflaub ha proposto l’elaborazione di una nuova legge sui servizi. Le norme legali dovrebbero servire tra l’altro a migliorare la consulenza, garantire informazioni più chiare e rafforzare la vigilanza sui gestori patrimoniali. ha rilevato il presidente dell’Autorità di vigilanza.

Guadagni meno facili

La necessità di puntare soprattutto sulla qualità viene condivisa da Martin Janssen, docente di economia presso l’Università di Zurigo. “La qualità dei servizi e un adeguamento al contesto internazionale permetteranno alle banche svizzere di sopravvivere. Ma, di sicuro, in futuro non sarà più così facile ottenere lauti guadagni come in passato”.

Janssen si dice inoltre piuttosto scettico sull’attuazione della strategia del denaro pulito. “Per la maggior parte dei fondi depositati nelle banche svizzere non sarà possibile, neppure in futuro, sapere se sono stati dichiarati al fisco o meno. Se le autorità fiscali degli altri paesi non sono spesso in grado di fare bene il loro lavoro, non si capisce perché le banche svizzere debbano riuscire a farlo loro. E non spetta neppure alla Svizzera impiegare delle risorse per fare chiarezza in quest’ambito”.

Secondo l’economista, le misure di trasparenza spingeranno numerosi investitori stranieri a cercare altri rifugi. “Una parte dei clienti accetteranno di rimanere e di sottostare ad un’imposta alla fonte. Una parte ritornerà in Germania e Gran Bretagna e una parte sposterà i propri averi verso Singapore, Dubai o l’America centrale”.

Fluttuazioni normali

Da parte sua, l’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) non ha rilevato finora grandi ripercussioni legate alle crescenti pressioni internazionali sul segreto bancario. “Negli ultimi anni non abbiamo notato grandi variazioni nell’importo complessivo degli averi patrimoniali gestiti dalle banche svizzere: le fluttuazione rientrano in un quadro normale e riflettono piuttosto l’evoluzione dei mercati finanziari”, dichiara Sindy Schmiegel, portavoce dell’ASB.

L’associazione ha già proposto due anni fa una nuova strategia per rafforzare la posizione internazionale della piazza finanziaria svizzera nella gestione patrimoniale, ricorda Sindy Schmiegel. “Questa strategia si basa su quattro pilastri: amministrazione di denaro dichiarato al fisco, regolarizzazione del passato, tutela della sfera personal e crescita attraverso un migliore accesso ai mercati”.

Nel marzo 2009, i membri del G20 (gruppo che riunisce le 20 principali economie mondiali) ha minacciato di porre la Svizzera e altri paesi sulla lista nera dei paradisi fiscali, nel caso in cui non si conformassero ai agli standard sullo scambio d’informazioni fiscali elaborati dall’OCSE (Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico).

Per evitare di finire sulla lista nera, la Svizzera è stata costretta, in un primo tempo, a firmare con almeno 12 paesi convenzioni di doppia imposizione fiscale conformi alle norme dell’OCSE.

In base a tali norme, la Svizzera s’impegna a fornire informazioni ad altri paesi anche in caso di sottrazione fiscale – ossia l’omissione, intenzionale o meno, di dichiarare dei redditi al fisco.

Finora la Confederazione accordava assistenza amministrativa soltanto in caso di frode fiscale – ossia il tentativo di ingannare il fisco falsificando ad esempio dei documenti.

Incaricato di verificare l’applicazione delle norme internazionali, il Forum mondiale sulla trasparenza e lo scambio d’informazioni a fini fiscali ha, tuttavia, ritenuto che le condizioni fissate per la concessione dell’assistenza amministrativa fossero ancora troppo restrittive.

In base alle convenzioni firmate finora, la Svizzera tramette informazioni solo per casi singoli e se il paese richiedente ha identificato il presunto evasore fiscale.

Questa clausola dovrebbe servire ad evitare eventuali “fishing expeditions”, ossia tentativi da parte di altri Stati di “pescare” informazioni su diverse persone, senza prove concrete.

L’OCSE sta però elaborando ora nuove norme, in base alle quali l’assistenza amministrativa deve essere concessa anche per gruppi di contribuenti, senza che il paese richiedente debba fornire prove precise.

Prevedibilmente, le autorità svizzere saranno qui costrette nei prossimi tempi ad adeguare tutte o una parte delle convenzioni di doppia imposizione fiscale finora concluse.

In marzo il parlamento ha accettato di inserire l’assistenza amministrativa per gruppi di contribuenti soltanto nella convenzione di doppia imposizione concordata con gli Stati uniti

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