Dubbi sulla “conversione” delle banche svizzere
UBS e Credit Suisse hanno annunciato di volersi concentrare maggiormente sulla gestione patrimoniale, a scapito dell'investment banking. Diversi analisti non sembrano però del tutto convinti.
In una comunicazione inviata agli investitori, la Banca Sarasin ha definito il piano di ristrutturazione presentato da UBS «un’evoluzione, non una rivoluzione». Il 17 novembre 2011 a New York, UBS ha annunciato il dimezzamento della divisione dell’investment banking (banca d’investimento) e la riduzione della sua esposizione al rischio.
Secondo gli analisti, infatti, il colosso svizzero avrebbe potuto ridimensionare ulteriormente il settore, riducendolo a quanto strettamente necessario per servire la clientela facoltosa.
«Non siamo sicuri che UBS abbia davvero bisogno di un investment banking con le caratteristiche e le dimensioni presentate. Si tratta infatti di una strategia che assomiglia a quella di numerosi altri istituti che lottano per adattarsi alle condizioni sempre più difficili dei mercati», si legge nel testo.
Sarasin si era d’altronde espressa con toni piuttosto critici anche in merito al piano di ristrutturazione presentato da Credit Suisse a inizio novembre, ritenendolo non abbastanza incisivo.
Semplice cosmesi
Andreas Venditti, analista presso la Banca cantonale di Zurigo, è dell’opinione che le due banche avrebbero potuto spingersi oltre. Ammette comunque che l’importanza dell’investment banking in seno al Credit Suisse ha limitato il margine di manovra.
Secondo Venditti «è deludente constatare che non vi sono cambiamenti significativi a livello di strategia. Infatti la struttura delle due banche non cambierà sostanzialmente».
In definitiva, aggiunge l’analista, i due colossi bancari svizzeri si limitano a seguire l’onda, accontentandosi degli stessi interventi di cosmesi operati dai loro rivali.
Calma apparente?
Ora come ora, la minore propensione al rischio, i tassi d’interesse bassi e la minaccia di una maggiore regolamentazione – per frenare gli eccessi nel settore bancario – hanno comunque obbligato le grandi banche universali a riporre nel cassetto le loro ambizioni.
A questo proposito, il nuovo ceo di UBS Sergio Ermotti ha agli investitori di averne abbastanza della corsa per raggiungere le prime posizioni nell’investment banking, facendo allusione alla disastrosa strategia che aveva trascinato l’istituto nella spirale dei subprimes.
UBS e Credit Suisse si erano gettate nella mischia lo scorso anno, in un momento in cui gli istituti bancari assumevano personale e moltiplicavano le operazioni nell’investment banking, convinte che le condizioni dei mercati sarebbero migliorate.
Per questo motivo, UBS e Credit Suisse sono però sospettate di voler soltanto calmare le acque in attesa di rientrare in grande stile nell’investment banking, invece di volersi davvero concentrare unicamente sul «DNA della banca» – ovvero la gestione patrimoniale internazionale e la banca universale – come dichiarato giovedì da Ermotti.
Le ambizioni rimangono
Pur riconoscendo che le sfide future sono «impressionanti», il responsabile della banca d’investimento di UBS, Carsten Kengeter, sembra di altro avviso.
Mentre UBS rinuncerà ad alcune operazioni, e sopprimerà 2’000 impieghi nell’investment banking e la metà dei sui attivi a rischio entro il 2016, Kengeter ha approfittato della sua presentazione di giovedì per mostrare la via da seguire. Ovvero conquistare quote di mercato a scapito dei rivali e crescere sui nuovi mercati, in particolare in Brasile.
Le nuove regolamentazioni, rileva Andreas Venditti, obbligano le banche ad aumentare i fondi propri. «Alcune attività non saranno quindi più redditizie e tutti stanno agendo in questo modo». UBS non ha comunque perso la sua ambizione di far parte dei principali attori dell’investment banking, ritiene Venditti.
«Tuttavia, il contesto non diventerà affatto più facile. Il settore rimarrà al contrario estremamente competitivo».
Per analisti e investitori, dalla giornata degli investitori di UBS a New York è giunta comunque una buona notizia. UBS ha infatti deciso di tornare a distribuire dividendi, congelati dalla crisi del 2007. Nel 2011 proporrà un dividendo di 0,10 franchi per azione. Una parte dell’utile che dovrebbe aumentare nei prossimi anni.
In occasione della giornata degli investitori, il 17 novembre a New York, UBS ha annunciato che la strategia futura sarà incentrata sull’attività di gestione patrimoniale e che nel contempo l’investment banking verrà ridimensionato.
In questa divisione è infatti previsto un taglio dell’organico di 2’000 unità a 16’000 persone entro fine 2016, ovvero 400 posti in più rispetto a quanto annunciato in estate.
La divisione Investment Bank dell’UBS sarà inoltre maggiormente mirata, meno complessa e assumerà minori rischi.
In particolare, è stato sottolineato, l’investment banking sarà orientato alle esigenze dei principali clienti della gestione patrimoniale e dei segmenti istituzionali, aziendali e sovrani. Diverse unità saranno completamente abbandonate o ridimensionate significativamente.
UBS ha scelto di rinunciare ad attività «che non aggiungono valore alla nostra base di clienti o per le quali i rendimenti corretti per il rischio risultano poco interessanti», ha affermato Sergio Ermotti, presidente della direzione dell’istituto.
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