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Come finiscono le autocrazie e le dittature?

La gente rende omaggio davanti alle statue dei defunti leader nordcoreani Kim Il Sung e Kim Jong Il.
In Corea del Nord, la gente si reca in visita alle statue dei defunti leader nordcoreani Kim Il Sung e Kim Jong Il sulla collina di Mansu, in occasione dell'anniversario della morte di Kim Jong Il, padre dell'attuale leader Kim Jong Un. Foto del 17 dicembre 2024. Kim Won Jin / Keystone

In paesi come Nepal e Bangladesh si percepisce una ventata di democrazia. Allo stesso tempo, Viktor Orbán ha perso in Ungheria. Questo significa che anche in altre parti del mondo c’è un’inversione di tendenza e una rinascita democratica? Ecco che ne pensano un ricercatore specializzato sulle proteste popolari, un’esperta di dittature e uno svizzero-ungherese che ha vissuto l’insurrezione popolare del 1956.

I giovani rovesciano i governi in nome della democrazia. Non dieci o vent’anni fa, ma negli anni 2020, mentre uomini come Trump, Xi e Putin dominano la politica mondiale.

Prathit Singh, dell’organizzazione per la pace Interpeace con sede a Ginevra, osserva dinamiche di questo tipo in Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. Altri movimenti hanno spinto nella stessa direzione, ma senza portare al cambiamento sperato. “Il mio interesse si acceso con l’inizio delle proteste in Bangladesh”, afferma il responsabile del programma Gioventù e Democrazia presso Interpeace. Questo fermento democratico non è più solo un fenomeno regionale, ma un fattore globale. “Movimenti simili sono sorti in Africa orientale e in America Latina.”

Per Singh queste proteste sono diverse dai precedenti movimenti democratici. Infatti, chi deteneva il potere, ad esempio Sheikh Hasina in Bangladesh, definiva sé stesso e il proprio governo democratici. I giovani manifestanti chiedevano che i governanti si attenessero ai principi che essi stessi proclamavano.

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un manifestante che spinge un agente di polizia

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Quando una democrazia smette di essere tale?

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Secondo Singh “i movimenti giovanili condividono la stessa frustrazione e la stessa volontà di riappropriarsi delle istituzioni”. La dinamica delle proteste in un paese avrebbe alimentato quella nel paese vicino tramite i social media. Tuttavia, almeno finora, i vari movimenti hanno avuto pochi contatti diretti tra loro.

I movimenti democratici possono avere successo

Le proteste si sono svolte tutte in modo simile, afferma Singh: le prime manifestazioni chiedevano che il governo rendesse conto del proprio operato. Il governo, però, ha reagito con la repressione.

La repressione ha scatenato una reazione immediata e molto più ampia da parte dei giovani. Un altro elemento accomuna questi diversi esempi: in questi paesi molti giovani hanno scarse prospettive economiche. “Dalla Primavera araba non si sono più verificati movimenti di questa portata. A differenza di allora, però, molti dei nuovi movimenti hanno successo.” Il Bangladesh ha poi eletto un governo democratico. In Nepal coloro che avevano pianificato blocchi di Internet sul modello cinese hanno perso le elezioni. Recentemente in Ungheria Viktor Orbán, che aveva trasformato il Paese in una «democrazia illiberale», è stato sconfitto. Ciò dimostra che i movimenti democratici possono avere successo anche oggi.

Da oltre vent’anni il numero delle dittature è in aumento. In alcuni luoghi i governi militari prendono il potere dopo un colpo di Stato; in altri, le istituzioni di Stati un tempo democratici si sgretolano. I ricercatori parlano di una terza ondata di autocratizzazione. Alcuni fanno risalire l’inizio di questa ondata alla crisi finanziaria del 2010, altri già al 1994.

Secondo il rapporto V-Dem 2026Collegamento esterno, non si intravede la fine dell’autocratizzazione: attualmente solo 18 paesi stanno diventando più democratici. 44 paesi stanno più che mai andando nella direzione opposta. 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che stanno diventando più autocratici.

Una grande folla durante una manifestazione. Al centro si vede un megafono, accanto persone con cartelli e bandiere del Bangladesh.
Il 14 luglio 2024, giovani e studenti attivisti manifestano a Dhaka, la capitale del Bangladesh. Kazi Salahuddin Razu / AFP

Molti di coloro che detengono il potere sono relativamente anziani. Chi è frustrato dalla situazione politica potrebbe pensare che un giorno gli autocrati moriranno. Ma è un errore sperare in una maggiore democrazia per questo motivo. “I dati disponibili indicano il contrario”, spiega la politologa Erica Frantz, professoressa alla Michigan State University. “Nella stragrande maggioranza dei casi, quando i leader autocratici muoiono il regime rimane in piedi”, afferma Frantz.

Secondo Frantz, la possibilità che si verifichi un cambiamento è leggermente più alta quando il potere è fortemente concentrato in una singola persona. Ma anche in questo caso, alla morte del leader il regime di solito sopravvive. Frantz ritiene che questo sia dovuto al fatto che negli Stati autoritari l’élite della società ha interesse a sostenere un successore. E questo perché molti membri dell’élite sono stati coinvolti in “repressione, corruzione e altri comportamenti scorretti”. Il timore di essere perseguiti in caso di un cambiamento li spinge a sostenere lo status quo.

Meno violenza c’è, più alta è la probabilità di un successo

In ogni caso, i tentativi di rispondere alla violenza con la violenza spesso falliscono. È quanto emerge dalla ricerca di Frantz: solo raramente un colpo di Stato porta un paese alla democrazia.

I dati dimostrano che un movimento democratico o una rivolta di massa hanno tanto più successo quanto meno viene usata la violenza. Allo stesso modo, per i movimenti democratici può essere utile offrire agli autocrati una via d’uscita con l’esilio, poiché questi ultimi, se non rischiano la prigione o la morte, sono più propensi a rinunciare alla repressione violenta.

In generale, Frantz ritiene che per la democrazia la rinuncia alla violenza sia essenziale: “La pace deve essere la via verso il potere affinché una democrazia rimanga sana a lungo termine”. I dati lo dimostrerebbero chiaramente.

In Nepal e Bangladesh, la Generazione Z ha reagito con violenza alla repressione da parte delle forze di sicurezza. In Nepal, ad esempio, è stato appiccato il fuoco al principale edificio governativo. Eppure, hanno avuto successo. Singh, che si occupa dei movimenti di protesta giovanili, sottolinea però anche che all’interno dei movimenti di protesta gruppi importanti si sono opposti a questa escalation e all’uso della violenza.

“Gruppi della Generazione Z, ad esempio in Nepal, si sono fortemente impegnati a favore della non violenza. Un punto centrale di questi movimenti è che i giovani hanno agito come mediatori. Il loro obiettivo non era prendere il potere, ma dare voce alle proprie richieste e portarle all’attenzione pubblica”, spiega Singh. In ogni caso, sarebbe sbagliato vedere le proteste semplicemente come un conflitto generazionale.

Singh ricorda che il movimento della Generazione Z in Nepal aveva proclamato una donna di 73 anni capo del governo ad interim tramite la piattaforma online Discord.

>>> Prima delle proteste, la scena politica nepalese era dominata da figure che avevano svolto un ruolo nel processo di pace successivo alla guerra civile. Il nostro articolo sul tema:

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due soldati in uniforme camminano tenendosi per mano

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Elezioni mondiali

Nepal, vent’anni di una pace nata insieme alla democrazia

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Sempre più proteste, ma sempre più insuccessi

I social media possono essere utili. Tuttavia, ci sono motivi per dubitare che contribuiscano al cambiamento. Frantz spiega che in tutto il mondo si registrano sempre più proteste, ma che sempre più spesso queste falliscono. “Pensiamo che ciò possa essere dovuto ai social media”, spiega. Sebbene sia più facile mobilitare le persone, i movimenti democratici digitali hanno “meno probabilità” di creare un’organizzazione di base, ciò che è fondamentale per il successo a lungo termine.

Frantz ha in generale l’impressione che sia stato proprio il “cambiamento del panorama mediatico” a rendere possibile “l’ascesa dei partiti personalistici”. Come esempio di tali partiti basati sul culto della personalità cita quello di Nayib Bukele in El Salvador o il partito di Orbán in Ungheria.

Il giorno delle elezioni in Ungheria rappresenta per molti la speranza di un cambiamento democratico. Alcuni hanno paragonato questo sviluppo alla fine dell’Ungheria comunista del 1989. Secondo Frantz ci sono parallelismi: “In entrambi i casi, un regime autoritario ha perso il potere a seguito di un’elezione. Quando i regimi autoritari perdono le elezioni, quasi sempre si afferma la democrazia”.

Al giorno d’oggi le elezioni sono la norma anche negli Stati autoritari. Come spiega Frantz, oggi la maggior parte degli Stati sostiene di essere democratica. “Ci sono prove evidenti che nella maggior parte del mondo i cittadini preferiscono vivere sotto un governo democratico”, afferma Frantz. Per questo motivo, i leader autocratici tendono a simulare la democrazia: “La grande maggioranza delle dittature oggi organizza elezioni regolari con più partiti”. Queste, tuttavia, non sono libere ed eque, e sono proprio le elezioni libere ed eque a caratterizzare le democrazie.

Scoprite come la democrazia nella sua forma più elementare – un sistema che garantisce elezioni libere e corrette – si è evoluta a livello globale dal 1946:

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Frantz individua un altro parallelismo tra le prime elezioni libere in Ungheria nel 1990 e la sconfitta elettorale di Orbán nel 2026: in entrambi i casi “pesa l’eredità del regime passato”. Non sarà facile rimediare ai danni arrecati alla società ungherese.

Un Ungheria senza cultura democratica?

In Ungheria manca la cultura democratica: è quanto pensa lo svizzero di origini ungheresi Ödön Szabo, che vorrebbe certo essere più ottimista. I cambiamenti democratici in Ungheria hanno accompagnato la vita di Szabo. 70 anni fa, nel 1956, nell’Ungheria comunista scoppiò una rivolta popolare per la democrazia. Al posto della dittatura monopartitica subentrò un governo di transizione composto da rappresentanti di diversi schieramenti politici. Nel giro di pochi giorni, il Paese dichiarò la propria neutralità e manifestò l’intenzione di uscire dal Patto di Varsavia. Poco dopo l’esercito sovietico invase l’Ungheria e represse la rivolta popolare.

All’epoca Szabo aveva undici anni ed è fuggito in Svizzera con la sua famiglia. Circa 40 anni fa, Szabo ha tenuto un discorso davanti a un’associazione ungherese in Svizzera. “Ho detto che il comunismo e il dominio mondiale del comunismo stavano volgendo al termine. Un amico di mio padre mi si è avvicinato e mi ha detto: ‘Sei giovane. Non succederà mai’. Qualche anno dopo è successo.”

>>> Nel 1956 molti ungheresi hanno cercato rifugio in Svizzera, tra cui anche Ödön Szabo:

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Persona

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Profughi ungheresi in Svizzera: uno sguardo sul passato e sul presente

Questo contenuto è stato pubblicato al Dopo il 1956 la Svizzera accolse 10’000 persone in fuga dalla repressione sovietica in Ungheria. Quattro di loro ricordano quell’epoca e guardano all’evoluzione democratica del loro Paese negli ultimi trent’anni.

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Dopo il 1989 ha lavorato in Ungheria, dove ha diretto alcune imprese. Lì ha riscontrato una visione del mondo in bianco e nero. “Sotto un regime comunista, le persone tendono ad avere una visione manichea: o a favore o contro”, ricorda.

Chi si opponeva, lo faceva in silenzio. E dopo la fine del comunismo “non è nata una vera cultura democratica, ma semplicemente un sistema capitalista”. Di conseguenza, negli anni 1990 le persone si sono mantenute scettiche nei confronti delle istituzioni statali e hanno pensato solo ad arricchirsi.

Questa mappa interattiva mostra l’espansione della democrazia liberale nel mondo:

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Negli ultimi anni Szabo non è più stato in Ungheria. Era sempre più frustrato dal modo in cui Orbán stava smantellando la democrazia in Ungheria. Ma cosa verrà dopo di lui? Se gli ungheresi si limiteranno ad assistere all’insediamento al potere di una nuova forza che domina le istituzioni, Szabo teme che non ci sarà uno sviluppo positivo.

“È fondamentale riuscire a riequilibrare i rapporti di forza. Ciò è possibile solo se tre o quattro partiti con una base reale riescono a consolidarsi a lungo termine e le finanze dei partiti sono controllate in modo trasparente dallo Stato”, afferma Szabo, che vede nella democrazia svizzera, con la partecipazione di tutti i partiti al governo, un modello ideale. Solo così potrà formarsi una coscienza democratica diffusa.

C’è un elemento che accomuna l’Ungheria ai movimenti democratici in Asia, Africa e America Latina osservati da Prathit Singh: la notte dopo la sconfitta elettorale di Orbán, a festeggiare sono stati soprattutto i giovani.

Articolo a cura di Reto Gysi von Wartburg

Traduzione di Adriano Bazzocco

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Dibattito
Moderato da: Benjamin von Wyl

Vi preoccupa l’impatto dei social media sulla democrazia?

Al posto delle speranze di un tempo, oggi si notano segnali piuttosto preoccupanti.

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