Il formaggio protegge davvero contro la demenza?
Un recente studio svedese suggerisce che un consumo regolare di formaggio ricco di grassi sarebbe associato a un rischio leggermente ridotto di demenza. L’informazione ha circolato ampiamente, soprattutto dopo essere stata ripresa dal New York Times. Ma quanto è davvero affidabile è questo risultato? E, soprattutto, bisogna ricavarne indicazioni per la nostra alimentazione? Abbiamo verificato questa ricerca, esaminandone dati, metodologia e limiti.
In Svizzera, il formaggio è più di un alimento, è un’istituzione. Con oltre 200’000 tonnellate prodotte ogni anno e un consumo annuo medio di 23 chili a persona, il tema appassiona. Così, quando uno studio scientifico suggerisce che il formaggio grasso potrebbe ridurre il rischio di demenza, la notizia non passa inosservata.
Tutto parte da un vasto studio svedeseCollegamento esterno, pubblicato alla fine del 2025 sulla prestigiosa rivista Neurology e rilanciato dal New York TimesCollegamento esterno. La ricerca ha seguito quasi 28’000 persone per circa 25 anni. La constatazione: le persone che consumavano più formaggio ricco di grassi presentavano un rischio di demenza inferiore del 13% rispetto a chi ne consumava meno.
A prima vista, la promessa è seducente. Ma, come spesso accade nel campo della nutrizione, la realtà è più complessa.
Un’associazione, non una prova formale
Primo punto essenziale: si tratta di uno studio osservazionale. Questo tipo di ricerca osserva le abitudini alimentari e la loro evoluzione nel tempo, senza intervenire attivamente. Risultato: evidenzia un’associazione, ma non permette di dimostrare un nesso di causa-effetto.
“Usare questo tipo di studio per orientare le vostre scelte di vita equivale a investire il vostro denaro basandovi sulle ultime voci di corridoio”
Prof. Giovanni Frisoni, neurologo e direttore del Centro della memoria presso l’Ospedale universitario di Ginevra
“Usare questo tipo di studio per orientare le vostre scelte di vita equivale a investire il vostro denaro basandovi sugli ultimi pettegolezzi”, riassume il professor Giovanni Frisoni, neurologo e direttore del Centro della memoria dell’Ospedale universitario di Ginevra (HUG).
Secondo Frisoni, uno studio isolato non dovrebbe mai servire da base per modificare la propria alimentazione. Le raccomandazioni destinate al grande pubblico devono appoggiarsi sull’insieme delle conoscenze scientifiche disponibili.
In altre parole, se le persone che mangiano più formaggio sviluppano meno spesso una demenza, ciò può essere legato anche ad altri fattori non misurati dallo studio: una migliore attività fisica, un livello socioeconomico più elevato, un ambiente di vita meno inquinato o meno stressante, oppure semplicemente abitudini alimentari globalmente più sane.
Il gene APOE e4: un fattore di rischio tecnico
Lo studio svedese menziona un dettaglio tecnico: l’effetto protettivo del formaggio sarebbe visibile solo nelle persone che non sono portatrici del gene APOE e4. Il professor Frisoni precisa che questo gene è “il fattore di rischio più importante della malattia di Alzheimer” ed è “associato alla deposizione di amiloide nel cervello, una delle due proteine tossiche della malattia di Alzheimer”. Tuttavia, l’interazione tra questo gene e l’alimentazione è ancora “puramente ipotetica”, secondo l’esperto. È dunque prematuro trarne conclusioni pratiche per il momento.
Il formaggio, una “scelta migliore” più che un superalimento
Lo studio apporta tuttavia un elemento interessante: in un’analisi detta di sostituzione, rimpiazzare la carne rossa o trasformata con il formaggio è associato a un rischio più basso di demenza. Ciò non significa che il formaggio abbia di per sé un effetto protettivo, ma che rappresenta una scelta relativamente migliore rispetto ad alcuni alimenti noti per i loro effetti negativi sulla salute.
Altra nozione chiave, quella della “matrice alimentare”. “Il formaggio non è solo un blocco di grassi saturi”, spiega Sylvie Borloz, dietista dell’Ospedale universitario di Losanna (CHUV). Apporta anche proteine, calcio, vitamina B12, oltre a fermenti benefici per il microbiota. L’effetto di un alimento dipende dall’insieme dei suoi componenti e delle loro interazioni, non da un singolo nutriente isolato. Un microbiota intestinale diversificato, favorito dagli alimenti fermentati, è peraltro sempre più studiato per il suo ruolo potenziale contro alcune malattie.
Fine della demonizzazione dei ‘grassi’?
Questi risultati possono sorprendere, perché il formaggio è ricco di grassi saturi, a lungo criticati. Tuttavia, Sylvie Borloz sottolinea un cambiamento importante: le nuove raccomandazioni alimentari svizzere di fine 2024 non incoraggiano più specificamente i latticini scremati. Il motivo? I dati recenti non mostrano un’associazione chiara tra i grassi saturi dei latticini e il rischio cardiovascolare.
“La demonizzazione dei ‘grassi’ era una scorciatoia”, precisa la dietista. Ricorda che la storia delle diete “low fat” non ha permesso di limitare l’aumento di peso nelle popolazioni negli ultimi decenni, rimettendo in discussione l’approccio basato esclusivamente sulla riduzione dei grassi.
Allora, cosa facciamo con la nostra fondue?
Ciò non significa tuttavia che si debba mangiare formaggio a più non posso. Lo studio riguarda un consumo di circa 50 grammi al giorno, ossia una porzione standard. Una raclette o una fondue, con quantità che si avvicinano ai 200 grammi, dovrebbe rimanere un pasto occasionale e non quotidiano.
Il professor Frisoni è chiaro: “È preferibile sostituire il burro o la carne trasformata con il formaggio, ma non è raccomandato sostituire i legumi o il pesce con grandi quantità di formaggio.”
Per Sylvie Borloz, la chiave è un “approccio alimentare globale” che permette di coprire tutti i bisogni nutrizionali “provando piacere a mangiare sul lungo termine”. I consigli della piramide alimentare svizzera o il regime mediterraneo restano i punti di riferimento. Valorizzano i vegetali, i cereali integrali, i prodotti lattieri (in quantità moderata) e i buoni oli, limitando gli alimenti ultratrasformati.
In definitiva, il formaggio non è un alimento magico anti‑demenza. Ma ha pieno diritto di cittadinanza in un’alimentazione equilibrata e variata. La strategia migliore per il vostro cervello – e questo tutte le ricerche lo confermano – resta un approccio globale: mangiare in modo variato e con piacere, muoversi regolarmente, dormire bene e coltivare le relazioni sociali.
Tradotto con il supporto dell’IA/Zz
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