Una finestra sulla Svizzera dalle stanze di preghiera islamiche
Moschee nei villaggi, nelle città e nelle regioni montuose della Svizzera divengono materia viva per l’opera di Marwan Bassiouni, artista fotografo documentarista che tocca corde spirituali alla ricerca di armonia sociale.
Che siano musalla o masjid, spazi informali riconvertiti per il culto o moschee costruite appositamente, “poco importa, il valore è lo stesso,” dice l’artista svizzero musulmano nato nell’elegante Morges, nel Canton Vaud, nel 1985, da padre egiziano e madre statunitense.
Bassiouni, che è cresciuto nella vicina Rolle e ora vive ad Amsterdam, ha visitato questi luoghi religiosi con un intento preciso nel corso di due viaggi on the road attraverso sedici cantoni, nell’estate del 2021 e nell’autunno del 2022.
“Il mio obiettivo era realizzare un ritratto della Svizzera vista dall’interno delle stanze di preghiera islamiche,” spiega. “Durante il viaggio, esploravo quanto sarei riuscito a catturare del paesaggio svizzero da un’inquadratura interna. Cercavo scorci che potessero riflettere l’unicità ma anche la quotidianità sia del Paese sia della comunità musulmana. Volevo ascoltare quei paesaggi e quegli interni”.
Ora dal corpus di immagini Bassiouni ha selezionato 41 fotografie per pubblicare New Swiss Views (The Sand Station), una monografia realizzata nelle tre lingue nazionali e in inglese. In copertina, un interno umile al piano mansardato di uno chalet nella Svizzera centrale. Ad abitarlo sono oggetti minimi: un tappeto da preghiera turco, una sedia svizzera e un tasbih o tespih (rosario islamico) appeso a dei tubi. La finestra alta sul tetto fa entrare la luce di mezzogiorno.
La finestra poetica
In ogni scatto, al centro dell’ambiente si staglia cristallina una finestra. Dietro il vetro passa uno scampolo di mondo. Il rimando alla poetica della finestra nella storia dell’arte è evidente. Ma la lente fotografica di Bassiouni si fa uno scandaglio di profondità per offrire senza retorica una dimensione contemporanea necessaria.
La luce naturale modella forme; gioca con due spazi, interno ed esterno, interrogando la geometria del paesaggio. Sono composizioni minimaliste potenti che accompagnano vedute industriali, edifici, cieli e montagne, vegetazioni in rigoglio. Le si guarda con lentezza, per il senso di stillness, di quiete immobile, che sprigionano.
“Vedo la finestra come un ponte verso un’altra percezione della comunità musulmana svizzera e come un mezzo per presentarla all’interno del paesaggio, ma è anche un elemento che ci invita a osservare il nostro Paese e i nostri pensieri,” dice Bassiouni. “La finestra è uno specchio.”
L’assenza di figure umane in queste scene crea un senso di mistero. Immaginiamo i rituali ma non vediamo i volti e i corpi inginocchiati. L’autore dice di voler fare immergere chi osserva più intimamente nello spazio di silenzio come quando si è soli nella natura. “Ho scelto di non fotografare persone perché la luce, le stanze di preghiera, i paesaggi e gli edifici mi sembrano già vivi. Mi avvicino a questi spazi come se fossero esseri viventi”.
‘Architettura islamica industriale’
Un’immagine, New Swiss Views #4, riprende un locale con soffitto basso in legno con vista su un incrocio stradale. Si riconosce la Rue des Eaux-Vives a Ginevra. Bandiere svizzere penzolano da un balcone superiore, mentre il vuoto dell’interno è riempito da un tappeto blu, un armadio per i libri del Corano e una sedia gialla Luigi XIV che cattura i raggi del sole attraverso una nuvola. L’atmosfera è sacra e di attesa, come se la sedia assorbisse un dono celeste.
Le musalla fotografate sono incastonate in aree industriali. “Sono le più comuni in Svizzera. Riflettono una realtà economica e le modeste risorse della comunità,” sottolinea l’autore, che ha ripreso però anche qualche moschea ufficiale. Si trovano nelle ultime pagine del libro. Tutti i luoghi sono mantenuti anonimi. Bassiouni insiste sulla presenza in Svizzera di una moderna architettura islamica “industriale”.
“Mentre cercavo queste stanze con viste pittoricamente interessanti sul paesaggio svizzero, la ricerca mi ha portato alle zone industriali. Poi è diventato chiaro che non si trattava di un evento casuale”. Bassiouni dice che queste stanze sono spesso nascoste dall’esterno.
Rivelano una Svizzera “invisibile”. “Spesso ho dovuto guardare attentamente le cassette della posta all’ingresso degli edifici per trovare l’entrata delle moschee, spesso chiamate fondazioni culturali”.
Gli interni riflettono le preferenze estetiche e identità geografico-culturali. “La comunità musulmana albanese svizzera, la più numerosa nel Paese, ha spesso cornici delle finestre a mosaico che creano un motivo riconoscibile,” spiega.
“La comunità bosniaca svizzera utilizza il legno nei suoi interni, creando una distintiva atmosfera rustica. Nella comunità turco-svizzera, vicino al confine con la Germania, la calligrafia è predominante – si vedono fiori dipinti a mano come i tulipani. La comunità araba, compresi i libanesi di Zurigo, porta con sé una propria estetica, così come la moschea somala che ho visitato: evocava i colori panafricani con pareti arancioni e il tappeto verde nella sala di preghiera delle donne”.
La Svizzera, intima ed emozionale
L’artista si definisce una combinazione di culture, avendo lati egiziani e americani. “Ma la Svizzera rimane la mia patria, il luogo a cui sono più legato,” confessa. “Negli ultimi anni sono tornato per visitare la mia famiglia e per delle mostre”.
Il ricordo va a Rolle, all’infanzia e al piacere di stare in mezzo alla natura. “Il cuore è naturalmente incline verso il paesaggio della propria terra d’origine e quando viaggiavo per New Swiss Views, anche in luoghi in cui non avevo mai messo piede, provavo un senso di familiarità e conforto, come quando si è a casa. Fotografare in Svizzera è stato più intimo ed emozionale.”
Esprime gratitudine per la formazione ricevuta a L’école de photographie a Vevey (CEPV) e l’apprendistato in uno studio a Ginevra. Molto utile è stata l’esperienza lavorativa in una ONG per i diritti umani, sempre a Ginevra. “Mi ha aperto gli occhi su molte cose del mondo e mi ha messo di fronte alla mia educazione privilegiata”.
Dopo essere stato al Cairo a studiare l’arabo, ha vissuto a Friburgo per il servizio civile, prima di partire per i Paesi Bassi dove si è laureato alla Royal Academy of Art dell’Aia. Sue opere sono state esposte al Kunsthaus di Zurigo, al Kunstmuseum all’Aia, Foam (Amsterdam) e ICP (New York).
L’autore si augura che la sua opera inviti all’introspezione, “a vivere un’esperienza visiva unica: un incontro”. Il nostro sguardo fermo sulla frontalità della superficie è quell’incontro, l’orizzontalità e la verticalità di una linea che si accosta a un’altra forma del tempo in cui l’istante, reso immobile, si dilata fino a evocare l’infinito.
Tarkosvskij scriveva: “Posso soltanto dire che l’immagine tende all’infinito e conduce all’assoluto”. In queste immagini, si legge l’amore di Bassiouni per la cinematografia di Tarkosvksij, per la poesia mistica di Rumi che parla al cuore di Oriente e Occidente e la poetica del tempo sospeso nelle foto di Hiroshi Sugimoto.
L’autore sarebbe altrettanto felice se queste immagini incoraggiassero l’armonia sociale. “Le persone possono reagire alle immagini in modi molto diversi,” dice. “Ma se lo spettatore prova un senso di quiete, allora sono molto contento”.
Nuove visioni dell’Occidente
Bassiouni inizia a fotografare moschee nei Paesi Bassi nel 2018, con le prime immagini della serie New Western Views. “Un giorno visitai una moschea dotata di una grande finestra con una vista suggestiva, e lì scattò qualcosa. Compresi che se fossi riuscito a riunire in un’unica immagine l’interno della moschea e il paesaggio esterno, avrei potuto catturare un lato unico della realtà musulmana occidentale. New Swiss Views è la continuazione e lo sviluppo di quella esplorazione applicata a una geografia e a un contesto diversi”.
Fotografare New Swiss Views ha riservato momenti inaspettati. “L’architettura delle moschee svizzere mi ha indotto a un cambiamento tecnico. Se in precedenza avevo lavorato in formato verticale, le finestre in stile industriale spesso divise in pannelli mi hanno portato a un’inquadratura più orizzontale e immersiva”.
Poi la mente corre a una sera poco dopo il tramonto: “Era appena avvenuta la chiamata alla preghiera. L’imam aveva a recitare le prime unità di preghiera sottovoce, quando improvvisamente nella stanza accanto ha preso a suonare una musica pop ad alto volume seguita dalla voce dominante di un istruttore che guidava un gruppo di donne. Era appena iniziata una lezione di aerobica. Con le pareti di legno compensato, i due paesaggi sonori coesistevano in modo piuttosto surreale. Mi ha colpito la capacità di adattamento della comunità ad ambienti difficili per la pratica della loro fede”.
Il dietro alle quinte svela frammenti di umanità. “Mi invitavano a pranzo, così ho potuto assaggiare i piatti dell’autentica cucina albanese, somala, bosniaca e turca,” prosegue Bassiouni. “Mi offrivano un passaggio perché dipendevo dai mezzi pubblici”.
Definisce memorabile l’incontro a Friburgo con un convertito all’Islam dal forte accento locale che lavorava in una fabbrica di cioccolato. “Era la persona più gentile e più svizzera che avessi mai incontrato. Mi ha offerto cioccolato e caffè in fabbrica; mi ha raccontato i suoi progetti di raccolta fondi per la costruzione di una moschea che allora si trovava in un garage e mi ha accompagnato a visitare altre moschee”.
Il viaggio all’interno del caleidoscopio delle comunità musulmane continua. Dopo Paesi Bassi, Svizzera e Regno Unito, Bassiouni sta ultimando un ulteriore capitolo di New British Views, un’esplorazione pluriennale del paesaggio britannico, e sta lavorando a quello statunitense con New American Views.
A cura di Luigi Jorio e Eduardo Simantob
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