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Il patron di Telegram braccato da Mosca per “terrorismo”

Keystone-SDA

"Facilitazione di attività terroristiche": questa l'incriminazione con la quale Mosca ha inserito nella sua lista dei ricercati Pavel Durov, il fondatore di Telegram.

(Keystone-ATS) Nella sua crociata contro i limiti alla libertà di messaggistica online, l’imprenditore 41enne si era già scontrato in passato anche con le autorità di Paesi della Unione europea, arrivando ad essere incarcerato due anni fa in Francia.

I servizi di intelligence interna di Mosca, FSB, hanno spiegato che Durov, un russo che da 12 anni ha lasciato il Paese, è accusato di non aver accettato la richiesta di rimuovere dalla sua piattaforma canali e bot “utilizzati dai servizi speciali ucraini ed organizzazioni terroristiche ed estremiste per preparare e coordinare atti di sabotaggio e terrorismo in Russia”.

Gli investigatori fanno riferimento in particolare al servizio di incontri Leonardo Dayvinchik, attraverso il quale agenti dei servizi ucraini, fingendosi donne, avrebbero contattato giovani russi per poi spingerli ad azioni di sabotaggio o terroristiche. Dal luglio dello scorso anno, secondo l’FSB, sono stati arrestati 46 giovani e giovanissimi in diverse regioni della Russia che, dopo avere frequentato il servizio di incontri incriminato, hanno compiuto aggressioni contro membri delle forze dell’ordine e atti di sabotaggio contro infrastrutture energetiche e dei trasporti.

La prima risposta di Telegram è stata una fotografia di Durov postata sul profilo ufficiale della app su X in cui il miliardario mostra il dito medio all’obiettivo.

Durov ha lasciato la Russia, dove è anto, nel 2014 e successivamente ha acquisito anche le cittadinanze francese e degli Emirati arabi uniti. In Francia era stato fermato nell’agosto del 2024 perché accusato di non avere impedito la pubblicazione di contenuti illegali sulla sua piattaforma. Alcuni mesi dopo, nel marzo del 2025, i magistrati francesi gli avevano dato il permesso di espatrio, e il fondatore di Telegram era tornato negli Emirati arabi uniti, dove risiede e dove ha sede la sua società.

Nel febbraio scorso, il fondatore e CEO di Telegram si era scontrato con il governo spagnolo lanciando un appello agli utenti perché si schierassero contro le misure annunciate dall’esecutivo di Pedro Sanchez per la limitazione dell’uso delle piattaforme digitali, tra le quali il divieto di accesso alle reti sociali per gli under 16. Secondo Durov, quelle proposte dalle autorità di Madrid erano “normative pericolose che minacciano le libertà digitali”. Al che il governo spagnolo aveva reagito accusandolo di avere utilizzato “il suo controllo senza restrizioni” di Telegram per diffondere “menzogne e attacchi illegittimi” e lo stesso Sanchez aveva promesso di utilizzare “la forza dello Stato” per “proteggere la democrazia dagli attacchi”.

In Russia l’accesso a Telegram, così come a Whatsapp, è bloccato dalle autorità per il controllo delle telecomunicazioni. Ma tutte le istituzioni, compreso l’ufficio stampa del Cremlino e i ministeri, continuano a servirsi della app fondata nel 2013 da Durov per diffondere notizie, e gli utenti continuano ad accedervi grazie all’utilizzo di sistemi per aggirare il blocco, i VPN.

Lo scorso febbraio l’autorità per il controllo delle telecomunicazioni, Roskomnadzor, ha affermato che su Telegram “i dati personali non sono protetti, non ci sono misure reali per contrastare le frodi e l’uso del messenger a fini criminali e terroristici”. Ma Durov ha risposto affermando che la Russia limita l’accesso alla piattaforma “nel tentativo di costringere i suoi cittadini a passare a un’app controllata dallo Stato, creata per la sorveglianza e la censura politica”. Vale a dire Max.

Lunedì il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che contatti sono in corso con Telegram per il ripristino del normale accesso alla piattaforma, ma che i rappresentanti della società non sono molto attivi a tal fine.

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