Sherlock Holmes e il mistero della sua eterna vita oltre la morte
È una luminosa mattina di maggio sulle Alpi svizzere, il cielo terso attraversato di tanto in tanto da soffici nuvolette. Il sole splende ma l’aria è fresca. La giornata perfetta, ne conveniamo, per un omicidio.
Il delitto a cui stiamo per prendere parte sarà violento, ma non nascerà da un semplice impeto di rabbia. Al contrario, è frutto di una lunga pianificazione: da mesi ormai riceviamo istruzioni per questo momento, per cui abbiamo anche dovuto inventarci degli alias e travestirci. In seguito, scoprirò che il tutto è stato orchestrato con la collaborazione del governo svizzero e di quello inglese. Fin dove mi porterà tutta questa storia?
Una prima risposta è a circa 900 metri d’altezza: la quota dello stretto sentiero lungo il quale restiamo in attesa, accanto a una cascata. Sopra le nostre teste, l’acqua sgorga da un buco nella roccia per poi precipitare in una pozza, 250 metri più in basso. Scivolare equivarrebbe a morte certa. Di fronte a noi ci sono due uomini: uno è vestito come per andare all’opera (o lo sarebbe, se fossimo nel XIX secolo), con completo elegante, cilindro e mantello nero. L’altro indossa una mantellina di tweed e un cappello da cacciatore a doppia visiera. L’uomo con il cilindro si lancia all’attacco con un grido e i due lottano, cercando di spingersi l’un l’altro giù nell’abisso.
Poi, proprio quando sembra che l’uomo con il cappello da caccia stia avendo la meglio, i due si fermano, si sistemano gli abiti e ricominciano da capo, così che le telecamere possano riprendere il tutto da un’angolazione migliore. L’evento è stato organizzato per il pellegrinaggio decennale della Sherlock Holmes Society of London, di cui faccio parte, alle cascate Reichenbach.
Fu qui che, nel 1891, si pensò che il nostro eroe fosse precipitato verso la morte, stretto nella morsa della sua nemesi, il professor James Moriarty, “il Napoleone del crimine”. Per celebrare l’occasione, il nostro gruppo, composto da una sessantina di persone, ha trascorso tre giorni a girare per la Svizzera in abiti vittoriani. Parte di me è consapevole che tutta questa messinscena è una vera sciocchezza. Dopotutto, mi dico mentre sudo sotto la redingote e il cappello a cilindro, non sono neanche così appassionato di Sherlock Holmes.
Se sono qui, continuo a ripetere, è perché sono interessato al profondo retaggio culturale del personaggio di Arthur Conan Doyle. “Sento parlare di Sherlock dappertutto”, commenta il fratello del celebre investigatore, Mycroft, nel racconto L’avventura dell’interprete greco (1893), prevedendone il futuro meglio di quanto ci si sarebbe mai potuti aspettare.
Holmes è sempre ai primi posti nelle classifiche dei personaggi letterari approdati sullo schermo, insieme a Babbo Natale e Dracula. Anche chi non ha mai letto uno dei gialli di cui è protagonista sa di chi si tratta. E la cosa non farà che peggiorare, considerato che le opere di Conan Doyle non sono più soggette a copyright, per cui il famoso detective è alla mercé di chicchessia.
Oggi abbiamo Watson, una serie moderna che segue le vicende del braccio destro di Holmes nel suo ritorno alla medicina, e Young Sherlock, un’interpretazione di Guy Ritchie che si può solo definire “da vero Guy Ritchie”. Il prossimo anno, invece, sarà il turno di Rafe Spall in The Death of Sherlock Holmes. E questo per limitarci alle serie TV. Secondo Adrian Braddy, curatore dello Sherlock Holmes Magazine, la sua rivista pubblica un’ottantina di recensioni di nuovi spin-off sull’argomento ogni anno. Per non parlare del teatro all’aperto di Regent’s Park, a Londra, poco lontano da Baker Street, che ha appena presentato un nuovo spettacolo intitolato: Sherlock Holmes.
Niente di tutto questo, però, è paragonabile all’influenza che il celebre investigatore ha avuto nella vita reale. Le pareti della fermata della metropolitana di Baker Street sono piastrellate con il suo inconfondibile profilo. La statua di Holmes visibile appena fuori dalla stazione è solo una delle cinque (o più) sparse in tutto il mondo. Nell’ultimo mese ho visitato tre musei su di lui. Lo scorso anno gli hanno addirittura dedicato un set di Lego.
Quel che più mi affascina di lui, però, è un altro aspetto della sua “vita” fuori dai libri: la gente gli scrive. La prima lettera mai registrata a suo nome arrivò nel 1890, quando un tabaccaio di Philadelphia gli scrisse per chiedergli una copia della sua monografia sulla cenere di sigaro (già che Holmes affermava di poterne riconoscere 140 tipi diversi). Per molto tempo, le lettere furono recapitate all’indirizzo di Conan Doyle: se nei romanzi il celebre detective abitava al 221B di Baker Street, la strada dell’epoca si fermava ben prima. All’inizio degli anni Trenta, però, accaddero due cose: innanzitutto, il comune decise che tutti i tratti di strada in linea con Baker Street dovessero diventare parte della stessa via, per cui nella parte settentrionale i numeri superarono il 200. Poi, la Abbey Road Building Society instaurò la propria sede tra il 219 e il 229, un isolato che includeva anche il 221B. La prima lettera arrivò nel 1935.
La banca decise che tutte le missive indirizzate a Holmes meritavano una risposta e, in un gesto spensierato che avrebbe avuto conseguenze durature, scelse di reggere il gioco. Una persona addetta alla corrispondenza aveva il compito di spiegare ai mittenti che, come indicato nei libri, il Signor Holmes si era ritirato a vivere nel Sussex. Nei decenni successivi arrivarono vagonate di lettere. C’erano inviti a tenere discorsi, a firmare autografi e, ovviamente, a collaborare alla risoluzione di crimini. L’intenso flusso di posta continua ancora oggi, anche se, da quando la Abbey è stata acquisita da Santander, è stato reindirizzato verso lo Sherlock Holmes Museum in cima alla strada.
A questo punto devo rivelare il mio tornaconto in questa storia: sto scrivendo una serie di romanzi su un odierno addetto alla corrispondenza di Holmes che decide di risolvere uno dei crimini illustrati nelle missive, servendosi degli strumenti impiegati dal suo eroe, solo per scoprire che non è affatto facile come sembra nei libri.
Nel corso delle mie ricerche, ho subito scoperto che la Abbey Road Building Society non è stata l’unica a “giocare” con Holmes. Negli anni Trenta, un gruppo di celebri autori e autrici inventò quello che divenne noto come “The Game” (il Gioco). La premessa è semplice: si immagina che Holmes sia una persona vera e si cerca di ricostruirne la vita da quello che viene raccontato nelle sue avventure.
Il gioco è nato come un tentativo di fare della satira a sfondo teologico. Ronald Knox, prete cattolico e autore di gialli, intendeva farsi beffe degli studiosi e studiose della Bibbia, secondo cui le incongruenze nei Vangeli dimostrerebbero che sono opera di altri autori, per cui pubblicò un saggio sulle contraddizioni nei racconti di Holmes. Conan Doyle sfornava un’opera dopo l’altra, ma non era molto bravo a ricordarsi i dettagli. In diversi momenti della narrazione, Watson è single, sposato o vedovo. Ha una ferita di guerra che cambia tipo e posizione negli anni. Secondo Knox, ciò dimostrerebbe che i gialli di Holmes non possono essere stati scritti dalla stessa mano, ma sarebbero invece frutto di due diversi autori.
Quali che fossero le intenzioni del prete, l’idea prese subito piede, tanto da portare alla nascita di una Sherlock Holmes Society, in Gran Bretagna, per discutere della questione. “La cosa si è trasformata in una specie di hobby tra un gruppo ristretto di buontemponi, qui in America”, commentò entusiasta la giallista Dorothy L. Sayers. “La regola del gioco è che bisogna comportarsi con la stessa solennità riservata a una partita di cricket al Lord’s: il minimo accenno di stravaganza o burlesque rovina l’atmosfera”.
Altri sviluppi
Il padre di Sherlock Holmes, un precursore dello sci in Svizzera
“Un luogo straordinario e terribile”
È con questo spirito che siamo venuti in Svizzera. Ognuno di noi ha dovuto scegliere un personaggio dei libri (noti anche come il Canone) da interpretare. Dovremo vestirne i panni per tutto il tempo. Quando me l’hanno detto, ho tentennato. Alla fine, però, mi sono detto che sarebbe stata l’occasione perfetta per fare ricerche per i miei libri, visto che il protagonista deve essere ossessionato da Sherlock.
Alla seconda email in cui mi si chiede chi interpreterò, mi rendo conto che non posso posticipare ancora. Una rapida ricerca nel Canone fa emergere il personaggio del colonnello Valentine Walter, uno dei cattivi nell’Avventura dei piani Bruce-Partington, descritto come “un uomo di mezza età, alto, bello e con una barbetta leggera”. Per tre aspetti su quattro non devo neanche impegnarmi.
Il ritrovo è a Losanna, per cui, come Holmes quando cercava di togliersi di torno il malvagio Moriarty, decido di andare in Svizzera in treno. Ho una valigia più grande di quella che uso di solito per cinque giorni, ma in genere non mi porto dietro la redingote. Arrivato in albergo, indosso il mio travestimento e mi guardo allo specchio. Da un lato mi sembro ben azzimato, dall’altro temo di essere ridicolo. In fondo ho intervistato tre primi ministri e sono arrivato a Kabul a bordo di un Chinook: voglio essere preso sul serio.
Perlomeno, non faccio alcuna fatica a individuare il resto nel gruppo nella hall dell’albergo. Le donne indossano vestiti ingombranti e gli uomini sembrano pronti per andare ad Ascot, tranne forse quello vestito come un rugbista dell’università di Cambridge (personaggio, come avrete capito, dell’Avventura del giocatore scomparso). Mi sento subito a mio agio, come mi capita spesso nei gruppi in cui risulto tra i membri più giovani. Eppure, all’inizio resto appoggiato a una colonna, cercando di mantenere le distanze e ripetendomi che non sono davvero uno di loro. Poi colgo il mio riflesso e capisco che fingersi sarcastico e distaccato è alquanto difficile con un cilindro in testa.
Una donna mi si avvicina, esclamando entusiasta: “Noi non stiamo più nella pelle! Lei che personaggio è?”. Sono talmente sorpreso dalla sua esuberanza che non mi ricordo la risposta. “Chi si accaparra un ruolo, poi tende a mantenerlo”, mi dice l’uomo che interpreta Moriarty. Il suo aspetto è straordinariamente sinistro, anche se poi vengo a sapere che, quando non fa queste cose, lavora come avvocato.
Moriarty è famoso quasi quanto Holmes, ma in realtà compare solo in due delle sue storie. Conan Doyle l’ha inventato per L’ultima avventura, un super-cattivo che tenesse testa al super-detective. Nel 1893, dopo aver scritto due romanzi e due raccolte di racconti su Holmes, l’autore si era un po’ stufato del personaggio. Aveva l’impressione che quei gialli mettessero in ombra i romanzi storici che considerava le sue opere principali.
Insomma, stava cercando un modo per farlo fuori, quando si recò in Svizzera e scoprì le cascate Reichenbach. Era un luogo “straordinario e terribile” dove l’acqua “si tuffa in un abisso spaventoso”: il posto ideale in cui far perdere la vita a Holmes, che si sacrifica eroicamente, in lotta con il suo arcinemico.
Oggigiorno il flusso della cascata è meno fragoroso perché viene deviato in larga misura verso un generatore idroelettrico. C’è chi dice addirittura che, se c’è dell’acqua sotto i nostri occhi, è perché le autorità sono state persuase a riaprirla proprio per la nostra visita. Con noi c’è anche un osservatore dell’ambasciata britannica, forse nel caso in cui qualcuno scelga di prendere le cose troppo alla lettera e seguire Holmes e Moriarty nell’abisso.
Ormai mi sono abituato a travestirmi, tanto che il secondo giorno di viaggio mi prendo addirittura il tempo di tornare in albergo a cambiarmi per la cena (rigorosamente in abito da sera, mi informa Moriarty). Il gruppo è composto in buona parte da uomini, ma non solo. Heather Owen ricopre il ruolo della signora Turner, frutto di un errore redazionale: quando scrisse Uno scandalo in Boemia, infatti, Conan Doyle si dimenticò che la padrona di casa di Holmes si chiamava Hudson. Owen fa parte della Sherlock Holmes Society da molto tempo: “È un gioco che ci piace fare insieme”, dice. L’attrattiva, per lei, sta nel poter approfondire come si viveva in tarda età vittoriana: “È il ritratto di un’epoca”.
Altre donne ammettono di essere lì su richiesta dei mariti. Joan Blanksteen, arrivata qui fin dagli Stati Uniti, accenna ai suoi abiti vittoriani dichiarando: “Se mai dovessimo divorziare, potrò dimostrare al giudice che cosa mi è toccato sopportare”. Suo marito Charles, che tiene il Canone sul comodino fin da quando era piccolo, è impegnato a illustrare nel dettaglio i diversi tipi di pistole ad aria compressa che avrebbe potuto usare il suo personaggio, il colonnello Sebastian Moran, per cercare di uccidere Holmes nell’Avventura della casa vuota.
Il racconto, pubblicato nel 1903, segna il momento in cui Conan Doyle cedette alle pressioni del pubblico, riportando in vita il detective. Per l’autore fu una sconfitta dover ammettere che erano quelli i libri che i lettori volevano da lui. Eppure, è possibile che ci avesse già pensato: in fondo è significativo che, nell’Ultima avventura, il corpo di Holmes non venga ritrovato, lasciando al personaggio un modo plausibile per tornare.
Il primo supereroe
La reazione alla morte di Holmes era stata stupefacente. Secondo alcuni resoconti, la gente a Londra si era vestita a lutto. Conan Doyle aveva ricevuto lettere di insulti. Se pensavate che le relazioni parasociali per cui certi adolescenti sono convinti di conoscere davvero Taylor Swift o Harry Styles fossero un fenomeno moderno, vi sbagliavate.
L’esistenza stessa della Sherlock Holmes Society, ricostituita nel 1951 dopo che quella originaria era caduta nel dimenticatoio durante la Seconda guerra mondiale, lo dimostra. La maggior parte delle società letterarie, infatti, è dedicata agli autori, non ai personaggi.
Ne approfitto per chiedere a tutti quelli con cui parlo in che cosa consista il fascino di Holmes. “Mi piace perché è imperfetto”, risponde Laura Sparks, arrivata fin qui dal Canada. Altri, invece, lo ritengono il primo supereroe, dotato dei poteri dell’osservazione e della deduzione. Holmes era un uomo ben radicato nella sua epoca: tutte le sue avventure sono intrise del tipico ottimismo tardo vittoriano sulla tecnologia e sul futuro. Il suo metodo scientifico, poi, si rifà alla convinzione che fosse possibile conoscere, comprendere e padroneggiare il mondo intero.
Poi c’è lo stile narrativo. Il mastino dei Baskerville, scritto e pubblicato in sole sette settimane, è un modello di scrittura impulsiva tipica dei thriller, con una struttura in tre atti che sembra uscita da un moderno studio hollywoodiano. In questo caso, la vicenda non ruota attorno alla scoperta del colpevole, che viene rivelato già a due terzi del racconto, ma del metodo usato dall’assassino: che bestia misteriosa si aggira nella brughiera? Bonnie MacBird, un’ex sceneggiatrice hollywoodiana che ha scritto sei best-seller con Holmes come protagonista, spiega: “Lo stile di Conan Doyle è molto particolare, quasi cinematografico. A differenza dei suoi contemporanei, fa molto affidamento sui dialoghi, mantenendo le descrizioni succinte ma memorabili. Dipinge la scena con pochi tratti, per poi lanciarsi nell’azione con l’impeto narrativo di un film”.
La cosa che più piace ai fan, però, è il rapporto tra Holmes e Watson, una delle grandi abbinate della letteratura: una strana coppia impossibile da separare. Le mogli (forse addirittura cinque) si susseguono senza grande rilievo nella vita di Watson, mentre Sherlock rimane una costante.
“Holmes è un personaggio così completo che è un piacere scriverci su”, dice Joel Horwood, sceneggiatore dello spettacolo di Regent’s Park. “È come giocare con i giocattoli di Conan Doyle. La vera difficoltà è che appartiene interamente e di diritto al pubblico. Con il suo detective, Conan Doyle ha creato un personaggio talmente amato che nemmeno lui ha potuto ucciderlo”.
Di fatto, Holmes era sfuggito al suo controllo già quando l’autore era ancora in vita. Basti pensare alla celebre silhouette: le parti più caratteristiche sono frutto dell’invenzione altrui. Fu Sidney Paget, illustratore per la rivista The Strand, ad attribuirgli il famoso cappello da caccia; mentre l’attore William Gillette, che lo portò sul palco, aggiunse la pipa ricurva.
Per gli appassionati di Sherlock, gli adattamenti televisivi sono un’arma a doppio taglio. La moderna serie della BBC con Benedict Cumberbatch è stata scritta tenendo a mente i suoi fan, tanto da regalare delle vere chicche: nel primo episodio, per esempio, c’è una linea narrativa incentrata sul fatto che la ferita di Watson non è mai nello stesso punto. Le opinioni su Young Sherlock nelle riunioni della Sherlock Holmes Society potrebbero definirsi “variegate”, per essere gentili. Eppure, chi ha lavorato all’adattamento può dire di averlo fatto con l’autorizzazione dell’autore. Quando Gillette chiese a Conan Doyle se potesse far sposare Holmes nel suo spettacolo, infatti, questi rispose: “Può farlo sposare, ucciderlo o farne ciò che le pare”.
Mentre discutiamo di queste questioni, rimanendo fino a tarda notte nel bar dell’albergo, mi rendo conto che dichiararmi un osservatore disinteressato sarebbe ingannare me stesso. C’è un motivo se mia moglie mi ha regalato la classica serie TV della Granada Television in DVD vent’anni fa, se i libri di Holmes sono la prima cosa che scarico ogni volta che cambio telefono e se c’è una foto di me che leggo Uno scandalo in Boemia a mio figlio il giorno della sua nascita. Ma non sono l’unico. Mentre ce ne stiamo alle cascate Reichenbach a guardare Holmes e Moriarty che lottano davanti all’obiettivo, una giovane cinese sbuca da dietro l’angolo, con in testa un cappello da caccia a doppia visiera. Studentessa all’Università di Manchester, ha scelto proprio questo weekend per compiere il suo personale pellegrinaggio sul luogo della morte del suo eroe. Trovandoselo davanti in carne ed ossa, rimane senza parole. A più di un secolo di distanza dal giorno in cui il suo creatore ha cercato di ucciderlo, Sherlock Holmes fa ancora questo effetto alla gente.
Copyright The Financial Times Limited 2026
Traduzione dall’inglese di Camilla Pieretti
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.