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La vigilanza sulle banche in Svizzera: una breve storia degli scandali

Logo CS su una facciata
Il crollo della grande banca Credit Suisse ha rappresentato un vero e proprio terremoto nel settore bancario svizzero. Fabrice Coffrini / Keystone

La storia della vigilanza bancaria svizzera è segnata da scandali e pressioni dall'estero. L'influsso della lobby finanziaria finisce tuttavia spesso per indebolire i controlli.

Il Governo svizzero prevede di attribuire nuove competenze all’autorità di vigilanza bancaria. A tre anni dal tracollo della grande banca Credit Suisse (CS), la Svizzera dovrebbe dotarsi di strumenti che altri Paesi con piazze finanziarie di dimensioni comparabili possiedono già da tempo.

Tra le altre cose, l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma) dovrebbe poter infliggere multe e rendere note le banche inadempienti. Con queste competenze, la Finma avrebbe potuto fare luce in modo tempestivo ed esaustivo sulle irregolarità del CS.

Tuttavia, in Parlamento si sta già formando un movimento di opposizione contro i piani del governo. Questo riflesso ha una lunga tradizione: l’opportunità di introdurre una regolamentazione statale del settore bancario in Svizzera è stata per molto tempo oggetto di controversia. Un primo progetto di legge federale risalente al 1916 è rimasto nei cassetti dell’amministrazione federale fino alla crisi economica mondiale degli anni Trenta.

sportelli bancari
Sala degli sportelli nella sede centrale del Credito Svizzero alla Paradeplatz a Zurigo (foto senza data). Keystone

Il crollo della Banque de Genève nel 1931 e la crisi della Banca Popolare Svizzera, che nel 1933 dovette essere sostenuta dallo Stato con 100 milioni di franchi, costrinsero il mondo politico ad agire. La legge federale sulle banche e le casse di risparmio fu elaborata in tutta fretta – una “figlia della necessità”, la definì in seguito un ministro delle finanze.

La legge entrò in vigore il 1° marzo 1935; serviva in primo luogo a tutelare i creditori con disposizioni in materia di liquidità e fondi propri. Un’autorità indipendente composta da cinque membri, la Commissione federale delle banche (CFB), ne garantiva l’attuazione.

Responsabile della vigilanza al soldo di un prestanome di Trujillo

A metà degli anni Sessanta l’autorità vive il suo primo grande scandalo. Il 4 giugno 1965 il Consiglio federale decide di destituire con effetto immediato il presidente della CFB Max Hommel.

Rafael Leonidas Trujillo
Rafael Leonidas Trujillo (1891–1961), dittatore della Repubblica Dominicana dal 1930 fino alla sua morte. Foto scattata intorno al 1955. Getty Images

L’esperto di contabilità originario della Turgovia aveva fornito consulenza, nel suo studio fiduciario di Berna, a due società del finanziere spagnolo Julio Muñoz, incassando per questo servizio 2000 franchi al mese. Il mandato, che Hommel ha tenuto nascosto ai suoi colleghi della CFB, è particolarmente scottante perché il finanziere Muñoz si occupa dell’investimento in Europa del patrimonio di Rafael Leónidas Trujillo Molina, il dittatore della Repubblica Dominicana assassinato nel 1961.

Con l’aiuto di prestanome svizzeri, Muñoz è riuscito a infiltrarsi in due rispettabili banche a San Gallo e a Ginevra. Hommel, in qualità di autorità di vigilanza bancaria, chiude un occhio quando i due istituti concedono ingenti crediti senza garanzie a società straniere nella sfera d’influenza di Muñoz.

Poiché i crediti non vengono rimborsati, le due “banche di Trujillo” falliscono e vengono rilevate dalla Società di banca svizzera (SBS). Le autorità e le banche si adoperano per risolvere nel modo più discreto possibile l’imbarazzante vicenda dei fondi in fuga provenienti dal patrimonio di un dittatore sanguinario. Il presidente della CFB, licenziato senza preavviso, non deve rispondere delle proprie azioni in tribunale. L’unica conseguenza a livello legislativo è un obbligo di autorizzazione più preciso per le banche controllate dall’estero.

>>> Una carrellata sui più grandi scandali bancari:

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Un rifugio ticinese per gli evasori fiscali italiani

INell’aprile 1977, i fondi provenienti dall’evasione fiscale italiana hanno un ruolo centrale nelle gravi difficoltà finanziarie con cui è confrontato il Credito svizzero (in seguito: Credit Suisse). La filiale della grande banca nella città di confine di ChiassoCollegamento esterno aveva convogliato per 15 anni fondi di clienti italiani per un importo di 2,2 miliardi di franchi verso una società di comodo nel Principato del Liechtenstein. In qualità di «banca nella banca», questa concedeva crediti e acquisiva – prevalentemente in Italia – partecipazioni estranee all’attività bancaria.

La società di comodo del Liechtenstein fungeva anche da bacino di raccolta per i crediti inesigibili della filiale di Chiasso e per le perdite derivanti dalle speculazioni sui titoli da parte dei dirigenti. Ne risulta una perdita di 1,4 miliardi di franchi: lo scandalo bancario più costoso mai registrato in Svizzera fino a quel momento.

A differenza di quanto accadrà 46 anni dopo, il CS viene salvato. Nel cuore della notte del 26 aprile 1977, la Banca nazionale svizzera (BNS) annuncia che sosterrà il CS, insieme alle due grandi banche SBS e Unione di banche svizzere (UBS), se necessario con un importo fino a 3 miliardi di franchi. La promessa di credito non sarà mai utilizzata, ma rafforza la fiducia e impedisce una corsa agli sportelli.

L’allora presidente della Banca nazionale Fritz Leutwiler parla dello scoppio di una bomba a orologeria e riconosce che, dopo lo scandalo, non è possibile tornare alla normalità. Insieme all’associazione di categoria delle banche, la Banca nazionale emana in poche settimane un codice per salvare la buona reputazione della piazza finanziaria. La “Convenzione circa l’obbligo di agire con oculatezza nell’accettazione di denaro e nell’uso del segreto bancario” del 1977, rielaborata in seguito con il nome di Convenzione relativa all’obbligo di diligenza delle bance (CDB), è considerata il capostipite di tutte le forme di autoregolamentazione nella piazza finanziaria svizzera.

Un plebiscito a favore del segreto bancario

Il Partito socialista svizzero reagisce allo scandalo di Chiasso con un’iniziativa popolare volta a introdurre misure legislative contro l’evasione fiscale e la fuga di capitali. Il tempo e le pressioni esercitate dalle banche giocano a sfavore del progetto: nel maggio 1984 l’iniziativa viene respinta in votazione popolare con il 73% di “no”. La piazza finanziaria festeggia il risultato come un plebiscito a favore del segreto bancario. Il Consiglio federale rinuncia a tradurre in legge parti dei codici deontologici delle banche. Il segreto bancario è intoccabile come una monaca, afferma il ministro delle finanze socialista Willi Ritschard.

Due anni dopo, nella primavera del 1986, la piazza finanziaria torna a fare notizia in tutto il mondo. Il 24 marzo il Consiglio federale decide, in via d’urgenza, di congelare i patrimoni depositati presso le banche svizzere dal presidente filippino Ferdinand Marcos, fuggito negli Stati Uniti. Si tratta di una svolta nel modo in cui la Svizzera gestisce i fondi dei potentati.

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Avanti tutta, ma con calma, nella lotta al riciclaggio di denaro

Nella seconda metà degli anni Ottanta, con la “Pizza Connection” e la “Libanon Connection”, il settore finanzario elvetico si trova invischiato in due scandali legati al riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga.

Quando Elisabeth Kopp, la prima consigliera federale della Svizzera, si dimette all’inizio del 1989 a causa di mandati discutibili del marito, la politica entra in fibrillazione. Due disposizioni di legge contro il riciclaggio di denaro sono emanate con rapidità inedita. Più lenti sono invece i tempi di attuazione delle norme internazionali.

L’associazione di categoria delle banche cerca di ridare smalto all’immagine screditata della piazza finanziaria svizzera con un’offensiva di pubbliche relazioni. Con il sostegno del Consiglio federale e della Banca nazionale, nel 1999 la lotta al riciclaggio di denaro viene promossa come modello oltre i confini nazionali.

Logo della FINMA
Le verranno assegnate maggiori competenze? La battaglia sulla FINMA continua. Keystone / Peter Klaunzer

Sempre nel 1999 si viene a sapere che il defunto dittatore nigeriano Sani Abacha ha saccheggiato il proprio Paese per anni e trasferito miliardi all’estero. 660 milioni di dollari vengono bloccati a titolo precauzionale su conti di 19 banche in Svizzera. Le autorità sono irritate con il settore bancario. La CFB cita per nome tutte e 19 le banche coinvolte nel caso Abacha, una novità nella politica di informazione delle autorità federali.

La linea dura prosegue un anno dopo, quando vengono scoperti in alcune banche svizzere fondi provenienti dalla corruzione dell’ex presidente peruviano Alberto Fujimori e del suo capo dei servizi segreti Vladimiro Montesinos. La CFB non solo cita per nome le banche coinvolte, ma per la prima volta destituisce anche un dirigente bancario, il direttore generale della filiale svizzera della Banca Leumi.

La pratica della gogna mediatica viene tuttavia ridimensionata con l’istituzione, all’inizio del 2009, dell’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma). Si tratta di un ente nato dalla fusione tra la Commissione delle banche, l’Ufficio federale delle assicurazioni private e l’Autorità di controllo per la lotta contro il riciclaggio di denaro.

L’avvio della vigilanza integrata sui mercati finanziari è segnato dalle conseguenze della quasi bancarotta dell’UBS. La grande banca è salvata nell’autunno del 2008 con una parziale nazionalizzazione temporanea e la creazione di una “bad bank” finanziata dalla Banca nazionale. Con grande impegno vengono elaborate norme volte a impedire che in futuro le banche di importanza sistemica debbano essere salvate dai contribuenti.

Il primo banco di prova, nella primavera del 2023, è la crisi del CS. Il concetto di “too big to fail” in questo caso non viene applicato. Sotto pressione internazionale, il Consiglio federale, la Banca nazionale e la Finma orchestrano l’acquisizione del CS da parte dell’UBS. E da allora la lotta per la stabilità bancaria ricomincia da capo.

Articolo a cura di Benjamin von Wyl

Traduzione dal tedesco di Andrea Tognina

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