La Svizzera e le conseguenze della primavera araba

Dopo la caduta di Ben Ali in gennaio, 23'000 tunisini hanno raggiunto l'isola italiana di Lampedusa Keystone

Collaborazione economica, restituzione dei patrimoni rubati e migrazione: su questi tre punti si concentrerà il lavoro delle ambasciate svizzere in Nord Africa e Medio Oriente.

Questo contenuto è stato pubblicato il 04 maggio 2011 - 16:32
Eveline Kobler, swissinfo.ch, Tunisi

Riuniti in conferenza a Tunisi, gli ambasciatori svizzeri hanno discusso la strategia decisa dal Consiglio federale l'11 marzo 2011. L'attenzione è stata rivolta in particolare a tre ambiti d'attività.

Ai giornalisti presenti nella capitale tunisina, Lars Knuchel, portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), ha spiegato in breve che si tratta «della cooperazione in campo economico, della restituzione dei beni sottratti allo stato e ai suoi cittadini, e delle problematiche inerenti alla migrazione». L'elaborazione di una nuova strategia si è resa necessaria in seguito ai mutamenti politici in corso nella regione.

«La strategia è valida per tutto il Nord Africa e non solo per i paesi in cui c'è stata una rivoluzione», ha puntualizzato Marcel Stutz, capo della Divisione politica II (Africa e Medio Oriente) del DFAE. «È però importante tener presente che ogni paese ha la sua storia e i suoi problemi. Dobbiamo agire in modo differenziato».

La Svizzera offre la sua collaborazione solo «on demand», su richiesta. Nei paesi che non si rivolgono direttamente alla Confederazione, quest'ultima non può intervenire. «È il motivo per il quale in questo momento la nostra attenzione è concentrata soprattutto sulla Tunisia. Collaboriamo bene con l'attuale governo di transizione».

Cooperazione economica 

Stutz ha ricordato che nei paesi nordafricani la disoccupazione colpisce soprattutto i giovani, in particolare i maschi. Si tratta di ragazzi che spesso non hanno una formazione e che non sono integrati nel mondo del lavoro. «Con le aziende svizzere presenti in loco, cerchiamo di guidarli verso un'occupazione», afferma Stutz. «Grazie ai visti di stage, alcuni di loro hanno già oggi la possibilità di fare un tirocinio in Svizzera». Il visto di stage permette ai giovani di trascorrere fino a 18 mesi nella Confederazione per perfezionarsi in ambito professionale.

Attualmente, si sta discutendo anche della creazione di un nuovo tipo di tirocinio che faciliterebbe il soggiorno in Svizzera per qualche mese dei giovani interessati. Ma a questo proposito non sono ancora state prese delle decisioni, ha precisato Eduard Gnesa, ambasciatore straordinario per la cooperazione internazionale in materia di migrazione.

Restituzione dei patrimoni

Valentin Zellweger, capo della Direzione del diritto internazionale pubblico del DFAE, ha ricordato che in gennaio il Consiglio federale ha bloccato i fondi del clan dell'ex presidente tunisino Ben Ali. «Ora sta al governo tunisino intentare dei procedimenti penali nei confronti delle singole persone. Quando i tribunali avranno emesso delle sentenze definitive, la Svizzera restituirà il denaro».

Nel corso della sua visita in Tunisia, la presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey ha rivelato l'ammontare dei patrimoni nordafricani bloccati su conti svizzeri: si tratta di circa 60 milioni di franchi riconducibili all'entourage di Ben Ali, 400 milioni del clan di Mubarak e 360 milioni di quello di Gheddafi.

Migranti

Per quanto riguarda le problematiche inerenti alla migrazione, l'obiettivo principale della Svizzera è quello di contribuire a migliorare le condizioni di vita delle persone nei loro paesi di provenienza, così da evitare le partenze per disperazione.

600'000 persone hanno lasciato la Libia dopo lo scoppio del conflitto, ha affarmato Eduard Gnesa. «Solo 30'000 sono approdate ai confini meridionali dell'Europa». Nei due terzi dei casi si tratta di tunisini che hanno perso la loro fonte di reddito in Libia. Secondo Gnesa, aspetterebbero di poter tornare, perché sanno che un domani in Libia ci sarà di nuovo lavoro. I rifugiati politici, provenienti ad esempio dalla Somalia, ci sono, ma sono in numero minore. La Svizzera – ha aggiunto Gnesa – continua ad impegnarsi per facilitare la reintegrazione in patria dei tunisini che hanno lavorato in Libia.

La conferenza degli ambasciatori ha ribadito la volontà della Svizzera di attenersi agli accordi di Schengen / Dublino che definiscono la frontiera esterna europea come frontiera comune e che prevedono il rinvio dei richiedenti l'asilo nel paese attraverso il quale sono entrati in Europa. In marzo – ha precisato Gnesa – la Svizzera ha rimandato in altri paesi europei 5'000 persone e ne ha accolte 780.

«Constatiamo anche un flusso migratorio dall'Europa verso la Tunisia e l'Egitto», ha concluso Gnesa. «Per il momento non sono molte le persone che ritornano nel loro paese d'origine, ma il loro numero potrebbe aumentare».

Contributo svizzero

Il Dipartimento federale degli affari esteri ha stanziato una prima tranche di 12 milioni di franchi per progetti e misure nei settori dell'aiuto umanitario, della migrazione, delle riforme strutturali, dello sviluppo economico e della lotta contro la povertà.

Il budget 2011-2012 della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) per quest'area del Mediterraneo si situa tra i 20 e i 30 milioni di franchi.

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Conti bloccati

il 19 gennaio 2011, una settimana dopo la sua caduta, la Svizzera ha bloccato i conti dell'ex presidente tunisino Ben Ali e di una quarantina di persone a lui legate.

In febbraio sono stati bloccati i conti riconducibili all'ex presidente egiziano Mubarak. Non si sa con esattezza quale sia il patrimonio di Mubarak, ma proprio le voci secondo le quali con i suoi figli avrebbe messo da parte 70 miliardi di dollari, hanno fatto scoppiare la protesta in Egitto.

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