L’USS rilancia la rivendicazione dei minimi salariali
L'introduzione di salari minimi non avrebbe alcuna conseguenza negativa per l'economia svizzera. A sostenerlo è uno studio commissionato dall'Unione sindacale svizzera.
All’indomani del sì agli accordi bilaterali, tra cui figura anche il controverso capitolo relativo alla liberalizzazione del mercato del lavoro, l’Unione sindacale svizzera torna sulla questione dei bassi salari.
Non si tratta di una coincidenza casuale, ha spiegato il presidente dell’USS, Paul Rechsteiner, dato che i “bilaterali” introducono per la prima volta nell’ordinamento svizzero la possibilità di imporre, a determinate condizioni, salari minimi. Una misura, dunque, in sintonia con la lotta dichiarata dai sindacati ai salari netti inferiori ai 3000 franchi.
Il gruppo di esperti ha analizzato il fenomeno dei bassi salari, ma soprattutto le possibilità di adottare lo strumento dei salari minimi e le conseguenze economiche che ne deriverebbero. In base ai dati del 1995 circa il 13,5 percento delle persone attive riceve un salario inferiore ai 3000.
Particolarmente colpite sono le donne, le persone poco qualificate e quelle che lavorano a tempo parziale. Nonostante oggi la congiuntura si sia rimessa in moto, secondo Yves Flückiger, professore di economia dell’Università di Ginevra, la crescita non sarà in grado da sola di risolvere il problema.
I bassi salari costituirebbero per di più, a loro volta, una palla al piede per la stessa economia. Il basso livello degli stipendi avrebbe un effetto frenante sui consumi e dunque sulla crescita, ridurrebbe la propensione delle aziende ad investire nella formazione di questa categoria di lavoratori e, a lungo termine, ritarderebbe gli adattamenti strutturali nei settori che fanno ricorso a manodopera a buon mercato.
Sulla base anche di studi fatti dall’OCSE, gli esperti smentiscono inoltre la tesi secondo cui l’introduzione di salari minimi pregiudicherebbe le possibilità di assumere nuovo personale: a prescindere dai giovani di meno di 20 anni, non sarebbe infatti possibile dimostrare che questo strumento abbia un’influenza negativa sull’occupazione.
L’impatto inflazionistico sarebbe inoltre contenuto: dell’1 percento con un salario minimo di 3350 franchi, e dello 0,7 percento con 3000. Un’introduzione a tappe sull’arco di 3-5 anni per i settori più sensibili ridurrebbe ulteriormente i contraccolpi sui costi.
Anche dal profilo giuridico non vi sarebbero ostacoli. Secondo Pascal Mahon, professore di diritto all’Università di Neuchâtel, la costituzione federale, nel suo capitolo dedicato agli obiettivi sociali, impegna in questo senso la Confederazione e le conferisce anche il diritto di adottare provvedimenti, tramite l’estensione dei contratti collettivi, l’introduzione di contratti tipo o con la promulgazione di una legge.
Chiarite le premesse economiche e giuridiche, ai sindacati spetta ora il difficile compito di tradurre la rivendicazione dei salari minimi in decisioni politiche.
Luca Hoderas
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