Liberata, la «Fata verde» forse perde la sua magia

Museo di Môtiers, Val de Travers; bottiglia e bicchiere con assenzio Keystone

Il divieto di produzione dell’assenzio dovrebbe presto venire abolito. Nel Val-de-Travers, culla dell’assenzio e dei distillatori clandestini, i pareri sono discordi.

Questo contenuto è stato pubblicato il 16 febbraio 2004 - 15:39

Alcuni vi vedono un’opportunità per l’economia regionale. Altri la fine dell’autenticità.

In Svizzera, la Fata verde è vietata dal 1908. In Francia dal 1915. Attualmente nel Val-de-Travers ci sarebbero tra 60 e 80 produttori clandestini

«Ho cominciato a distillarne un po’ per caso», ricorda Jean-Paul*, produttore clandestino. «All’epoca, lavoravo per un’impresa della regione. Un giorno una donna, nota fabbricante clandestina, mi ha infilato la ricetta in tasca».

«Quindici o vent’anni dopo ho ritrovato il pezzetto di carta. E mi sono detto: perché no! Ho cominciato un po’ per sfida, poi è diventato un hobby. E poi… c’è il fascino della trasgressione… l’adrenalina. Con la legalizzazione non sarà più la stessa cosa».

Verso la legalizzazione

Vietata quasi un secolo fa, la Fata verde dovrebbe presto venire legalizzata. Nell’autunno 2003, il Consiglio degli Stati (Senato) ha approvato l’iniziativa parlamentare che chiede la soppressione del divieto. Il Consiglio nazionale (Camera del popolo) dovrebbe pronunciarsi nel corso della sessione di marzo.

Convinta che la legalizzazione potrà dare un impulso positivo all’economia della regione, l’Associazione Regione Val-de-Travers (ARVT) ha già depositato, a titolo preventivo, una Denominazione d’Origine Controllata (DOC).

«Vogliamo legalizzare l’assenzio per meglio proteggerlo», spiega Julien Spacio, segretario regionale dell’ARVT. «La Fata verde è alla moda. Se ne produce un po’ ovunque. Con una Denominazione d’Origine la regione del Val-de-Travers, da cui proviene, avrebbe almeno quest’esclusiva».

«Avremmo dei coltivatori, dei distillatori. E tutta una serie di prodotti derivati. Bicchieri, cucchiai, cioccolatini…» Quando difende il suo progetto, questo giovane ticinese, arrivato nella regione qualche anno fa, è pieno di entusiasmo.

Julien Spacio invoca argomenti di marketing, di sviluppo economico della regione. Pierre-André Delachaux, leader degli oppositori alla legalizzazione, risponde parlando di magia, di autenticità. Il primo ragiona in termini pragmatici, il secondo in termini romantici.

Il fascino del divieto

«L’autenticità consiste essenzialmente nel divieto. Nessuna Denominazione d’Origine potrà sostituirla», afferma lo storico, autore di numerose opere sull’assenzio.

«Si ha quasi l’impressione di gettare nel fuoco l’intero codice penale ogni volta che se ne beve un bicchiere. Quando l’assenzio sarà venduto liberamente, potremo solo buttare via la ricevuta del supermercato nel quale avremo comprato la nostra bottiglia!»

«E’ vero, il divieto ha conferito una patina di trasgressione a tutto il Val-de-Travers», riconosce il segretario regionale dell’ARVT. «Ma la magia dell’assenzio precede il divieto. Il mistero della Fata verde è la musa ispiratrice di Baudelaire, l’ideale di Rimbaud,…»

I ribelli del Val-de-Travers

Secondo Julien Spacio la dimensione trasgressiva non è destinata a scomparire. La legalizzazione riguarderà solo il prodotto. I produttori continueranno a distillare clandestinamente.

«C’è spazio per tutti», conferma Jean-Paul*. «Un piccolo produttore clandestino produce tra i 20 e i 30 000 litri di assenzio: non molto rispetto alle grandi produzioni. Penso quindi che potremo continuare a produrre. Ma bisognerà battersi».

Se il divieto verrà soppresso, la produzione ufficiale sarà controllata da due o tre professionisti. Un «distillatore ufficiale» ha già cominciato a fabbricare l’assenzio «legale».

Autenticità del gusto

Secondo le stime, attualmente nel Val-de-Travers ci sarebbero tra 60 e 80 produttori clandestini. Un fronte della «resistenza», come lo chiama Pierre-André Delachaux. «E almeno altrettanti tipi di assenzio», aggiunge. «Con un sapore di anice, un aroma di salvia, una sfumatura di succo d’ortica ogni volta diversa… Con la legalizzazione avremo invece un assenzio standard».

«Il timore del prodotto uniforme, asettico, è ingiustificato», ribatte Julien Spacio. «La Denominazione d’Origine non implica necessariamente l’omologazione del prodotto: basti pensare all’esempio del vino».

Orizzonte 2005

Il consumatore potrà verificare di persona molto probabilmente già a partire dal 2005, quando il Consiglio nazionale avrà preso la sua decisione, i termini per presentare un referendum saranno scaduti e i testi di legge saranno stati modificati di conseguenza.

«Speriamo di poter festeggiare il ritorno della Fata verde nell’estate 2005, per la grande festa dell’assenzio», si rallegra sin d’ora il segretario regionale dell’ARVT. Per gli oppositori potrebbe trattarsi invece del funerale per «la seconda morte della Fata verde».

swissinfo, Alexandra Richard
(Traduzione, Luisa Orelli)

* Nome fittizio; il produttore desidera mantenere l’anonimato.

In breve

Nel Val-de-Travers, l’assenzio fa la sua comparsa nella seconda metà del XVIII secolo con le prime distillerie artigianali. La prima ricetta sarebbe stata prodotta da Henri-Louis Pernod, a Couvet, nel 1798.

Il liquore trae il suo nome dalla pianta omonima (Artemisia absinthium), di cui si utilizzano le foglie e i fiori. Dalla pianta dell'assenzio vengono ricavate anche tisane digestive e altre bevande alcoliche, come il Vermut.

Nel corso di un secolo, la Fata verde si diffonde in tutto il mondo e seduce tutti gli strati della popolazione. E’ la bevanda dei poeti, dei pittori, degli intellettuali.

Diventa però anche il simbolo dell’alcolismo, della decadenza. Partigiani dell’astinenza e avversari dell’assenzio ne chiedono la proibizione.

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