Per un nuovo dialogo con l'Islam

El Araby, responsabile del centro culturale islamico di Chiasso swissinfo.ch

Hassan El Araby, il responsabile del centro islamico di Chiasso e neoeletto consigliere comunale della città di confine, difende i valori dell’Islam con la promozione del dialogo interculturale.

Questo contenuto è stato pubblicato il 25 aprile 2004 - 11:57

A colloquio con il primo politico apertamente islamico mai eletto in un legislativo svizzero.

La porta è aperta, al terzo piano della palazzina al centro di Chiasso. Hassan El Araby, il responsabile dell’«Associazione Islam senza frontiere» e direttore del centro, accoglie gli ospiti con cordialità. Di origine egiziana, ma ormai di casa in Ticino da vent’anni, El Araby è l’anima di questo porto di mare.

Grazie all’impegno di El Araby, il centro, con una biblioteca e uno spazio di culto, è ormai un riferimento per la comunità islamica, ben oltre i confini di Chiasso.

Al Centro – Hassan El Araby ci tiene a ricordarlo – non si assistono solo i fedeli islamici: «Con il mio impegno cerco anche di far conoscere l’Islam alla popolazione locale, ma quello vero; non l’immagine scorretta trasportata spesso dai media».

swissinfo: Con l’elezione in consiglio comunale, i cittadini di Chiasso le hanno dimostrato simpatia e fiducia. Che effetto fa?

El Araby: In verità volevamo proporre dei giovani. Pensavamo che chi è nato e cresciuto qui potesse assumere un’importante funzione di ponte fra la gente del posto e la comunità islamica, ma alla fine mi sono buttato io. Ho avuto contatti con persone di diversi partiti, alla fine ho accettato un posto in lista come indipendente.

Finora mi sono occupato dell’integrazione dei musulmani. Adesso il mio compito cambia, dovrò occuparmi di tutti i temi che riguardano il comune di Chiasso. Si tratta di una grossa responsabilità e spero di essere all’altezza.

swissinfo: Come valuta questo successo?

Noi siamo ancora una comunità molto piccola. Inoltre abbiamo spesso problemi di lingua e di integrazione. Mi sembra troppo affrettato parlare di successo. Ma senz’altro abbiamo annunciato la volontà di partecipare attivamente alla vita sociale di questo paese.

Noi stessi abbiamo dato un segno forte per l’integrazione. Le nostre comunità sono miste: ci sono algerini, turchi, kosovari e anche svizzeri che hanno abbracciato l’islam. Per questo abbiamo scelto da subito l’italiano come lingua di comunicazione interna, per l’assistenza e per i sermoni.

Così, oltre alla parte rituale che è in arabo, parliamo nella lingua del posto. Abbiamo fatto sforzi notevoli per insegnare la lingua a chi è arrivato e, implicitamente, abbiamo contribuito ad avvicinare la nostra gente alla società locale.

swissinfo: La sua attività è concentrata in Ticino. Come si sviluppa nelle altre regioni del paese?

La presenza musulmana in Svizzera non è di vecchia data; non si può paragonare a quella di altri grandi paesi come la Francia. Solo negli ultimi dieci anni, l’emigrazione si è intensificata e sono nate le reti di contatto. Poi sono sorte, un po’ ovunque, delle moschee e dei centri d’incontro; dal 1992 esiste la Lega dei musulmani in Svizzera.

Ma è soprattutto a livello europeo che l’islam si sta organizzando, grazie alla creazione di un nuovo Consiglio di esperti, nel 1998, composto per lo più di persone che vivono in Europa. Questo non vuol dire che ci sarà un Islam europeo, ma per la quotidianità dei credenti in Europa è un passo importante. La vita di un musulmano in Svizzera non è uguale a quella di un musulmano in Egitto o in Arabia saudita.

swissinfo: Il rapporto fra musulmani e occidente rimane spesso difficile. Anche in Svizzera c’è chi chiede l’abolizione dei simboli, come il velo, dai luoghi pubblici. Come legge lei questa tendenza?

Quello che è successo in Francia non è questione di simboli: qui si priva una parte della società dei diritti fondamentali. Vietare il velo è contro il principio di libertà religiosa.

Non capisco veramente perché si discuta tanto. Anche al tempo di Gesù – pace e benedizione su di lui – le donne portavano il velo. Per me è chiaro: cresce l’islamofobia.

swissinfo: Ma non è legittimo difendere il principio di laicità dello Stato?

La laicità si dimostra una nuova religione: togliete la croce, togliete il velo… Il senso della laicità dello Stato è quello di dare i diritti a tutti, di farli partecipare. Ma se la laicità proibisce la propria identità, è in contrasto con l’idea alla base.

Giusto, è lo Stato che non nega i diritti di nessuna minoranza. Lo dice anche un versetto del Corano: «A voi la vostra religione, a me la mia». In Svizzera, devo dire, la maggioranza cerca ancora di essere corretta.

swissinfo: Gli attentati in Spagna hanno riacceso la paura verso la violenza del fondamentalismo islamico e verso l’Islam in genere…

La violenza è un problema che vediamo crescere in tutti i settori della società. Se la paura cresce è anche per il modo con cui i media ne parlano. Si vedono solo fatti di sangue, questo fa paura.

Poi, presentare tutti i musulmani come terroristi o le donne mussulmane come segregate è falso. La cronaca dalla Palestina o dall’Iraq fomenta ulteriormente i pregiudizi. Lì i musulmani sono ingiustamente attaccati e non si parla delle migliaia di morti. La guerra è fondata sulle bugie ed è profondamente ingiusta. Perché stupirsi se il popolo reagisce?

swissinfo: Qual è allora la sua speranza per il futuro?

Ci vuole il dialogo: solo così ci si potrà capire, non con le bombe. Se i soldi spesi nella guerra fossero finiti nell’aiuto allo sviluppo, l’umanità sarebbe cresciuta. Si semina invece solo ingiustizia. Il senso della vita è ubbidire a Dio, dunque fare il bene, costruire, non distruggere.

Il messaggero Mohammed – pace e benedizione a lui – dice: “Anche nel giorno del giudizio, se hai un germoglio in mano e ne hai la possibilità devi seminarlo. Cosa serve la vita se non c’è la speranza? Cosa facciamo se non guardiamo più al futuro?”

Intervista a cura di Daniele Papacella

Fatti e cifre

1992: creazione della Lega dei musulmani in Svizzera
1999: fondato il Centro culturale di Chiasso
In Svizzera vivono oltre 300.000 musulmani

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In breve

Egiziano di origine, laureato in economia e commercio al Cairo, Hassan El Araby vive in Svizzera da oltre vent’anni. Dopo un breve soggiorno a Zurigo, si è stabilito a Chiasso.

Candidato come indipendente sulla lista Unità socialista-Verdi alle elezioni comunali di inizio aprile, Hassan El Araby è ormai il primo consigliere comunale apertamente islamico in un legislativo svizzero.

El Araby, 50 anni, è sposato con una ticinese ed ha un figlio. Dirige dal 1999 il locale Centro culturale islamico.

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