Appuntamento mancato con l’Europa
Dopo il funerale di prima classe dell'iniziativa "Sì all'Europa!", in marzo, l'ideale europeo è sempre più malandato in Svizzera.
L’ultimo sondaggio condotto in ottobre ribadisce lo stato di salute precario dello slancio europeo: solo il 39% degli interrogati (40% in giugno) erano favorevoli all’adesione all’Unione europea, mentre il 45% erano contrari.
I risultati di questo sondaggio suggeriscono inoltre che il risultato degli accordi bilaterali fra la Svizzera e l’Unione europea, approvati il 21 maggio 2000 con il 67% di voti favorevoli, non costituiva un gesto di apertura verso l’Ue, ma piuttosto un appello del popolo per una via negoziale che non sfoci nell’adesione.
Torniamo al 4 marzo 2001. Il popolo svizzero aveva dunque bocciato l’iniziativa dei giovani denominata “Sì all’Europa” con un secco 76,7% di voti contrari. Nessun cantone, nemmeno nella tradizionalmente filo-europea Romandia, aveva accolto un progetto che chiedeva sostanzialmente al governo di avviare immediatamente un negoziato di adesione.
La Svizzera ufficiale ne condivideva gli obiettivi, ma riteneva prematuro un dibattito sulla questione europea. Dalla bocciatura dello Spazio economico europeo, nel 1992, l’adesione è “un obiettivo strategico” del governo.
Machiavelli a Berna
Di fronte a questo dilemma, il Consiglio federale ha proposto un “no” per meglio far passare un “sì”, ma questa tattica machiavellica si è rivelata controproducente. In sostanza, il Consiglio federale aveva raccomandato la bocciatura dell’iniziativa dei giovani perché comportava una marcia di avvicinamento all’Unione troppo rapida. Il governo contava su un rifiuto di misura dell’iniziativa, che avrebbe confermato l’opzione dei piccoli passi. Il no massiccio ha però congelato almeno fino alla fine di questo decennio un’altra votazione popolare sull’argomento.
Bisogna dire che l’iniziativa metteva a dura prova la competenza del governo di aprire un negoziato in politica estera, una prerogativa di cui il Consiglio federale è molto geloso. In Svizzera, spetta al governo decidere se e quando aprire un negoziato di questo tipo. Parlamento e popolo possono esprimersi soltanto in un secondo tempo, quando il risultato del negoziato è conosciuto.
Cala il silenzio sul dibattito europeo
Per deputato radicale democratico Marc Suter, convinto europeista, il peggio non è tanto la batosta subita dall’iniziativa, ma piuttosto il silenzio che è ormai calato sul dibattito europeo. “Le catastrofi che si sono abbattute sul mondo e sulla Svizzera dopo l’11 settembre, spera Suter, faranno ammettere a molti cittadini che il nostro paese deve meglio aderire all’Ue.” Parole più che altro di circostanza, perché il Consiglio federale non intende riattivare tanto presto il dossier dell’adesione, che sembra un obiettivo strategico più che mai vago.
Di fronte all’intransigenza -qualcuno ha parlato di “provocazione” – della Camera alta, che non aveva voluto proporre alcun compromesso, “il comitato era stato costretto a mantenere l’iniziativa.” Marc Suter è però anche convinto che ogni iniziativa costituisce un momento in cui si semina per un cambiamento futuro. “Sarà la Storia a dire se questa iniziativa ha rallentato o accelerato il processo di adesione della Svizzera all’Ue.”
Ue o Onu?
Dal canto suo, il deputato UDC Hans Fehr, direttore dell’Associazione per una Svizzera neutrale e indipendente, ritiene che l’iniziativa abbia addirittura contribuito a rafforzare il sentimento di ostilità all’Ue. “Credo che per lunghi anni il tema dell’adesione all’ONU non tornerà più sul tavolo.” Un lapsus significativo: l’isolazionista Hans Fehr vorrebbe un funerale di prima classe anche per l’iniziativa sull’adesione all’ONU, in votazione il 3 marzo 2002. Ma questa partita è ancora tutta da giocare.
Mariano Masserini
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