Diritti dell’uomo: troppe divergenze tra la politica estera e quella economica
La politica svizzera dei diritti dell'uomo deve guadagnare in coerenza. Discutendo il rapporto del governo al Consiglio nazionale, da destra e da sinistra si sono levate voci critiche.
La politica svizzera dei diritti dell’uomo ha diviso il Consiglio nazionale e sollevato anche dure critiche all’indirizzo del governo. Approvando il relativo rapporto del Consiglio federale, dai banchi della sinistra è stato criticato come questo particolare settore della politica estera elvetica sia poco coerente e soprattutto ancora troppo subordinato agli interessi economici.
Che la Svizzera si impegni molto per i diritti dell’uomo è stato riconosciuto da tutti e il Dipartimento degli esteri ha ricevuto non poche lodi. Le contraddizioni e le divergenze tra politica estera e politica economica non sono tuttavia state sottaciute, nemmeno dalla portavoce della commissione.
Mentre il Dipartimento degli esteri punta il dito sulle violazioni dei diritti dell’uomo in Cina e in Turchia e sulle discusse costruzioni di giganteschi sbarramenti idrici, ha fatto notare la socialista Vreni Müller-Hemmi, il Dipartimento dell’economia approva per questi paesi le garanzie all’esportazione in favore delle ditte elvetiche interessate a questi progetti.
Contro l’atteggiamento remissivo della Svizzera, ha scagliato le sue bordate il capogruppo socialista Franco Cavalli. “Nei confronti dei deboli ci comportiamo da forti, e nei confronti dei forti siamo intimiditi”, ha detto riferendosi alle caute critiche formulate da Berna all’indirizzo della Cina, della Russia e degli Stati Uniti. E con il sostegno all’embargo contro l’Iran che in dieci anni ha affamato un milione di bambini la Svizzera parteciperebbe ad un genocidio.
Ma osservazioni ben poco elogiative sono giunte anche da esponenti della destra nazionalista. La consigliera nazionale UDC, Lisbeth Fehr, appartenente all’ala moderata del partito e presidente della Società internazionale per i diritti dell’uomo, ha definito il rapporto del Consiglio federale una versione edulcorata della situazione, rinviando alle barbarie compiute da Pechino contro la cultura e la religione tibetana.
Anche gli esponenti dell’ala blocheriana dell’UDC hanno stigmatizzato i due pesi e le due misure che la Svizzera adotta nelle sue relazioni con l’estero. Christoph Mörgeli, ghostwriter delle tesi di Blocher sull’atteggiamento della Svizzera durante la seconda guerra mondiale, ha ricordato come la Svizzera nel Consiglio d’Europa abbia lodato la Russia, malgrado la guerra in Cecenia.
Per un atteggiamento diplomatico improntato alla Realpolitik si sono espressi invece i rappresentanti democristiani e liberali-radicali. Le relazioni economiche e la promozione del benessere favoriscono i diritti umani, ha fatto notare il PLR Marc Suter.
“Non comportiamoci da primi della classe, ma come partner”, ha messo in guardia il ministro degli esteri Joseph Deiss, invitando ad un giudizio più realista della situazione. Innanzitutto, nel quadro dei diritti dell’uomo, la Svizzera non deve specializzarsi nella critica degli altri.
E anche con la Cina, dove il presidente della Confederazione Adolf Ogi si è recato nelle settimane scorse ristabilendo l’amicizia turbata durante la visita ufficiale a Berna l’anno scorso, un dialogo costruttivo è possibile, ha sostenuto Deiss, anche se per questo i tempi richiesti sono lunghi.
Luca Hoderas
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