Duello Blocher-Leuenberger all’Albisgütli
Invito all'apertura e al dialogo contro i no all'Europa, all'Onu, alle missioni militari per la pace, all'integrazione degli stranieri. Questo, in sintesi, il risultato dell'intervento del presidente della Confederazione, Moritz Leuenberger, al raduno dell'Udc zurighese.
È la prima volta che, in tredici anni, un presidente socialista della Confederazione accetta di parlare all’annuale raduno della sezione cantonale zurighese dell’Unione democratica di centro (Udc) guidata dal consigliere nazionale Christoph Blocher. Nel 1994, infatti, l’allora presidente della Confederazione Otto Stich declinò l’invito dopo che il suo partito era stato accusato dalla sezione zurighese dell’Udc di essere responsabile dell’aumento della criminalità.
Stich venne poi imitato dalla signora Ruth Dreifuss, che ricoprì la stessa carica nel 1999, la quale si rifiutò di parlare ai sostenitori di un leader e di un partito sovente critici fino alla mancanza di rispetto verso il Consiglio federale e il Parlamento.
L’anno scorso Blocher aveva persino scatenato una polemica con un discorso in cui paragonava l’ideologia socialista a quella del nazionalsocialismo. Tuttavia Leuenberger ha accettato l’invito, “per ascoltare, ma anche per parlare con voi” – ha detto rivolto ai 1.400 delegati che ieri sera affollavano, come tradizione,lo “Schützenhaus” nel quartiere Albisgütli di Zurigo – “poiché credo nel dialogo quale fondamento della democrazia diretta. Sono venuto proprio per dirvi che non possiamo evitare il dialogo”.
Ma di dialogo in realtà ce n’è stato poco. Blocher ha fatto per un’ora una delle sue solite tirate retoriche, in sostanza per ribadire e motivare ai suoi seguaci l’indicazione di voto per il 4 marzo (iniziativa “Sì all’Europa”) e per il 10 giugno (no all’invio all’estero di soldati svizzeri armati). Ha condito il tutto con le abituali considerazioni sui propositi “perfidi” e “mostruosi” del Consiglio federale, la cui politica estera finirebbe per “limitare e alla lunga persino distruggere la nostra libertà, i nostri diritti popolari e la nostra sovranità”.Ha riesumato ancora il “Sonderfall” elvetico (“voi tutti in sala siete delle personalità; voi tutti siete dei ‘Sonderfall'”) ed ha concluso: “Il nostro motto non dev’essere l’adattamento, ma la resistenza”.
A questo Blocher, che ha attinto ampiamente al consueto arsenale di sfottò e di critiche, Leuenberger ha risposto facendo ricorso alla sua famosa ironia. In effetti, soltanto con battute ben mirate, tali da strappare una risata o un applauso, avrebbe potuto far passare qualche messaggio in una platea pregiudizialmente a lui ostile. Come quando, ad esempio, ha detto: “Non possiamo isolarci dal mondo, al quale ci siamo preparati e che abbiamo contribuito a formare”. Oppure quando, per chiedere maggiore disponibilità verso le riforme invece che verso soluzioni radicali, ha citato lo scrittore Jeremias Gotthelf (1797-1854): “La rivoluzione succede dove le riforme vengono trascurate”.
Naturalmente, il presidente della Confederazione ha difeso la politica federale: l’apertura al mondo, l’adesione all’Onu e all’Unione europea, la collaborazione internazionale per la pace e per l’aiuto allo sviluppo, l’integrazione degli stranieri nel nostro paese. Una visione della Svizzera diametralmente opposta a quella di Christoph Blocher.
Invano Leuenberger ha sottolineato che la Svizzera deve muoversi per difendere la propria identità ed il proprio ruolo nel mondo: dopo l’infuocato discorso di Blocher, le sue parole sono cadute nell’indifferenza o hanno suscitato al massimo qualche risentito mormorio.
Silvano De Pietro, Zurigo
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