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In corso la conferenza ministeriale dell’OMC

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Circondata da imponenti misure di sicurezza, la conferenza di Doha è iniziata. Pascal Couchepin presiede uno dei 6 gruppi di lavoro.

Il capo della delegazione svizzera ha avviato venerdì le consultazioni presso i paesi membri dell’Organizzazione mondiale del Commercio (OMC) sul tema dello sviluppo. Pascal Couchepin è stato nominato presidente del gruppo che si occupa dell’attuazione degli accordi del ciclo dell’Uruguay round.

In giugno la Svizzera aveva presentato un documento di compromesso relativo al miglioramento dell’attuazione degli accordi dell’Uruguay round del 1994, una rivendicazione essenziale dei paesi in via di sviluppo.

È uno dei dossier più sensibili della quarta conferenza ministeriale dell’OMC. Finora circa la metà delle proposte dei paesi in via di sviluppo è stata accettata. Fonti dell’OMC hanno indicato che in tale dossier sono stati compiuti progressi.

«Spero che la Svizzera approfitterà di questa occasione per ascoltare veramente i paesi in via di sviluppo», ha dichiarato Nadine Keim, portavoce delle opere assistenziali svizzere.

Una conferenza difficile

L’OMC, che due anni fa – presa di mira dai no-global – fallì il lancio di un nuovo round negoziale, è ora costretta a riprovarci a due passi dal teatro della guerra in Afghanistan.

Assente il popolo di Seattle, e con quello di Doha ridotto ad un’ottantina di persone (tutte regolamente accreditate ai lavori) che hanno manifestato con cerotti sulla bocca e un foglio tra le mani con la scritta “No voice in the WTO”, la conferenza di Doha vive tra timori e speranze.

Timori di un nuovo insuccesso, che segnerebbe la fine della stessa organizzazione, speranze in un accordo che possa far aumentare la fiducia tra nord e sud del mondo, togliendo ossigeno a ogni forma di integralismo. E il primo a dare un segnale in questo senso è stato proprio il direttore generale dell’OMC, Mike Moore che seduto alla destra dell’emiro del Qatar, Hamad Bin Khalifa Al-Thani, imponente nel suo ampio mantello nero bordato d’oro, nell’aprire i lavori ha fatto atto di contrizione.

«Abbiamo imparato la lezione di Seattle, e non dobbiamo dimenticarla per i prossimi anni», ha detto. Mentre appena qualche ora prima, in un briefing con la stampa, il commissario europeo al Commercio, Pascal Lamy, aveva sottolineato che se l’Europa ha fatto passi avanti sui temi dello sviluppo ciò è successo perchè i Paesi in via di sviluppo ci hanno vinto con buoni argomenti».

Moore, che è alla sua ultima conferenza (a luglio passerà la mano al thailandese Supachai Panitchpakdi), ha quindi insistito sulla necessità di aprire gli scambi perche “se è vero che il commercio non sradica la povertà, è anche vero che il protezionismo la crea e aumenta le tensioni internazionali e i conflitti».

Lo stesso concetto sottolineato dal segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, che – in un messaggio di saluto – ha affermato: «Semmai c’è stato un momento in cui le regole del commercio sono di vitale necessità tra Paesi ricchi e poveri, quel momento è ora». Ma l’appello ai Paesi in via di sviluppo – quelli che in realtà fecero fallire il vertice di Seattle – è stato lanciato anche dal rappresentante USA, Robert Zoellick, che venerdì ha incontrato i rappresentanti dei Paesi latinoamericani e africani, con i quali – ha detto – ci sono molte convergenze perchè anche gli Stati Uniti mettono lo sviluppo al centro del nuovo round negoziale.

swissinfo e agenzie

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