Naturalizzare per integrare
Il progetto del Consiglio federale sulla riforma del diritto di cittadinanza riceve il sostegno delle commissioni degli stranieri, dei rifugiati e contro il razzismo.
Questo è quanto scaturito dall’apposito convegno tenuto lunedì nella capitale dalle tre commissioni federali. L’occasione è stata utilizzata per un esame della problematica della naturalizzazione, non soltanto sotto l’aspetto politico, ma anche dai punti di vista storico, sociologico ed etnologico.
Oltre all’acquisto automatico della cittadinanza elvetica per stranieri della terza generazione nati in Svizzera, il progetto prevede anche diversi altri punti di riforma: le agevolazioni per la naturalizzazione di giovani stranieri della seconda generazione cresciuti in Svizzera; la possibilità di ricorso contro il rifiuto della cittadinanza; l’armonizzazione delle tasse di naturalizzazione; semplificazioni costituzionali (competenze cantonali e comunali e semplice diritto d’opposizione della Confederazione); abbassamento dei termini minimi di residenza.
Tale riforma ha incontrato un consenso abbastanza ampio tra i cantoni e tra i partiti politici, a parte l’Unione democratica di centro (Udc). La presentazione del messaggio che accompagna la proposta di legge è prevista prima della sessione invernale. Il parlamento potrebbe iniziare l’esame della riforma nella prossima primavera ed in seguito, se vi sarà un referendum contrario, tutto finirà in votazione popolare.
Proprio questo è uno degli aspetti che maggiormente preoccupa i sostenitori del progetto di legge, vale a dire come impostare un’eventuale campagna referendaria per convincere i cittadini, abbattere i pregiudizi e, in definitiva, lottare contro il razzismo. Si tratta, in buona sostanza, di dare contenuto alla politica d’integrazione, dimostrando che il migliore strumento di tale politica è proprio la concessione della cittadinanza.
Su questo tema, sezionato in ogni aspetto e correlazione, si è sviluppata la riflessione del convegno delle tre commissioni federali. A tale scopo sono servite le testimonianze di tre stranieri naturalizzati: una donna turca, un lavoratore italiano ed un immigrato congolese. Particolare impressione ha sollevato l’esperienza di quest’ultimo, Raul Luzolo Lembwadio, che, divenuto cittadino svizzero nel 1997, è già sindaco del suo villaggio di residenza: Boudry, nel cantone di Nechâtel.
Un forte contributo è stato dato al convegno anche dalla relazione tenuta da Eduard Gnesa, direttore dell’Ufficio federale degli stranieri. Gnesa ha illustrato il rapporto tra la riforma del diritto di cittadinanza e la politica d’integrazione. La tesi di fondo – in sintesi – è che se da una parte la Svizzera chiede agli stranieri di adeguarsi all’ordine ed ai valori sociali di qui, d’altra parte dovrebbe offrir loro maggiori possibilità di codecisione nelle questioni che riguardano tutti.
In questo senso, la naturalizzazione è il migliore strumento d’integrazione. E dato il consenso che oggi riscontra la politica d’integrazione, a questa – ha concluso Gnesa – «non c’è alternativa».
Al termine del convegno, la presidente della Commissione federale degli stranieri (CFS), Rosemarie Simmen, ha annunciato le sue dimissioni. Entrata in carica nel febbraio 2000, quando la CFS era in piena crisi, la Simmen ha spiegato di aver scelto questo momento per dare la possibilità a chi le succederà di occuparsi tempestivamente della revisione della legge sulla cittadinanza e della nuova legge sugli stranieri.
Silvano De Pietro
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.