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Democrazia diretta in Svizzera

Polemiche sul finanziamento ai partiti

Non tutti i partiti svizzeri nuotano nei soldi, ma i contributi esterni suscitano controversie Keystone

Periodicamente si ripresenta il problema del finanziamento ai partiti. L'ultimo esempio: il gigante bancario UBS ha sostenuto la campagna a favore della revisione legislativa militare. Fra i beneficiari c'è anche il Partito socialista. Dettaglio piccante: il finanziamento sarebbe dovuto rimanere anonimo.

La storia suscita scalpore, perché proprio i socialisti si sono fatti in più occasioni paladini della trasparenza in questioni finanziarie. Ma non è un caso. Il maggiore partito di sinistra è infatti sostenuto in massima parte da contributi dei membri. Solo il 12 per cento delle entrate proviene da donazioni esterne.

Diverso il discorso per i partiti borghesi. L’Unione democratica di centro raccoglie la metà dei suoi fondi attraverso finanziamenti spontanei. Per i Popolari democratici la quota è del 65 per cento e i Liberali radicali addirittura del 70 per cento.

Qui nasce il problema della trasparenza. Chi sono i donatori? E quali traguardi perseguono? In Svizzera non esiste una legge sul finanziamento dei partiti. Le formazioni politiche svizzere conoscono un’organizzazione interna analoga ad una semplice società. Per questo le donazioni sono perfettamente legali e non devono essere dichiarate.

Inoltre i partiti svizzeri si basano su una struttura federale che parte dai comuni. Anche i soldi dunque passano dalle sezioni locali, a quelle cantonali, alla direzione nazionale. Una frammentazione che non favorisce la trasparenza.

I partiti non ricevono per contro niente dallo Stato o perlomeno non lo fanno in modo diretto. Concretamente non sono i partiti, ma le frazioni parlamentari che beneficiano di contributi per il mantenimento di una segreteria di coordinamento.

Praticamente tutti i paesi confinanti conoscono un sistema di finanziamento ai partiti, ma in Svizzera il tema rimane controverso. I sostenitori dell’idea sostengono che condurrebbe ad una maggiore professionalità del lavoro politico prestato e dunque una maggiore qualità della politica svizzera. Inoltre contribuirebbe a diminuire la dipendenza dei partiti dagli interessi economici.

In Germania le formazioni politiche ricevono dalle casse pubbliche ben 250 milioni di marchi l’anno. In Austria esiste una specie di bonifico proporzionale alla forza elettorale e in Francia sono stati fissati dei limiti ferrei alle donazioni spontanee. Mentre negli Stati Uniti i contributi statali sono limitati, ma le donazioni provenienti dall’economia privata hanno assunto dimensioni astronomiche.

Secondo l’esperto elvetico Michael Brändle, l’optimum è da ricercare nella dichiarazione obbligatoria delle donazioni e nel sostegno moderato delle frazioni politiche da parte dello stato.

Il Partito socialista ha svolto in questo caso un ruolo da pioniere, dichiarando, dopo discussione interna, la provenienza dei fondi impiegati dal Comitato per il sì alla riforma della legge militare, sostenuto dal partito. Malgrado i donatori dell’ingente importo tenessero a rimanere anonimi, la direzione ha preferito fare un passo avanti verso la trasparenza. Ciò ha scatenato un ampio dibattito pubblico e dimostrato le difficoltà che anche i socialisti riscontrano, sia internamente sia esternamente, nel gestire i soldi provenienti dall’economia privata.

La consigliera nazionale socialista Barbara Haering Binder, presidentessa del Comitato beneficiario del contributo, ha preso posizione in una lettera aperta al direttore dell’UBS, sostenendo di preferire la trasparenza all’anonimità nell’impegno politico.

Rebecca Vermot

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