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Democrazia diretta in Svizzera

Tra i sans-papiers di Friborgo

La lotta per una regolarizzazione collettiva continua al museo Fri-Art Keystone

Mentre a Losanna l'azione di protesta è terminata, continua la lotta dei sans-papiers di Friborgo per l'ottenimento di una regolarizzazione collettiva. Martedì swissinfo ha incontrato alcuni di questi sans-papiers per capire chi sono, come vivono questo periodo difficile e come è nata la loro azione.

Niente da perdere

“Quella di uscire allo scoperto è stata una nostra scelta” ci dice Sami, 19enne kosovaro da 10 anni in Svizzera. “Molti di noi non hanno proprio niente da perdere: siamo letteralmente senza sbocchi, se non quello dell’illegalità”.

Sami è uno degli 84 sans-papiers che lo scorso 4 giugno occuparono la chiesa St. Paul a Friborgo. Sabato 25 agosto, le autorità, dopo alcuni ordini di sgombero non portati a termine, erano intervenute per evacuare la chiesa. Ma…i sans-papiers non c’erano più. E se alcuni avevano deciso di “disperdersi nella natura”, ritornando nell’illegalità dalla quale cercavano di sottrarsi, per altri, una ventina di persone, l’azione è continuata presso il museo Fri-Art della città burgunda.

Sami, la cui famiglia vive in Svizzera, ha potuto terminare la scuola dell’obbligo. Ora però, non disponendo dei necessari permessi, nessun’altra formazione gli è accessibile. Unica via: l’espulsione e dunque il ritorno in Kosovo. “Ma laggiù sono solo: la mia famiglia è qua; la mia vita pure” conclude Sami.

Alcune voci “clandestine”

Anche i coniugi Teke, curdi, da 6 anni in Svizzera e con alle spalle una richiesta d’asilo rifiutata, temono una loro espulsione della Confederazione. A quanto sembra, nel loro paese d’origine rischiano grosso. Proprio per questo motivo hanno esitato parecchio prima di uscire dall’ombra per partecipare all’occupazione. Ora però sono convinti di aver preso la decisione corretta.

C’è poi il caso di Nezir che rende un’idea delle discriminazioni salariali esistenti per questa categoria di lavoratori: “Quando avevo il permesso di soggiorno guadagnavo circa 3500 franchi al mese. Ora, come sans-papiers, continuo a svolgere lo stesso lavoro di prima ad un salario più che dimezzato”. Senza contare le condizioni di lavoro (orari impossibili, vacanze inesistenti) e la precarietà che spesso caratterizzano questa nicchia del mercato del lavoro.

La ventina di persone presenti al Fri-Art divide ogni tipo di lavoro. “Si tratta di organizzare i pasti, la cucina, la pulizia e un certo ordine in questi locali dove siamo ospitati (per quanto non sappiamo…). Alcuni giorni fa qua dentro eravamo in quaranta: non è stato evidente, considerando inoltre il costante timore di un intervento della polizia!” rivela un ragazzo attivo nel refettorio. Un cartello affisso all’entrata invita ad evitare qualsiasi rumore dopo le 21.00 (“non dobbiamo disturbare i vicini !”).

Molti dei sans-papiers che hanno aderito alla protesta continuano a lavorare. “Ognuno di loro si è però impegnato ad essere presente con il collettivo per almeno 48 ore alla settimana” sottolinea Sandra Modica. “Attenzione però: per alcuni di loro, lavorare significa incassare la bellezza di 4 franchi all’ora…”

Un esercito di 300’000 persone

Per definizione è difficile stimarli con certezza. Sembra però che i clandestini (persone che non dispongono di permessi di soggiorno o di lavoro validi) in Svizzera siano tra le 150’000 e le 300’000 persone. “Un esercito di lavoratori senza diritti che, mi dispiace dirlo, fa molto comodo all’economia del paese: è una manodopera flessibile, precaria, a basso costo e facile da liquidare. Non per niente di parla di lavoratori kleenex…” commenta amara Sandra Modica.

“Sono molte le vie che conducono ad una vita da sans-papiers. Ex-richiedenti d’asilo la cui procedura è stata rifiutata, lavoratori stagionali il cui permesso di soggiorno non è stato tramutato in un’autorizzazione duratura, studenti alla fine della loro formazione obbligatoria, oppure persone che non hanno mai posseduto alcun tipo di permesso. Addirittura cittadini stranieri che si sposano con svizzeri ma che divorziano troppo presto (prima dei 5 anni di matrimonio): è il caso di una signora nel nostro collettivo, il cui marito, cittadino elvetico, è morto dopo 3 anni di matrimonio. Ora anche lei è un cosiddetto sans-papiers” rivela Sandra Modica.

“Gli appartenenti al nostro collettivo sono attivi principalmente nell’agricoltura, nell’edilizia, nel settore turistico e nelle pulizie. Per molti di essi non si può nemmeno parlare di lavoro nero: pagano le tasse e gli oneri sociali. Poi però non hanno nessun diritto ad usufruire di prestazioni sociali che loro stessi hanno contribuito a finanziare. Siamo stufi di questa ipocrisia” conclude la battagliera portavoce del collettivo sans-papiers friborghese.

Marzio Pescia

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