Una revisione della legge militare “per essere al passo con i tempi”
Per il governo, la partecipazione a operazioni militari di promozione della pace è nell'interesse della Svizzera. I soldati volontari che vi partecipano devono però essere armati per garantire la propria sicurezza. Il Consiglio federale ritiene inoltre che cooperare con altri eserciti in materia di istruzione sia una necessità militare. Questi due aspetti della revisione proposta "non violano la neutralità e sono in armonia con la politica di sicurezza svizzera."
Il crollo del Muro di Berlino e la fine della contrapposizione dei blocchi ha costretto anche l’esercito svizzero a un aggiornamento fondamentale dei suoi obiettivi e della sua struttura.
Nel 1996, l’allora ministro della difesa Adolf Ogi ha incaricato un’apposita commissione condotta dall’ex segretario di stato Eduard Brunner di studiare le questioni strategiche e di riflettere sul futuro della politica di sicurezza della Svizzera. Sui risultati di quelle riflessioni e sulle direttive politiche del Consiglio federale si basa il rapporto governativo sulla politica di sicurezza 2000. Un rapporto caratterizzato dal concetto di “sicurezza attraverso la cooperazione” al quale si ispira la riforma Esercito XXI.
Gli argomenti in favore della revisione:
Nel suo messaggio al parlamento concernente la revisione della legge sull’esercito, il Consiglio federale scrive che la Svizzera, nel suo stesso interesse, deve meglio tenere conto delle possibilità di collaborazione internazionale in materia di politica di sicurezza. I nuovi problemi cui gli Stati sono oggi confrontati possono essere affrontati soltanto unendo le forze. La revisione in questione costituisce dunque un passo in questa direzione.
Le modifiche legislative sono articolate in due parti: toccano il settore dell’istruzione dei soldati, all’estero o su territorio svizzero insieme con truppe straniere, e quello dell’armamento di soldati svizzeri volontari in servizio di promozione della pace. Queste operazioni devono svolgersi sulla base di un mandato dell’ONU o dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Esse devono essere conformi ai principi della politica estera e di sicurezza della Svizzera.
A sostegno della revisione si è costituito un comitato interpartitico composto di 140 parlamentari. Sono rappresentati socialisti, radicali, democratici di centro, popolari democratici, verdi, evangelici e liberali. L’accento è messo sul fatto che le operazioni di pace fanno parte della tradizione umanitaria della Svizzera; inoltre si tratta di mantenimento e non d’imposizione della pace.
La partecipazione alle operazioni resta volontaria e un buon equipaggiamento dei soldati diminuisce i rischi, fa notare il comitato. La collaborazione con altri eserciti permette di garantire il buon livello delle conoscenze tecnologiche e di risparmiare soldi. Infine, la neutralità è rispettata.
Un comitato che ha però fatto leva anche su argomenti più controversi, che hanno imbarazzato la sinistra. Ad esempio, la presenza sul posto di soldati bene equipaggiati permette di contribuire a contenere il flusso di profughi che bussano alle nostre porte. E con i profughi, è stato precisato, giungono da noi anche terrorismo e narcotraffico.
Per quella parte della sinistra favorevole alla revisione, la partecipazione a missioni di pace è un elemento di una strategia di apertura e di solidarietà della politica estera, che dovrebbe sfociare nell’adesione della Svizzera all’ONU.
La posizione del parlamento
Per quanto riguarda la cooperazione con altri eserciti, la revisione è stata accolta dal Consiglio nazionale con 126 voti contro 46, mentre il Consiglio degli Stati l’ha fatta sua all’unanimità. L’armamento dei soldati in missione è passato alla camera bassa con 109 voti contro 59 e alla camera alta con 38 voti contro 2.
Mariano Masserini
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