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Democrazia diretta in Svizzera

30 anni fa gli svizzeri concedevano il voto alle donne

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Ma l'uguaglianza politica non è ancora raggiunta, almeno per quanto concerne la rappresentanza femminile nelle istituzioni dello Stato: nel Consiglio nazionale vi sono 46 donne su 200 deputati, in quello degli Stati 9 su 46. E anche a livello cantonale la partecipazione delle donne nei legislativi è in media soltanto del 24 percento.

Quando il 7 febbraio 1971 i votanti maschi e i cantoni svizzeri accettarono nella proporzione di quasi due terzi il riconoscimento del diritto di voto e di eleggibilità delle donne, predominò il sentimento di aver messo fine a un’ingiustizia più che la consapevolezza di una conquista democratica, visto il ritardo accumulato rispetto al resto dell’Europa e del mondo.

Molti Stati avevano introdotto il suffragio femminile dopo la prima guerra mondiale (Germania, Austria, Russia, Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Canada, ecc.), altri al termine della seconda (Francia, Italia, Jugoslavia, Giappone, Cina). In Europa, all’inizio degli anni ’70 soltanto San Marino, Andorra, Liechtenstein e Portogallo negavano ancora i diritti politici alle donne.

In Svizzera, le opinioni conservatrici sul ruolo della donna si erano mantenute a lungo: in occasione di votazioni cantonali sul tema alla fine degli anni ’40, gli avversari del suffragio femminile facevano campagna con manifesti raffiguranti succhiotti e battipanni. Oltre che la strada irta di ostacoli della democrazia diretta, i movimenti femminili avevano battuto anche un’altra via: far ammettere istituzionalmente che i diritti politici ancorati nella Costituzione si applicavano indistintamente ai due sessi; ma erano stati smentiti da governi, parlamenti e tribunale federale.

Poi l’evoluzione delle mentalità è avvenuta nello spazio di una generazione: il suffragio femminile era stato respinto da due votanti su tre nel 1959, quando soltanto Ginevra, Vaud e Neuchâtel avevano dato maggioranze accettanti; dodici anni dopo, i rapporti di forza si erano rovesciati.

Ottenuti i diritti politici, si trattava di conquistare una presenza adeguata delle donne nelle istituzioni. La percentuale di donne in Consiglio nazionale è aumentata in modo piuttosto regolare, passando dal 5 percento (10 deputate) nel 1971 al 23 percento (46 deputate) nel 2000; situazione analoga nei parlamenti cantonali, con una presenza femminile intorno al 24 percento.

La Svizzera si situa al 21° rango a livello mondiale, dietro i paesi nordeuropei (con oltre il 33 percento di donne nei parlamenti), alla Germania (30,9 percento) e all’Austria (26,8 percento), ma davanti a Gran Bretagna (18 percento), Francia e Italia (entrambe 11 percento).

L’accesso agli esecutivi è stato più difficoltoso. Soltanto nel 1983 la prima donna fu eletta in un governo cantonale, a Zurigo; nel medesimo anno, la bocciatura di una candidatura femminile socialista al Consiglio federale per poco non fece saltare la formula di governo. Oggi, nei governi cantonali circa un seggio su cinque è detenuto da una donna.

La sottorappresentazione femminile è quindi palese. Per ovviarvi, si è tentato di far accettare l’introduzione legale di quote femminili. Ma questa rivendicazione ha diviso i movimenti femminili ed è stata sconfessata dall’elettorato. Il caso dei paesi con la più forte presenza femminile in ambito politico, per esempio quello della Svezia, sembrerebbe dimostrare che sono più efficaci misure sociali o finanziarie per attuare la pari opportunità, nella formazione, nella carriera professionale e nella ripartizione delle incombenze domestiche.

Marco Marcacci

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